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Leone XIV e Benedetto XVI, due giganti all’unisono

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Leone XIV e Benedetto XVI

L’essere umano, dotato di libertà, è aperto alla verità ed è mosso da una sete di eternità

Nel suo discorso al Parlamento spagnolo, Leone XIV ha ricordato la Scuola di Salamanca, con un rimando ad alcuni principi fondamentali, quali il concetto di ius gentium (diritto delle genti), come diritto naturale comune a tutti i popoli e la teoria del potere in base alla quale l’autorità deriva dal popolo (pactum subiectionis), con diritto di resistenza al tiranno.

Leone XIV, nel suo discorso ha citato un altro discorso tenuto ad un altro Parlamento, quello di Benedetto XVI del 22 settembre 2011 Discorso al Parlamento Federale tedesco).

In quel discorso, quel gigante del pensiero filosofico europeo, affermò: “Togli il diritto, e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino.[i]  Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio”.

“Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia – disse Benedetto XVI – è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare sé stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente?”.

Domande fondamentali, alle quali deve conseguire la ricerca di risposte fondamentali.

Nel suo discorso alle Cortes della Spagna Leone XIV, con riferimento alla Scuola di Salamanca, ha affermato: “In quella sede universitaria, cinquecento anni fa quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere”.

Questa, ricordata da Leone XIV, è l’indicazione di una risposta fondamentale.

Benedetto XVI, nel suo discorso al Parlamento tedesco ha indicato la via di alcune risposte fondamentali, allorquando disse che: “il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto”.

E affermò che nella “prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani”.

A questo punto Benedetto XVI aggiunse: “Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione”.

Si apre qui uno squarcio nella cappa plumbea introdotta dal materialismo, in quanto la filosofia, nelle sue parole iniziali, al suo sorgere, ci parla della φύσις, phýsis, la sorgente che anche se tradotta con il termine natura ci riporta al concetto di sorgere.

Il rimando alla filosofia di un grande teologo e filosofo come Joseph Ratzinger, ci riporta a fare i conti parole iniziali come physis, intesa non solo come l’insieme delle cose, ma come realtà prima e principio generatore di tutte le cose.

Il principio generatore di tutte le cose rinvia a parole iniziali come l ἀρχή (archè, che troviamo nell’incipit del Prologo del Vangelo di Giovanni), principio da cui ogni cosa proviene e a cui ritorna e in physis, termine che deriva dal verbo phýo (generare, far nascere, spuntare) e che è parole che ci parla di una forza in continuo movimento e trasformazione.

Benedetto XVI, qui giunto, introduce un altro concetto fondamentale, quello di coscienza, dove “«coscienza» non è altro che […] la ragione aperta al linguaggio dell’essere”.

La ragione ci porta nei pressi di altre due parole inziali: il λόγος (lógos, parole dai molti significati) e il νοῦς, noûs, che, per quanto ci riguarda come esseri umani, Angelo Tonelli, deducendolo dal verbo noeo (intuire), traduce puntualmente come intuizione.

Il termine noûs è stato centrale nello sviluppo del pensiero filosofico occidentale. Anassagora lo definiva come l’intelletto divino e ordinatore (una mente suprema). In Platone rappresenta la parte più alta e razionale dell’anima umana, capace di contemplare il mondo intelligibile e le Idee, mentre in Aristotele diventa l’intelletto puro e divino, la capacità di cogliere intuitivamente l’essenza e le cause prime delle cose.

La parola iniziale noûs è fondamentale, in quanto ci riporta all’Origine.

“Ovunque sia possibile – scrive Tonelli – tradurrò il verbo νοέω (noéō) con intuire, e analogamente con intuizione, intuito, intuibile, i sostantivi e gli aggettivi derivati dalla stessa radice: in νοέω è presente un riferimento al «vedere» (cogliere con lo sguardo della conoscenza unificatrice)  che troviamo nel verbo latino intueor, che sta alla base del nostro intuire, e che rimanda anche all’intus-ire, ovvero un modo di conoscere che attraversa e penetra l’oggetto di conoscenza – che in Parmenide è τὸ ἐόν – fondendosi tutt’uno con esso”. [ii]

Benedetto XVI, in quel suo discorso al Parlamento tedesco, aggiunse: “Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la riconoscono, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso”.

La questione fondamentale posta da Benedetto XVI ci riporta ancora alle parole inziali della filosofia e alla necessità del superamento della concezione positivista della natura e della ragione. Concezione che oggi si chiama, nella sua proiezione tecnocratica, transumanesimo, nuova promessa materialista di una salvezza illusoria e manipolata.

Il concetto di ethos va inteso come “soggiorno”, come dimora, come abitare.

La parola greca ἦθος (ēthos) ha un duplice aspetto: êthos (con eta lunga) indica la dimora, il soggiorno, l’abitazione, il luogo abituale dove si vive, mentre éthos (con eta breve) si riferisce all’abitudine, al costume, al carattere che si forma proprio attraverso il soggiorno abituale in un luogo.

Un celebre frammento di Eraclito (22B119DK) recita: «Ethos anthrōpō daimōn» (demone dell’uomo l’indole), che Heidegger rilegge proprio nel senso di “dimora” e che Angelo Tonelli commenta in questo modo: “Δαίμων è la forza numinosa che accompagna l’uomo […]. Per Eraclito la qualità interiore, ciò che un uomo è nel profondo, ha la forza demonica, e da essa dipende lo svolgersi della vita” e citando Guthrie scrive che il daimōn è la parte dell’uomo immortale. [iii]

L’ethos non ha il significato di una morale elevata, di valori, di regole, ma del “modo in cui l’uomo soggiorna nell’Essere” essendo egli stesso, nel riconoscimento del suo essere daimōn, partecipe del divino.

Benedetto XVI ci riporta, con i suoi riferimenti alla filosofia, all’Origine, all’Essere, che necessita di uno sguardo noetico e non di una ragione positivista e materialista.

“Il concetto positivista di natura e ragione – disse Benedetto XVI ai parlamentari tedeschi – , la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità”.

Leone XIV, che si sta ponendo come un altro gigante del pensiero, nel suo discorso al Parlamento spagnolo ha detto che la Spagna “ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa. Perciò, quando oggi si parla della persona umana, la memoria conduce naturalmente a Salamanca e al pensiero che lì è maturato”.

Ecco: l’essere (sostantivo) umano (aggettivo) è aperto alla verità, è dotato di libertà ed è mosso da una sete di eternità. Libertà, verità e eternità che non possono essere forniti da un transumanesimo che è tecnologia che si presenta come soteriologia e che Leone XIV ha ben definito nei suoi confini asserendo che “la tecnologia in sé stessa non è neutra, perché assume il volto di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la utilizza”.

In questo ergersi della Chiesa di Benedetto XVI e di Leone XIV contro la deriva transumanista e a difesa della dignità umana, fa tristezza assistere al livello basso di certe affermazioni di laici e di chierici della stessa Chiesa cattolica e, fa ancora più tristezza il sentire l’assordante silenzio di eterie iniziatiche che, avendo perso il senso delle origini, affidano a tribunali profani la loro inutile legittimità.

[i] De civitate Dei IV, 4, 1.

[ii] Parmenide, Dell’Origine a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli

[iii] Eraclito, dell’Origine a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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