Eterna e beata inconsapevolezza
Nell’intero sviluppo e costruzione del rapporto tra mente e parola, l’uomo ha alternativamente fatto leva, principalmente, sull’una o sull’altra.
Ma, sin dagli inizi del pensiero vedico, assistiamo a una supremazia della prima sulla seconda, in ragione del fatto che la parola non può che limitarsi a imitare la mente.
Allora, la questione concerne il modo di essere della mente, il modo diverso della manifestazione, capace di agire sia in modo calcolante che in modo intuitivo.
E, in tal guisa, il mito originario di Purusha rivela l’unicità del percorso e quindi la via che, in scia al pensiero iniziale di Parmenide, Heidegger descrive come l’essenza del disvelamento: “riunire ciò che è sparso”.
Come ha chiarito esemplarmente Gianfranco Bertagni: “si può immediatamente pensare a Iside che riunisce le membra disperse di Osiride; ma in fondo la dispersione delle membra di Osiride è appunto identica a quella delle membra di Purusha o di Prajâpati: sono soltanto, si potrebbe dire, due versioni della descrizione del medesimo processo cosmogonico in due forme tradizionali diverse (…)”; ma “conformemente alle regole tradizionali, poiché quest’ultima procede sempre in realtà da uno stesso ‘modello cosmico’” (tratto dal sito In quiete).
Ovvero: dall’uno al due (e i molti) e ritorno all’unità.
Nell’intera opera di Emanuele Severino il discorso scientifico approda all’uso della tecnica, che, a giudizio del filosofo, finisce nell’attualità anche del nostro presente di determinare il rovesciamento del rapporto di mezzo e scopo; nel senso da lui più volte chiarito: “trasformata da mezzo in fine, la tecnica ha conquistato il dominio sul mondo contemporaneo: il suo potere assoluto rappresenta il dispiegamento totale del carattere tecnico che a partire dai Greci l’Occidente attribuisce all’uomo” (In Il destino della tecnica, 1998).
La tecnica e l’uso che ne deriva è avvertita, pertanto, da Severino come una (più grave) minaccia per l’uomo, e non viceversa come una possibilità o un’opportunità che possa condurre a una sorta di “Paradiso artificiale” dell'”Apparato tecnologico-scientifico”, sia pure nella vagheggiata forma di un destino postumano “nel quale eliminare definitivamente la conflittualità religiosa e ideologica e soddisfare i bisogni dell’intera umanità, sia ‘individuali’ che ‘spirituali'”. (Dario Smizer, La filosofia di Severino. L’isolamento).
Ed è, infatti, esattamente così che il processo del modello cosmico si è manifestato ed è stato pensato sin dall’inizio, come un eterno rito.
Nel “Parmenide” di Heidegger, la questione della tecnica è stata sovente rappresentata come un problema che tenderebbe a risolversi negativamente per l’uomo.
E invece non è così.
Heidegger, infatti, scrive:
“Forse il problema molto dibattuto se sia la tecnica a rendere suo schiavo l’uomo, o se sia l’uomo a dominare la tecnica, è già un problema superficiale, poiché ci si dimentica di domandare quale sarebbe l’unica specie di uomo in grado di esercitare un ‘dominio’ sulla tecnica.
Le ‘filosofie’ della tecnica si comportano come se ‘la tecnica’ e ‘l’uomo’ fossero due ‘grandezze’ e due cose in sé lì presenti, come se cioè il modo in cui l’essere stesso appare e si sottrae non avesse già deciso circa l’uomo e la tecnica, vale a dire circa il rapporto fra l’ente e l’uomo, dunque la mano e la parola, nonché il loro dispiegamento essenziale”.
Oggi, siamo dunque al cospetto di un tentativo estremo di “colonizzare la mente” degli uomini? Non sarebbe (e non è) per nulla un fatto nuovo. È già accaduto ripetutamente in passato, e non è detto che non accada di nuovo.
E, tuttavia, da sempre, il processo della mente cosmica non mira che a un’unica dimora da abitare, un paradiso artificiale anche se frutto di un’eterna e beata inconsapevolezza. Ciò che potrebbe dirsi un paradosso della mente, un vero e proprio paradosso del demente, sia finalmente che eternamente, matto e beato.





