Escatologia minima per comprendere il “tempo speciale”
“Thiel e la luna” è un libro teologico-politico scritto da un Autore, Shabbat Menkaura, che, nell’attualità, è tra i pochi che conoscono e comprendono il significato del “meccanismo” assunto a fondamento del vivere comune dalle più antiche tradizioni culturali, e cioè, nell’espressione cronologicamente più a noi prossima, quello del katechon paolino.
Come dice l’Autore: “ciò che trattiene e colui che trattiene, corrispondente alla forza del bene, che trattiene l’avanzata del male”.
E, invece, direi piuttosto un topos letterario e, quindi, non “iniziale” nel senso heideggeriano del termine, ma risalente nell’antichità, secondo l’Autore, alla contesa cosmica tra Ahura Mazda e Angra Mainyu, così come figurata nei codici zoroastriani.
Personalmente, ritengo che la fonte originaria della prima narrazione risalga almeno ai codici pre-vedici e, quindi, in estrema sintesi, in conformità alla tesi in argomento sostenuta già da L. B. G. Tilak dapprima nel suo Orione, a fine Ottocento, e ribadita oggi da numerose prove scientifiche, secondo cui le tradizioni dell’attuale Oriente e Occidente sono entrambe derivati della più antica e originaria tradizione hindu e ancor prima protoindoeuropea, risalente all’Urheimat, sita, in base alle più recenti scoperte scientifiche, tra l’XI e l’VIII millennio dell’età antica (H. Haarmann).
E, tuttavia, la questione che l’Autore pone trascende in qualche modo le diverse epoche storiche, in quanto innestata sul rapporto tra “natura” e “tecnica”, ovvero sulla questione fondamentale che da oltre un secolo attraversa il destino dell’uomo – la dimora o il modo di abitare la terra, e cioè, come direbbe Emanuele Severino “lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo” – mediante la manifestazione di forze molto più potenti ed espansive rispetto a un passato recente, poco più che secolare.
In argomento, il saggio (di) Shabbat Menkaura offre al lettore una rassegna completa dei canoni tradizionali. Canoni in cui le forze della contesa cosmica assumono le figure del caos (o tenebra-ae) e dell’ordine (o luce).
In merito allo sviluppo puntuale delle diverse narrazioni, mi sovviene il testo del frammento 5 dell’opera parmenidea: … è per me indifferente/il punto da dove comincio: tanto là ti ritorno di nuovo.
Voglio dire che l’Autore, in base ai due elementa, logici ma anche matematici e quindi algoritmici, caos/ordine o tenebra/luce, indaga la realtà storica e attuale in modo circolare.
Da uomo di fede tradizionale, Shabbat Menkaura segue il canone novecentesco platonico-nietzschiano in contrapposizione al canone novecentesco aristotelico-heideggeriano, ovvero il meccanismo della volontà di potenza (actualitas) contro il meccanismo dell’energia evolutiva (energheia).
Ne consegue che per l’Autore lo sviluppo della ricerca e dell’analisi conduce a un eterno ritorno dell’eguale, che è la “volontà di potenza” dell’Uno-unente; mentre in Heidegger, viceversa, è un eterno ritorno del Medesimo ovvero l'”essere” che, nella qualità di Uno-unente, assume forma e vita in tutti e i diversi ess-enti.
E, dunque, come anticipato immediatamente qui in apertura, l’Autore riduce il teatro dello scontro degli essenti a una dimensione, esclusiva, che è “teo-logico-politica”; secondo la chiave di lettura della teoria escatologica (la luna) e l’indicazione (il dito) di Peter Thiel.
Scrive l’Autore: “Secondo lui il futuro appartiene a una élite di hackers e intelligenze artificiali che gestiranno un’umanità resa obsoleta. Questa non è una profezia, è una vera e propria escatologia rovesciata“.
E, tuttavia, immediatamente, aggiunge e precisa: “Thiel, invece, mantiene ancora un residuo di realismo ontologico: sa che la tecnologia può amplificare sia il bene che il male, ma non nega l’esistenza di una realtà anteriore e superiore alla simulazione”.
Ed è questa la manifestazione più visibile del “punto” da cui – si diceva poc’anzi – l’Autore comincia e ritorna. Egli professa e man-tiene la sua fede tradizionale, escludendo la possibilità di una realtà simulatoria futura superiore alla realtà passata e presente.
E tuttavia, per dirla anche alla Wittgenstein, occorrerebbe qui piuttosto una sorta di sospensione del giudizio o epochè, capace di oltrepassare i limiti delle tradizioni e s-confinare nell’Illimitato di Anassimandro, da cui nasce il detto originario dello stesso Logos, così caro anche all’Autore.
Lo stesso logos, figura del Medesimo, che fa dire al Sommo Poeta: Transumanar significar per verba / non si poria (Paradiso I, 70-71). Sì che è giunto ora il tempo in cui la contesa per l’antico scettro non si svolga più nel semi-cerchio del cielo ma nel semi-cerchio della terra.
Pur se, sia chiaro, per il sapiente Shabbat Menkaura è sempre una questione di fede nella tradizione e, in particolare, quella giudaico-cristiana.
Benché, secondo le parole del filosofo Cacciari, riportate nel corpo centrale del saggio: “se vien meno la fede, viene meno anche la speranza sulla Chiesa stessa” quale forza benefica che trattiene l’avvento definitivo del male.
E, allora, la lettera del saggio diventa preghiera.
La stessa preghiera che “il Patriarca Kirill di Mosca dopo la Divina Liturgia nella Cattedrale di Cristo Salvatore pronunciò il 20 novembre 2017; un annuncio che risuonò come un vero e proprio monito escatologico. Davanti a migliaia di fedeli dichiarò inoltre, senza mezzi termini, che oggi non è tempo di far dondolare la barca delle passioni umane oggi è tempo di riunire tutte le forze sane”.
Sì che, per l’Autore: “il dito di Kirill come quello di Thiel indicherebbe allora non più soltanto la Luna ma l’abisso che si apre sotto i nostri piedi”. E siamo così giunti nel campo della profezia, al quale, personalmente, intendo qui sottrarmi.
E, infine: all’attualità e allo scenario che figura l’essere-presente attraverso la contesa cosmica tra le forze della fede (rectius: fedi) tradizionale-sapienziale e le forze dell’intelligenza artificiale.
Tra l’opinione di Peter Thiel e quella di Ray Kurzweil: “Mentre Kurzweil vede nella Singolarità una sorta di “seconda venuta” laica e materialista, in cui l’uomo diventa dio collettivo, Thiel vi scorge piuttosto il compimento del peccato originale: il desiderio prometeico di mangiare nuovamente dall’Albero della Conoscenza, questa volta attraverso il silicio e gli algoritmi”.
E l’opinione di Nick Bostrom: “mentre Bostrom si concentra quasi esclusivamente sui rischi esistenziali e sulla sopravvivenza fisica dell’umanità, Thiel vede un pericolo ancora più profondo: quello spirituale”.
E, infine, quella di Elon Musk: “Mentre Musk accelera verso la fusione uomo-macchina convinto che sia l’unico modo per non essere sopraffatti, Thiel vede proprio in Neuralink il simbolo della resa definitiva: l’uomo che, temendo la macchina, finisce per diventare lui stesso macchina”.
In tempo di rivoluzione pur sempre scientifica – come evidenzierebbe e sottolineerebbe Giorgio de Santillana -, che l’Autore chiama “speciale”, risuona altresì l’eco, direi più profonda, del Magnifico: “mentre ammiriamo la potenza delle nostre creazioni, rischiamo di non vedere che esse stanno prendendo il posto di ciò che fino a ieri era riservato a Dio e all’uomo. E quando questo processo sarà completo, cosa resterà di noi?”
Del doman non v’è certezza.
Allora l’Autore conclude: Riconosciamo almeno la possibilità. Così che mi sia permesso un personale vezzo: l’essere è e non è possibile che non sia / il non essere non è e non è possibile che sia.





