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Meloni non si pieghi: arriverà il “Dear Giorgia”

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Prossima mossa un gesto di distensione da Washington?

Le parole di Donald Trump contro l’Italia e contro Giorgia Meloni vanno lette per quello che sono: dichiarazioni muscolari, funzionali a una strategia politica interna e internazionale, non l’anticamera di una rottura reale.

È un copione già visto, in cui la pressione pubblica serve a ridefinire i rapporti di forza, non a spezzarli.

Proprio per questo, arretrare adesso sarebbe un errore.

L’Italia non è un alleato marginale né intercambiabile. La sua posizione nel Mediterraneo, il ruolo nelle infrastrutture militari e la capacità di mediazione europea la rendono un perno strategico per Washington, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca. Trump può alzare i toni, ma non può permettersi di perdere Roma. E lo sa bene.

Il punto, allora, non è reagire alle provocazioni, ma governarle.

Giorgia Meloni ha scelto una linea più assertiva rispetto al recente passato: fedeltà all’alleanza, ma non subordinazione automatica. È una postura che riflette una realtà mutata. Gli Stati Uniti di oggi non sono quelli dell’ordine liberale post-Guerra Fredda, e l’Europa non può più limitarsi a eseguire. In questo contesto, dire no — come nel caso dell’uso della base italiana di Sigonella, rievocato nelle ultime ore da Trump — non è un atto ostile, ma un’affermazione di sovranità dentro l’alleanza.

Chi legge lo scontro come una frattura definitiva ignora la storia.

Nel 1985, proprio durante la crisi di Sigonella, lo scontro tra Ronald Reagan e Bettino Craxi fu durissimo, ben più di oggi. Eppure, dopo la tensione, arrivò rapidamente la ricucitura dello strappo. Non per cortesia diplomatica, ma per necessità strategica. Gli Stati Uniti avevano bisogno dell’Italia, esattamente come oggi.

Trump, che pure ama presentarsi come uomo di rottura, non sfugge a questa logica. Anzi, vi è pienamente immerso. Ben più isolato rispetto ad altri leader europei – da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, fino a Keir Starmer – non può permettersi di incrinare anche il rapporto con Roma. Dopo la debacle di Orban in Ungheria, l’Italia di Giorgia Meloni resta infatti uno degli ultimi interlocutori con cui costruire un dialogo politico praticabile nel continente.

Ecco perché la fermezza italiana non indebolisce il legame transatlantico: lo rafforza. Un’alleanza tra pari è più solida di una relazione gerarchica.

Meloni, dunque, non dovrebbe cedere alla tentazione di abbassare il profilo dinanzi ai toni apocalittici di Trump per evitare lo scontro. Al contrario, dovrebbe consolidare questa linea: cooperazione sì, ma su basi chiare, condivise e rispettose degli interessi nazionali ed europei.

Perché, alla fine, è molto più probabile che sia Washington a fare un passo indietro, piuttosto che Roma.

Come accadde allora, nel 1985, dopo Sigonella, quando alle tensioni seguirono lettere concilianti e il riconoscimento reciproco del valore strategico dell’alleanza, anche oggi lo scontro verbale è destinato a rientrare. E non sarebbe sorprendente se, dopo i toni accesi, arrivasse proprio da Washington un gesto di distensione.

Dopo il “Dear Bettino” di Ronald Reagan di quarant’anni fa, una versione contemporanea firmata Donald Trump da recapitare ancora una volta a Palazzo Chigi, stavolta all’indirizzo di Giorgia Meloni. Non per gentilezza. Per necessità.

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