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America e Riad: il nucleare saudita è solo l’inizio

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America e Arabia Saudita

Il programma nucleare civile uno dei pilastri di Vision 2030

L’annuncio di Donald Trump ha trasformato quello che, fino a pochi giorni fa, sembrava un semplice accordo sul nucleare civile in uno dei dossier geopolitici più importanti di questa caldissima estate.

Il vero obiettivo della Casa Bianca non è soltanto contenere l’Iran ma riportare l’Arabia Saudita stabilmente nell’orbita tecnologica, energetica e strategica degli Stati Uniti, sottraendola alla crescente influenza di Russia e Cina.

Il programma nucleare civile diventa così uno strumento di potenza, non serve soltanto a produrre energia, ma a costruire un rapporto di interdipendenza destinato a durare almeno trent’anni.

Il 22 luglio Washington e Riad hanno firmato un accordo di cooperazione sul nucleare civile destinato a incidere sugli equilibri della regione per i prossimi decenni.

Una partnership tecnologica, energetica e industriale che, fin dall’inizio, è apparsa molto più ambiziosa della semplice costruzione di centrali ma ad oggi è già cambiato.

Dopo aver annunciato l’intesa, Donald Trump ha scelto di congelarne l’attuazione, chiarendo sul suo social Truth che l’accordo non entrerà in vigore senza l’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo e la normalizzazione dei rapporti con Israele.

Quella che sembrava una partnership ormai definita è tornata a essere uno strumento di pressione diplomatica. Più che un semplice accordo energetico, la questione nucleare è diventato la leva con cui Washington tenta di ridisegnare l’intera architettura politica del Medio Oriente.

La conferma che tutto ruota attorno a Vision 2030, il grande progetto con cui Mohammed bin Salman intende trasformare l’Arabia Saudita in una potenza tecnologica, industriale e finanziaria. In realtà, il programma nucleare civile rappresenta uno dei pilastri di Vision 2030.

Non è pensato per sostituire il petrolio, ma per sostenere la crescita economica del Regno, alimentare le nuove città, i poli industriali, i data center, l’intelligenza artificiale e liberare maggiori quantità di greggio da destinare all’esportazione, aumentando così la competitività dell’economia saudita.

Vision 2030, è molto più di un piano economico è il contenitore di una strategia nazionale concepita per fare dell’Arabia Saudita uno dei grandi hub mondiali dell’energia, della logistica, della finanza e delle tecnologie avanzate.

Perché questo progetto possa realizzarsi esiste una condizione imprescindibile: la stabilità del Medio Oriente.

Nessun grande fondo sovrano, nessuna multinazionale e nessun investitore internazionale è disposto a impegnare centinaia di miliardi di dollari in una regione permanentemente esposta al rischio di guerre, escalation militari e instabilità politica.

È per questo che la normalizzazione dei rapporti con Israele non rappresenta un dossier separato da Vision 2030. Ne costituisce uno dei presupposti strategici.

Una regione più stabile significa maggiori investimenti, maggiore crescita economica e maggiore credibilità internazionale.

La firma del 22 luglio non rende automaticamente operativo l’accordo. Il
testo dovrà ora essere esaminato dal Congresso degli Stati Uniti, che nei prossimi mesi sarà chiamato a pronunciarsi sulle clausole più delicate dell’intesa, a partire dal tema dell’arricchimento dell’uranio e dall’intera filiera del combustibile nucleare.

Se Washington dovesse riconoscere a Riad condizioni più favorevoli rispetto a quelle concesse agli Emirati Arabi Uniti nel 2009, quando Abu Dhabi rinunciò volontariamente all’arricchimento dell’uranio, si aprirebbe un precedente destinato a modificare l’equilibrio nucleare dell’intero Golfo e la questione non riguarda soltanto l’Arabia Saudita.

Turchia ed Egitto osservano con estrema attenzione gli sviluppi del negoziato, perché un’eventuale apertura americana potrebbe spingerli a rivendicare condizioni analoghe per i propri programmi nucleari.

Anche il Pakistan, storico partner strategico di Riad, potrebbe rafforzare ulteriormente la cooperazione tecnica e militare con il Regno, consolidando un rapporto destinato ad assumere un peso ancora maggiore negli equilibri regionali.

La partita non riguarda semplicemente la costruzione di alcuni reattori, ma il controllo dell’intera filiera nucleare: estrazione dell’uranio, conversione, arricchimento, produzione del combustibile, manutenzione degli impianti, trasferimento di tecnologia, formazione degli operatori e gestione delle infrastrutture.

Chi conquisterà questa posizione non venderà soltanto centrali, costruirà un’influenza industriale, tecnologica e strategica destinata a durare decenni.

La Russia, attraverso Rosatom, propone un modello integrato che comprende progettazione, costruzione, combustibile, finanziamenti e manutenzione, già sperimentato in Turchia e in Egitto.

La Cina affianca invece il nucleare ai propri investimenti infrastrutturali e industriali.

Gli Stati Uniti rispondono offrendo tecnologia, sicurezza e accesso al sistema economico occidentale.

Il Congresso americano, dunque, non dovrà semplicemente approvare un accordo energetico ma dovrà decidere quale architettura strategica accompagnerà la trasformazione dell’Arabia Saudita nei prossimi trent’anni e fino a che punto Washington sia disposta ad allentare i tradizionali vincoli sulla non proliferazione pur di mantenere Riad nella propria sfera d’influenza.

È probabilmente questa la vera notizia del 28 luglio. Il nucleare saudita non è il punto di arrivo ma soltanto l’inizio.

A pochi giorni dalla firma, che l’intesa sia già diventata oggetto di una nuova trattativa politica, di un passaggio decisivo al Congresso e di un confronto strategico con Russia, Cina e gli altri attori regionali dimostra che la partita non riguarda soltanto l’energia.

Riguarda il futuro equilibrio del Medio Oriente e il tentativo degli Stati Uniti di costruire una nuova architettura regionale nella quale sicurezza, diplomazia, tecnologia, investimenti e sviluppo economico diventino i veri strumenti della competizione tra le grandi potenze.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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