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Contro la violenza politica occorre una vigorosa cultura della legalità

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cultura della legalità

All’Italia servono responsabilità istituzionale, culturale e sociale

Quello che sta avvenendo nelle varie manifestazioni – Bologna, No TAV – che si sono succedute negli ultimi giorni, sta facendo ricordare gli anni della violenza terroristica, nei quali sono state uccise tante persone, distrutte cose, con il fine sbagliato di rovesciare le istituzioni democratiche.

Ogni volta che queste forme terroristiche sono successe dopo un po’ sembravano debellate, ma poi ritornano con il loro bagaglio di distruzione, di scontro, di odio e di contrapposizione contro tutti e tutto.

Non bastavano la micro criminalità, le baby gang, le violenze degli immigrati che non si sono integrati e, spesso, sono solo sbandati, adesso è ritornata anche la violenza politica.

Questo nostro Paese l’ha spesso subita. Il ricordo è ancora vivo, soprattutto in chi ha dovuto sopportare le loro farneticazioni e i loro assassinii. È un problema che si ripete e, quindi, diventa un problema sociale.

Il problema sociale non è altro che uno degli aspetti del tema più generale di come le istituzioni di qualsiasi società influenzino e incanalino non solo le prospettive e le aspirazioni dei cittadini, ma anche il loro comportamento.

Se vogliamo avanzare ancora di più sulla via del progresso, dovremo pensare e sperimentare istituzioni più umane, che indirizzino e incoraggino il comportamento effettivo delle persone in una direzione sempre più coerente con il nostro senso universale, con il nostro bisogno di normalità, ragionevolezza, eticità, moralità e funzionalità.

Ne consegue che le forme organizzate delle istituzioni devono partecipare alla creazione di una società sempre più giusta. Per realizzarla sembra necessario ritrovare, concretamente, le ragioni profonde della responsabilità individuale e collettiva, impegnarsi sul piano della cultura politica, così da contribuire a realizzare una democrazia partecipata, per riproporre una condivisione delle scelte, per ricreare coesione e solidarietà.

In un precedente articolo ho scritto cosa penso si debba fare per combattere le storture di un sistema che nega la certezza della pena e il diritto alla difesa, vorrei ritornarci anche dal punto di vista sociologico.

Di fronte a questi continui attacchi al vivere civile non si può stare alla finestra. Non ci si può esimere di proporre “un patto per il progresso e la legalità” tra soggetti autonomi, portatori di interessi diversi e con gradi diversi di responsabilità istituzionale, culturale e sociale, ma tutti uniti contro il rischio di imbarbarimento della convivenza civile, rappresentato dalle varie forme di criminalità e della violenza politica

Tutto ciò deve realizzarsi con un’autentica azione concreta, non solo di rituale denuncia, ma, soprattutto, di fattiva mobilitazione e proposta al Paese, senza lasciare spazio al solo orrore e sdegno per tali comportamenti violenti, come avvenne nel periodo delle BR.

Bisogna incominciare a operare per ricostruire una più vigorosa e vigile “cultura della legalità”, espressione prima di tutto dei diritti individuali del cittadino, tra cui quello fondamentale di una giustizia giusta e celere e di una sicurezza effettiva e democratica.

A tutti è evidente il valore cardine del ruolo fondamentale della giustizia, che deve essere guidato da nuove regole di legalità, finalizzate anche ad arginare l’immenso danno arrecato da queste forme di violenza al sistema economico, alle istituzioni e ai cittadini.

È anche fondamentale ridare autorevolezza al potere giudiziario e, perciò, è fondamentale “ritrovare la giustizia” come conquista di civiltà, attraverso una complessa serie di interventi, a partire dalla rimozione dell’immenso contenzioso pregresso civile e penale, che umilia milioni di italiani.

La parte sana della società deve evidenziare al Paese il comune sentire circa l’urgenza di porre fine alla perdurante illegalità diffusa e, quindi, avanzare la richiesta di contribuire a ridefinire “regole nuove”, capaci di garantire il delicatissimo passaggio politico-istituzionale, che stiamo vivendo.

Non v’è dubbio che tale svolta richiederà un complesso sistema di regole, capaci di rendere più trasparenti e controllati i vari “poteri”, assicurando una serie di contrappesi di garanzia delle minoranze e dei soggetti più deboli.

La riaffermazione dei valori fondanti della nostra Carta Costituzionale va, comunque, tenacemente perseguita, innanzitutto nella difesa del concetto stesso di stato di diritto, ma anche di uno stato democratico, che assicuri un modello sociale equo e solidale, garante del pieno godimento dei diritti, nell’effettivo rispetto della legalità, della giustizia e della sicurezza.

Bisogna eliminare, con tutti i mezzi democratici, gli estremismi di qualsiasi forma e debellarli, con forza e vigore, altrimenti ritornano e creano quel sentimento di repulsione da parte del cittadino, che non né può più di queste continue vessazioni.

Indubbiamente, lo snodo cruciale di tale riflessione resta il corretto rapporto tra sfera economica e sfera politico-amministrativa, le cui alterazioni hanno determinato quei fenomeni di illegalità diffusi, anche perché non hanno funzionato gli stessi strumenti di partecipazione e di controllo.

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