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Trump, gli USA evangelici e il Papa

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USA evangelici

Peter Brian Hegseth come Georg Bush junior

Se si vuol tentare di capire la realtà dell’attuale scontro tra Donald Trump e Papa Leone XIV è necessario andare oltre l’apparenza, evitare di arruolarsi nelle guardie svizzere o nei navy seals e rendersi conto che dagli statunitensi il Papa cattolico apostolico romano non è percepito come lo percepiscono gli italiani.

Guardare la realtà con lo sguardo provinciale serve solo ad arruolarsi, non a capire quanto sta avvenendo.

Ci sono due elementi da tenere preventivamente in considerazione per comprendere a fondo l’attuale, benché rozza, presa di posizione di Trump che, tra l’altro, ha coinvolto anche Giorgia Meloni.

Il primo elemento riguarda il fatto che normali relazioni diplomatiche tra USA e Santa Sede sono state stabilite solo nel 1984, quando negli States era presidente Ronald Reagan e sul Soglio di Pietro sedeva il polacco Giovanni Paolo II.

Il secondo elemento riguarda il fatto che gli abitanti degli States sono in maggioranza protestanti, con una netta prevalenza degli evangelisti, i quali non hanno mai smesso di pensare ad Armageddon (lo scontro finale tra il Bene e il Male), all’Apocalisse come soluzione finale che apre il tempo della Parusia, con la conversione di tutti al cristianesimo e l’avvento del Regno di Dio.

Ovviamente, in base all’accezionalismo americano, gli statunitensi si ritengono inviati da Dio a convertire il mondo e a portare sulla terra la loro idea di come si deve vivere.

Peter Brian Hegseth, detto Pete (Minneapolis, 6 giugno 1980), è un ex militare, politico e conduttore televisivo statunitense, segretario della difesa degli Stati Uniti d’America ed esponente di punta della galassia evangelista, così come lo è stato Georg Bush junior, l’artefice della guerra in Iraq. È la stessa galassia evangelista che, nella sala ovale della Casa Bianca ha riunito i pastori evangelici per benedire Trump.

Non si può evitare di considerare che, in questo confronto al quale stiamo assistendo, ci siano elementi religiosi preoccupanti, in quanto dotati di sufficiente fanatismo.

Fanatismo al quale corrisponde quello degli ayatollah e dei pasdaran iraniani, i quali considerano gli Usa il Grande Satana e Israele il Piccolo Satana. Ovviamente anche loro sono il Bene che combatte il Male.

Poi tutti invocano Dio perché li faccia vincere e benedica i loro cannoni, pratica, peraltro non nuova, visto che i preti, nei secoli, hanno benedetto tutte le guerre in opposti eserciti chiamando Dio a garantire la vittoria.

Siamo, evidentemente, in un manicomio, dove Dio ha ben poco a che fare con chi lo invoca per vincere questa o quella guerra e, da laici, assistiamo a questa follia dalla quale per fortuna il Divino si astiene.

Negli Stati Uniti, circa il 62-70% della popolazione si identifica come cristiana, con una maggioranza protestante (circa 40-46%) e una consistente minoranza cattolica (19-21%).

È in crescita la quota dei non affiliati (“nones”), che rappresenta circa il 29% della popolazione, inclusi atei e agnostici.

Circa la metà degli americani considera la religione “molto importante” nella propria vita, una percentuale più alta rispetto all’Europa.

Nell’Unione Europea, infatti, la Chiesa cattolica romana costituisce il maggior gruppo cristiano, con una rappresentanza del 48% dei cittadini, mentre gli affiliati al protestantesimo compongono il 12% e la Chiesa ortodossa l’8%, mentre gli altri cristiani rappresentano il 4% della popolazione, ma la religiosità è assolutamente superficiale e non praticata.

Negli Stati Uniti, questo l’elemento da considerare, è sempre influente – anche alla Casa Bianca – una visione geopolitica legata all’estremismo religioso dei gruppi evangelical che predicano l’imminente fine e hanno avviato il conto alla rovescia che si concluderà con l’Armageddon, lo scontro finale che determinerà la fine del mondo, il ritorno di Gesù, la conversione dei popoli alla sua predicazione e l’instaurazione del Regno di Dio.

Chi comanda oggi al Pentagono è totalmente avvolto da questa idea e predica sermoni.

L’altro elemento del quale è necessario tenere conto è che le relazioni bilaterali tra gli Stati Uniti e la Santa Sede furono ufficialmente stabilite nel 1984 con l’accordo tra Giovanni Paolo II e Ronald Reagan e le successive nomine di William Wilson, come Ambasciatore presso la Santa Sede, e dell’Arcivescovo, Monsignor Pio Laghi, quale Nunzio Apostolico.

Inizialmente gli Stati Uniti avevano istituito un’ambasciata presso il Pontefice nel lontano 1797, all’inizio della loro esistenza indipendente. Successivamente, però, le relazioni tra le due parti si sono interrotte bruscamente nel 1867, settanta anni precisi dopo il loro inizio.

La Santa Sede e la Casa Bianca non hanno più avuto rapporti ufficiali fino al 1939, quando in dicembre il Presidente Roosevelt decise di scrivere a Pio XII per proporgli di inviare in Vaticano un suo rappresentante personale.

In questo modo, il Presidente avrebbe ovviato al problema dell’autorizzazione da parte del Congresso, che aveva approvato nel 1867 una legge che revocava il finanziamento alla rappresentanza diplomatica presso il Pontefice e che non era intenzionato a riprendere in mano la questione. Il diplomatico scelto per questo compito era Myron Taylor, un ex industriale, che si sarebbe rivelato l’uomo giusto al momento giusto.

Queste le ragioni addotte nel 1867 dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti per fermare la legazione con Roma:

1) l’intolleranza papale – il culto protestante a Roma era proibito e soggetto all’inquisizione anche nelle case private;

2) il minore bisogno – le relazioni con uno Stato che era sul punto di essere assorbito dal Regno d’Italia non sarebbero state di grande utilità;

3) la natura «ornamentale» del posto non favorirebbe il popolo americano;

4) le spese – la legazione sembrava essere una spesa inutile;

5) il punto di vista costituzionale – era una possibile violazione della separazione tra Chiesa e Stato, soprattutto dopo l’eliminazione quasi totale del potere temporale del Papa.

Il risultato del dibattito alla Camera dei Rappresentanti fu un voto largamente favorevole (82 contro 18) alla chiusura della legazione a Roma.

C’è stata negli USA una forte opposizione nazionale alle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Vaticano.

I gruppi o individui che hanno parlato contro rappresentano un largo ventaglio: il Consiglio nazionale delle chiese, l’Associazione nazionale degli evangelici, il Comitato unito dei battisti per gli affari pubblici, la Conferenza generale degli avventisti del 7° giorno, la Moral majority e gli americani per la Separazione tra Chiesa e Stato. C’è stata anche l’opposizione da parte degli ebrei, ma questa voce è stata attutita.

Finalmente arriviamo al 22 settembre 1983, quando il Senato ha approvato un emendamento al progetto di legge del Dipartimento di Stato che abrogava l’interdizione del 1867 di utilizzare dei fondi del governo per sostenere le relazioni diplomatiche con la Sede.

Questo emendamento è diventato legge il 22 novembre, non senza suscitare discussioni e contrarietà.

Non sono cessate, infatti, le obiezioni, in quanto gli ambasciatori del Papa (nunzi) sono stati e sono strettamente impegnati negli affari politici interni e esterni dei differenti paesi (America del sud, per esempio) e per il fatto che è ritenuto discriminatorio avere delle relazioni diplomatiche col Vaticano.

Questo rappresenta una violazione del principio americano del pluralismo e dell’uguaglianza di tutte le religioni e le chiese di fronte alla legge e al governo.

Inoltre è ritenuto irreale e di fatto impossibile fare una differenza tra il Papa come capo della Chiesa cattolica e capo dello Stato del Vaticano. In realtà, le relazioni diplomatiche non sono col Vaticano e con lo Stato del Vaticano, ma con la Santa Sede.

Il Vaticano è semplicemente la residenza ufficiale del Papa e il centro della Città del Vaticano. Il Papa e la Curia formano insieme la Santa Sede (Sede apostolica, Chiesa romana, Curia romana) e non la Città del Vaticano.

Un ambasciatore della Santa Sede è per conseguenza un ambasciatore che rappresenta il capo e il governo della Chiesa cattolica romana.

È interessante notare che il primo nunzio a Washington, l’arcivescovo Pio Laghi, in una conferenza all’Università cattolica d’America, il 6 aprile 1984, ha sottolineato chiaramente che è un errore stabilire le relazioni diplomatiche con la Città del Vaticano in quanto Stato.

Egli ha detto: “Coloro che interpretano la diplomazia papale come proveniente dalla sovranità temporale del Papa non comprendono la vera natura della missione della Santa Sede. Le relazioni diplomatiche sono «con la Chiesa cattolica» come tale, e «la diplomazia papale riposa essenzialmente sulla sovranità spirituale della S. Sede» “.(Pio Laghi citazione del libro di R.A. Graham «Vatican Diplomacy» p. 15).

Conseguentemente, per un americano statunitense, il Papa cattolico è non solo uno dei tanti rappresentanti della fede cristiana, ma anche un rappresentante poco amato e poco gradito da sempre, quando non un concorrente.

È in questo quadro che va collocata la presa di posizione di Trump, che non considera il Papa cattolico niente di più dei pastori evangelici.

La presa di posizione, pertanto, rientra pienamente in un ambito politico che fa sapere al Papa cattolico che la sua politica non è condivisa da Washington, che non guarda a Roma come al centro della cristianità, ma come a uno dei tanti centri di una delle tante confessioni religiose che si riferiscono a Gesù Cristo.

Qui Trump non è altro che l’interprete di un mondo che preme, quello evangelico, che pare oggi avere molta più influenza di altri, al punto tale da dettare l’agenda della Casa Bianca.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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