La geometria decisionale per l’energia e le materie prime
L’interrogativo se Trump sia pazzo o un furbo stratega ci riguarda, in quanto analizzare le mosse, i comportamenti, le esternazioni del presidente della (ancora e per ora) più grande potenza mondiale non può ridursi alla metodologia, ormai di moda, delle percezioni o, a quella, ampiamente analizzata, da René Girard nel suo “Il capro espiatorio”.
Dopo aver accennato al contesto religioso nel quale si muove Donald Trump, cosa che ho fatto nel mio articolo di ieri: https://www.nuovogiornalenazionale.com/trump-gli-usa-evangelici-e-il-papa/, mi avvalgo oggi di un articolo dal titolo: “Lo psichiatra Mencacci: «Trump non è pazzo, la sua è una strategia politica»”, pubblicato il 17 aprile da un quotidiano, come è la Repubblica, che non si può certamente dire essere tenero nei confronti del presidente degli Stati Uniti.
La Repubblica ha intervistato Claudio Mencacci, psichiatra, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINPF) e direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano.
La domanda che viene posta allo psichiatra è se Trump sia impazzito o sia furbo.
Mencacci risponde che la “sua comunicazione non è empatica, perché non ascolta gli altri. È spesso conflittuale. Nel suo messaggio rende fragile la solidarietà fra persone. Ma non è pazzo”.
“Questa spinta a fare diagnosi a Trump – aggiunge Mencacci – è pericolosa, perché tendiamo a giustificare i suoi comportamenti. La chiave di lettura non stigmatizza quello che fa ma sembra giustificarlo. Prima di Caligola e anche dopo abbiamo già incontrato problemi di salute mentale nella storia. Ma credo che quella di Trump sia una strategia. Fra l’ipotesi che sia pazzo o furbo, sceglierei la seconda”.
Mencacci non propende per elementi patologici o psichiatrici, ma per atteggiamenti “legati al solipsismo”, un “modello comportamentale, non patologico, quindi, che fa riferimento a tratti come l’incapacità di conformarsi alle regole, il disprezzo delle norme sociali, la tendenza alla menzogna, l’irritabilità, la mancanza di empatia e di rimorso, tutti elementi ampiamente descritti nella letteratura psichiatrica. Siamo in presenza di quella che possiamo definire una cecità emotiva. Trump vede la realtà solo attraverso di sé e si considera un ‘creatore’ generoso. Non riconosce l’autonomia dell’altro. Sono caratteristiche che, se osservate nella gestione di un potere senza limiti, assumono un peso completamente diverso rispetto alla vita privata”.
“Comunque – dice Mencacci – non va persa la sua strategia che lo porta sempre sulla soglia di un burrone, finendo però per salvarlo all’ultimo. La sua è una strategia per raggiungere i suoi obiettivi”.
Sarà, pertanto, interessante, cercare di capire quale sia la sua strategia, al di là delle mosse tattiche, a volte incomprensibili se non inquadrate in un orizzonte strategico.
Prima di arrivare alla strategia è necessario soffermarsi ancora per qualche riga di questo articolo sugli aspetti psicologici.
René Girard, spiega che essendo la crisi “innanzi tutto crisi del sociale, esiste una forte tendenza a spiegarla attraverso cause sociali e specialmente morali” e che l’elemento accusatorio delle folle tende, accanto “ai criteri culturali e religiosi” a mettere in campo anche elementi fisici quali la “malattia, la follia”.
Lo schema funziona benissimo per quanto si è detto e scritto di Putin, di volta in volta pazzo o malato terminale.
Se “l’infermità, anche accidentale – spiega Girard – inquieta, è perché trasmette un’impressione di dinamismo destabilizzante. Sembra minacciare il sistema in quanto tale”.
Aggiunge Girard: “Ed è quasi una legge che le folle si rivoltino contro coloro che hanno esercitato su di esse un eccezionale ascendente”.
Va inoltre considerato che Donald Trump è scampato per pochissimo al suo assassinio grazie ad un movimento della testa che gli ha evitato di essere centrato pienamente nel cervello. Evento, questo, che ha convinto lui, e non solo lui, che ci sia stato, ad evitargli la morte, un intervento divino: aspetto che ben si inserisce nella logica eccezionalista degli evangelisti.
Veniamo ora alla strategia, così come sembra poter essere identificata. Strategia alla comprensione della quale ci aiuta il bel libro di Elena Tempestini: “Le isole decidono il mondo”, al quale dedico una recensione in questo stesso numero del giornale.
Il futuro di chi abita provvisoriamente questo pianeta si decide più che mai in rapporto al possesso dell’energia e delle materie prime.
La Russia le possiede entrambe. La Cina ha quasi del tutto monopolizzato le materie prime e la loro raffinazione, ma è debitrice di altre parti del mondo per quanto riguarda l’energia.
Gli Stati Uniti d’America sono energeticamente autonomi, non lo sono per quanto riguarda le materie prime e, per bilanciare il rapporto con la Cina, devono controllare i “nodi”, gli “stretti” della catena di distribuzione dell’energia (gas e petrolio), costringendo Pechino ad una trattativa. In questo gioco il controllo dei “colli di bottiglia” (Hormuz, Malacca, ingresso nel Mar Rosso, ecc.) è fondamentale, in quanto controllando le strettoie delle vie d’acqua si costringe al Cina a venire a patti.
In questa strategia è fondamentale, per gli USA, avere la Russia non come nemico, ma come interlocutore e, se possibile come alleato, motivo per il quale la posizione degli europei sull’Ucraina è per gli USA un ostacolo.
Con la Russia gli USA vogliono stabilire chi passa e chi non passa dalle vie dell’Artico, aprendo, anche per questo una trattativa con la Cina, che vorrebbe avere basi anche da quelle parti.
Finché l’Unione Europea e la NATO, sotto pressione inglese e francese (leggi Rothschild e famiglia delle monarchie) insisteranno, cavalcando l’isteria dei Paesi baltici, a confliggere con Mosca, saranno considerati da Washington degli elementi di disturbo.
Ne consegue, come si può ben vedere, la minaccia di chiudere la Nato e l’uso di parole pesanti nei confronti di inglesi e francesi e di chi con loro si schiera.
Anche l’avvertimento alla Nato di star lontana da Hormuz e agli europei, che non sono stati utili, di stare a casa, risponde ad un gioco dove gli USA, con l’Iran (leggi Cina) puntano ad essere i controllori di Hormuz. Francesi, inglesi e compagnia cantante, Italia compresa, non sono i benvenuti.
Il tavolo delle decisioni è triangolare: Usa, Russia e Cina e può diventare pentagonale se si aggiungono Arabia Saudita e India e ettagonale con Giappone e Australia (in questo caso con un occhio attento a quanto accadrà nel Pacifico).
La geometria dei nuovi assetti mondiali, che è la strategia di Trump, al netto delle sue stravaganze comunicative e anche delle sue rozzezze da scaricatore di porto, è tutto sommato facile da capire: avere in mano i “colli di bottiglia” delle catene degli approvvigionamenti del mondo, puntando ad un accordo con Russia e Cina.
Il titolo di questa strategia è: aree di influenza versus globalismo finanziario e neo coloniale.
In tutto questo gli europei, che sono diventati ciechi e schiavi di poteri declinanti e morenti, non possono dire granché.
L’Italia, se saprà sganciarsi dalle follie anglo-francesi e dagli isterismi baltici, avrà sicuramente un ruolo fondamentale nel Mediterraneo (gli Usa ne hanno bisogno per guardare al pacifico), che rimane uno dei punto nodali del nuovo assetto, sia in rapporto alle catene di distribuzione, sia in rapporto al Medio Oriente e all’Africa, ma per essere quello che può essere l’Italia non deve seguire le logiche degli inglesi e dei francesi, ma quelle, rozze ma strategiche, del solipsista Trump che, come dice lo psichiatra Mencacci, non è pazzo, magari antipatico, nel suo solipsismo anche volgare, ma pazzo no.





