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Le isole decidono il mondo

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Un saggio di Elena Tempestini

La parola chiave che ti viene in mente mentre leggi Elena Tempestini nel suo davvero illuminante saggio: “Le isole decidono il mondo” è isomorfismo.

Le isole del mare evocano le sinapsi del cerebro umano, le anime come cristalli lucenti in un mare di luce, i nodi di una rete relazionale dell’Essere quando si mostra come essente, la rete relazionale del Lógos.

A ben guardare il saggio non è solo un testo di geopolitica, ma di filosofia e di metafisica, laddove la metafisica si occupa, heiddegerianamente, dell’essente illuminato dalla luce dell’essere.

Pensare al pianeta come un grande cervello, con le sue sinapsi o all’universo, con le sue galassie immerse nel vasto mare dell’universo, apre la mente al viaggio, cosicché ti senti Odisseo alla ricerca di te stesso in un viaggio che ti porta a scoprire il mondo e che ti riporta, comunque e sempre, a Itaca.

Il viaggio è metafora della vita, le isole sono esperienze nelle quali ti soffermi prima di riprendere la navigazione che ti ricondurrà a Itaca, l’isola dalla quale sei partito, luogo della tua anima.

Esco dalla fascinazione del simbolico per entrare nella realtà geopolitica che Elena Tempestini ci consegna, portandoci in navigazione tra un’isola e un’altra, per farci capire come le isole siano i nodi di una rete che costituisce l’oggetto principale dell’esercizio del potere degli Stati moderni.

Nella geopolitica attuale le isole, come i colli di bottiglia, sono punti fondamentali di quel potere che la geopolitica ha da sempre identificato nel controllo dei mari in ragione del controllo della terra.

Chi controlla i traffici, le vie di comunicazione, controlla l’economia del mondo e la sopravvivenza dei popoli.

Niccolò Rinaldi, nella prefazione al libro, lo definisce un “portolano del potere” e ne ha ben motivo, anche se solo si fa mente locale ad uno dei punti caldi del pianeta, in questa stagione di grande cambiamento.

Le isole, scrive Elena Tempestini, sono “nodi”, sono “piattaforme tecnologiche, nodi di una rete globale che trasporta il 95% del traffico Internet, gestisce flussi energetici, ospita sistemi di sorveglianza satellitare, radar, basi missilistiche, porti per sottomarini nucleari. […] Le isole non separano, connettono e filtrano. Sono punti in cui il mare smette di essere un vuoto e diventa un sistema. Chi le controlla non domina necessariamente gli oceani, ma ne governa il ritmo. Può attendere, osservare, intervenire quando necessario. Può rallentare la storia prima che precipiti”.

Isole come occhi che osservano, ma anche come katechon che amministra il tempo, evitando l’apocalisse.

Isole come storia e cultura, perché quando approdi a Rodi o a Creta ti vengono incontro antiche civiltà, pezzi di storia, arte e anche spiritualità, come ben evidenzia Augusto Vasselli nel suo Prologo al libro, quando scrive: “Appare, forse, utile tenere in debito conto gli aspetti spirituali e tradizionali, che nei Paesi occidentali sono tendenzialmente abbandonati…pertanto non possono essere ignorati gli aspetti cosiddetti spirituali, confessionali e anche laicamente intesi”.

“Certamente – afferma Vasselli – siamo stati di fronte a un processo, che nel recente passato è parso quasi lineare, ove, con l’avanzare della modernità, la tradizione è arretrata, quasi ad arrivare a una eclissi del sacro. Paradossalmente, questo processo, così complesso e articolato, potrebbe anche richiedere un’inversione di tendenza, con un ritorno della tradizione, ove il rapporto con il numinoso viene di nuovo attivato, anche con nuove modalità, diventando, in tal modo, a sua volta schema di riferimento, anch’esso utile ad affrontare il cammino in questa nuova era, il cui orizzonte rimane ancora tutto da scoprire”.

Fin dalle prime righe del suo saggio Elena Tempestini pone la questione delle questioni, ossia l’autonomia energetica e delle materie prime come elemento fondamentale di libertà, sovranità e, anche, di potere.

“Nel 1914, Winston Churchill – ci ricorda Elena Tempestini – prese una decisione che avrebbe cambiato la Royal Navy e, di conseguenza, il secolo: convertire l’intera flotta britannica dal carbone al petrolio. Fu una scelta audace, perché la Gran Bretagna possedeva carbone in abbondanza, ma non una goccia di petrolio. Da quel momento, il destino dell’impero più potente del mondo dipese da luoghi remoti: il Golfo Persico, il Medio Oriente, e soprattutto dalle rotte marittime che collegavano quei giacimenti alle metropoli industriali. Il controllo del mare non era più solo una questione di supremazia navale. Era diventato una questione di sopravvivenza economica”.

È quanto accade oggi alle grandi potenze, alcune delle quali hanno le materie prime, ma non l’energia sufficiente, altre l’energia ma non materie prime sufficienti, altre ancora, materie prime e energia, ma sono costrette all’interno di un limes di terra, circondato da potenze del mare.

La decisione di Winston Churchill ha espanso la potenza dell’Inghilterra al massimo della sua estensione imperiale, ma l’ha condannata alla dipendenza.

È quanto ha fatto ilo globalismo, guidato ancora una volta dalla stessa logica che nasce nella City, dove si intrecciano le due teste del serpente, quella imperialista monarchica e quella imperialista finanziaria.

Il globalismo, espressione di neo colonialismo, ha creato dipendenza e, oggi, debolezza strutturale, al punto tale che il gioco è sfuggito di mano agli europei ed è sul tavolo triangolare di Russia, Usa, e Cina.

Si apre una nuova stagione, dove la logica delle isole, intese come nodi di una rete, torna ad essere di estrema attualità, non solo per capire la geopolitica, ma anche per tentare di capire popoli, storia, geografia, mondo, con gli occhi di Odisseo.

 

 

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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