“La tecnologia in sé stessa non è neutra, perché assume il volto di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la utilizza”
Nell’incontro del 6 giugno con i membri del Parlamento spagnolo, Leone XIV ha ricordato che la Spagna “ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa. Perciò, quando oggi si parla della persona umana, la memoria conduce naturalmente a Salamanca e al pensiero che lì è maturato”.
Il riferimento è alla Scuola di Salamanca e, in particolare, al suo fondatore.
Il riferimento è fondamentale, in quanto si relazione puntualmente al passaggio epocale che l’umanità sta attraversando e si inserisce, come esempio storico e paradigmatico nel pensiero di Leone XIV riguardo all’attuale sfida dell’intelligenza artificiale, riguardo alla quale il pontefice ha ricordato, di fronte all’assemblea legislativa spagnola, che “la tecnologia in sé stessa non è neutra, perché assume il volto di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la utilizza”.
La sintesi è perfetta. C’è la responsabilità di chi la concepisce, che non è poca cosa, basti pensare allo struggimento di chi stava concependo la bomba atomica.
Il “ritrarsi” di alcuni scienziati di fronte alla bomba atomica è un capitolo importante e drammatico della storia della scienza del XX secolo, legato al Progetto Manhattan e alle sue conseguenze morali.
Molti fisici che contribuirono allo sviluppo dell’arma nucleare ebbero ripensamenti profondi, soprattutto dopo la sconfitta della Germania nazista (quando svanì il timore di una bomba tedesca) e dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki nell’agosto 1945.
La scoperta della fissione nucleare (1938-1939) e il timore che la Germania hitleriana sviluppasse per prima l’arma atomica spinsero scienziati rifugiati (molti ebrei europei) a sollecitare gli USA.
La famosa lettera di Einstein a Roosevelt (redatta principalmente da Leo Szilard) nel 1939 fu decisiva per l’avvio del progetto. Una volta iniziato il Manhattan Project, però, emersero divisioni etiche.
Leo Szilard iniziò il progetto per contrastare i nazisti, ma nel 1945 organizzò la Petizione Szilard, firmata da 70 scienziati, che chiedeva al presidente Truman di non usare la bomba sul Giappone senza preavviso e di considerare le implicazioni morali. Promosse anche il Rapporto Franck (giugno 1945), che suggeriva una dimostrazione della bomba su un’area disabitata invece di un uso su città. Le petizioni furono ignorate. Szilard si oppose fortemente all’uso bellico una volta eliminata la minaccia tedesca.
Robert Oppenheimer (chiamato “il padre della bomba atomica”) fu il direttore scientifico del progetto a Los Alamos. Dopo il test Trinity (16 luglio 1945) citò la Bhagavad Gita: “Sono diventato la Morte, il distruttore di mondi”. Nei mesi successivi espresse rimorsi (“Ho le mani sporche di sangue”) e si oppose allo sviluppo della bomba all’idrogeno (più potente). Questo lo portò in conflitto con il governo USA, culminato nella revoca del suo nulla osta di sicurezza durante l’era McCarthy. Difese comunque la necessità storica del progetto contro i nazisti, ma divenne un simbolo di coscienza critica.
Joseph Rotblat, fisico polacco abbandonò il Progetto Manhattan nel 1944, quando fu chiaro che i tedeschi non erano vicini alla bomba. Fu l’unico scienziato a lasciare per motivi di coscienza. Diventò poi un attivo promotore del disarmo nucleare e vinse il Nobel per la Pace nel 1995.
Albert Einstein espresse rimpianto: “Se avessi saputo che i tedeschi non sarebbero riusciti a costruire la bomba, non avrei mosso un dito”.
Scienziati come Niels Bohr, Hans Bethe e altri parteciparono a campagne post-belliche contro la proliferazione nucleare. Alcuni, come Isidor Rabi o Lise Meitner, rifiutarono fin dall’inizio ruoli diretti.
Il “ritrarsi” riflette la tensione eterna tra progresso scientifico e responsabilità umana. Il caso resta un monito potente sul ruolo degli scienziati nella società. Un monito che vale tanto più oggi, dove in gioco non c’è solo la morte fisica, ma la messa in discussione dell’essenza stessa dell’umanità.
C’è poi la responsabilità di chi la finanzia, ma qui Leone XIV tocca il tasto più dolente, in quanto chi finanzia è abituato a finanziare tutto quello che produce finanza. La finanza moderna ha come scopo primario la finanza stessa, ossia la generazione e l’accumulo di denaro tramite denaro. Il sistema funziona così.
In un’economia produttiva “classica”, il capitale serve a produrre beni e servizi reali (macchine, cibo, case, cure mediche, ecc.). Nella finanza avanzata, il capitale genera sempre più spesso rendimento finanziario da altri strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, derivati, carry trade, leveraged buyout, algoritmi HFT, ecc.).
Il “prodotto” è spesso un numero più grande su un conto. La creazione di valore reale per la società è un effetto collaterale auspicabile, ma non necessario. Oggi una grossa fetta del volume finanziario globale è derivata (contratti su contratti su flussi futuri su altri contratti). Il mercato dei derivati è molte volte più grande dell’economia reale mondiale. È un sistema che si auto-alimenta.
Il sistema premia chi è bravo a estrarre valore più che a creare valore.
Come per la tecnologia, non è la finanza in sé ad essere “cattiva”, ma il suo grado di disaccoppiamento dall’economia reale e la sua capacità quasi illimitata di creare affermazioni sul futuro (debito, leverage, derivati).
Aspettarsi che la finanza moderna disaccoppiata dall’economia reale da sola smetta di essere quella che è nell’essenza è illusione.
Negli ultimi 50 anni (dal 1970 circa in poi), il processo di finanziarizzazione ha ampliato il peso del settore finanziario sull’economia reale e sulle scelte politiche. Il processo è iniziato con il crollo di Bretton Woods (inizio anni ’70), la liberalizzazione dei movimenti di capitale, la fine del gold standard e la deregulation (negli USA e UK soprattutto con Reagan e Thatcher). Il valore degli asset finanziari globali è esploso rispetto al PIL.
Il settore finanziario ha guadagnato influenza su policy economiche, corporate governance (massimizzazione del valore per gli azionisti) e allocazione del credito. Gli effetti sono stati l’aumento della disuguaglianza (finanza premia rendite più che produttività), la pressione su imprese per breve termine (buyback, dividendi invece di investimenti) e cicli di espansione e recessione amplificati.
Dopo il 2008, i bailout (salvataggi pubblici) hanno salvato le banche con soldi pubblici, alimentando il sentimento che la finanza “si alimenta da sola” mentre i costi ricadono sulla società.
Quando la finanza diventa fine a sé stessa riduce la sovranità democratica su scelte economiche fondamentali.
La questione fondamentale è riportare la finanza al servizio dell’economia produttiva e della società, non viceversa.
E qui entra in campo la politica e il richiamo di Leone XIV a chi regola la tecnologia.
La Magnifica Humanitas, in questo senso, è un testo fondamentale di richiamo alla responsabilità regolamentare della politica, non a caso espresso in un parlamento democratico e con un riferimento storico alla Scuola di Salamanca, che fu uno dei movimenti intellettuali più importanti del XVI e XVII secolo, nato intorno all’Università di Salamanca e poi esteso anche a Coimbra (Portogallo) e ad altre sedi.
Il periodo richiamato è quello che va dal 1520 – 1530 fino alla prima metà del Seicento, caratterizzato dall’espansione dell’Impero spagnolo in America, dalla Riforma protestante, dal Concilio di Trento e dalle grandi scoperte geografiche.
Qui la puntualizzazione di Leone XIV si fa non aggirabile. “Oggi – ha detto il Papa al Parlamento spagnolo – i nuovi mondi che si aprono davanti a noi non sono più tracciati sulle mappe: si dispiegano nella tecnica, nell’economia, nella biomedicina e nell’universo digitale, dove il potere umano raggiunge ambiti sempre più delicati della vita personale e sociale”.
Quella di Salamanca era una scuola di pensiero basata sul pensiero di Tommaso d’Aquino, ma molto innovativa. Fondata da Francisco de Vitoria (1483-1546), teologo e giurista, la scuola diede un contributo fondamentale al diritto internazionale e ai diritti umani.
Nelle Relectiones de Indis (1539), Francisco de Vitoria sostenne che gli indios americani erano persone razionali con diritti naturali (proprietà, sovranità, libertà), non “schiavi per natura” come sostenevano alcune interpretazioni aristoteliche.
La scuola di Salamanca introdusse il concetto di ius gentium (diritto delle genti) come diritto naturale comune a tutti i popoli e la teoria della guerra giusta (bellum iustum): condizioni rigorose per legittimare una guerra, rifiuto delle guerre di conquista pura.
La scuola introdusse una teoria del potere in base alla quale l’autorità deriva dal popolo (pactum subiectionis), con diritto di resistenza al tiranno.
Mentre l’Europa protestante e la nascente scienza moderna (Galileo, Descartes) prendevano altre strade, questi autori spagnoli e portoghesi elaborarono un pensiero sofisticatissimo che influenzò il diritto internazionale moderno (Grozio ammise il debito verso Vitoria), la filosofia del diritto, il pensiero economico (precursori della Scuola di Vienna e dell’economia di mercato), il cattolicesimo post-tridentino.
Come non vedere nel richiamo alla Scuola di Salamanca un parallelo con l’attuale momento storico, dove ancora una volta l’etica, il diritto, l’inalienabile dignità dell’essere umano si confronta con la scienza, spesso ridotta a tecnica e dove emergono teorie transumaniste che tentano di diventare una sorta di religione soteriologica materialista.
“In quella sede universitaria, cinquecento anni fa – ha detto Leone XIV -, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere”.
Con onestà intellettuale Leone XIV ha anche sottolineato che “bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana”.
A tale proposito è sufficiente ricordare Hernán Cortés (Medellín, 1485 – Castiglia, 1547), il principale protagonista della conquista spagnola del Messico, uno degli eventi più decisivi e drammatici dell’epoca delle grandi esplorazioni europee, oppure l’Inquisizione spagnola (nota anche come Tribunal del Santo Oficio de la Inquisición), che fu un’istituzione giudiziaria ecclesiastica istituita nel 1478 e attiva fino al 1834. A differenza dell’Inquisizione medievale (controllata dal Papa), era sotto il diretto controllo della Corona spagnola.
Come non ricordare che nel 1542, poco prima dell’inizio del Concilio di Trento, papa Paolo III istituì la Congregazione del Sant’Uffizio (Inquisizione romana) con la bolla Licet ab initio, per combattere eresie e deviazioni, con la conseguenza di persecuzioni di massa, che si intensificarono soprattutto tra XVI e XVII secolo.
Leone XIV, preso atto dei disastri della storia, guarda all’attualità e al futuro e ricordando il contributo della Scuola di Salamanca ai parlamentari riuniti ha detto: “Quell’eredità vive anche in queste Cortes, ogni volta che il legislatore si chiede come far sì che il possibile sia giusto, che il legale sia veramente umano e che la volontà della maggioranza custodisca quei beni che appartengono a tutti e rispetti ciò che nessuna maggioranza può legittimamente violare”.
Di fronte “alle trasformazioni del nostro tempo, il nostro discernimento – ha aggiunto il Papa – deve concentrarsi sul posto che occupa la persona umana nelle nostre decisioni e su come si prospettano oggi, in modo nuovo, la dignità del lavoro, la solidarietà, la politica sociale e il bene comune. Questo discernimento parte da un’affermazione fondamentale: ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana. Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento”.
Interessante, in questo senso, il recupero di Benedetto XVI e del suo, Discorso al Parlamento Federale tedesco, 22 settembre 2011).





