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A Hormuz è in gioco la talassocrazia degli Stati Uniti

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talassocrazia degli Stati Uniti

USA e Israele, due esigenze vitali per una guerra sola

Guardare a Trump e alle sue esternazioni da solipsista sguaiato è come guardare al dito perdendo di vista la luna. Guardare a Netanyahu come ad un guerrafondaio che difende sé stesso è come guardare al dito perdendo di vista la luna.

Israele e Stati Uniti stanno combattendo, al di là degli attuali attori sul proscenio, una guerra con due obiettivi apparentemente diversi, ma assai simili.

Israele ha ben presente che l’Iran degli ayatollah e dei pasdaran ha come obiettivo quello di eliminare la presenza dello Stato ebraico dalla faccia della terra e, come secondo obiettivo, quello di estendere la sua proiezione di potenza imperiale sul Medio Oriente in concorrenza con gli Stati arabi sunniti.

Israele, pertanto, combatte per la sua sopravvivenza, essendo minacciato dall’Iran e dai suoi proxy (Hamas, Hezbollah, Houthi).

Sulla stessa linea anche gli Stati arabi sunniti, i quali si sentono minacciati da una possibile egemonia iraniana garantita dal possesso della bomba atomica. Minaccia che li costringerebbe a mettersi sotto l’ombrello atomico di Israele, che la bomba, anche se non ufficialmente, la possiede.

Fin qui è chiaro che Israele punta al cambio di regime e, se possibile, anche al cambio della stessa situazione istituzionale iraniana, con un nuovo assetto che veda o lo spezzettamento territoriale o, comunque, l’avvio di un processo di decentramento decisionale che dia spazio alle minoranze che, nell’insieme, rappresentano il 50% del Paese.

Con la stessa determinazione Israele punta all’eliminazione di Hezbollah, Hamas e Houthi. Questione di sopravvivenza.

Se al posto di Netanyahu ci fosse anche Pinocchio la situazione non cambierebbe di una virgola, pertanto inutile cercare nella psichiatria la causa che motiva Netanyahu, perché lui è semplicemente la sintesi di una politica di sopravvivenza e di deterrenza dello Stato d’Israele.

Lo stesso dicasi di Donald Trump, perché oggi, in relazione alla guerra con l’Iran, gli Stati Uniti si giocano la partita delle partite, ossia la tenuta della loro talassocrazia.

Una vecchia regola della geopolitica è che chi comanda i mari comanda la terra. Lo aveva ben capito il Regno Unito, che ha dominato i mari per secoli, dopo aver sconfitto la Invincibile Armata spagnola, decretando la fine dell’egemonia spagnola sui mari.

Scrive Carl Schmitt, nel suo Terra e Mare (Giuffré Editore) che la “storia del mondo è storia di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare”.

La potenza marinara punta a condizionare la potenza di terra controllando i rifornimenti, ossia quelle che oggi si chiamano la supply chain. La questione di Hormuz è da inscrivere in questo contesto concettuale.

Piccolo intermezzo storico.

Nel 1588, il re cattolico di Spagna Filippo II organizzò una gigantesca flotta di circa 130 navi (tra galeoni, navi mercantili armate e altre unità) con oltre 29.000 uomini. L’obiettivo era invadere l’Inghilterra protestante della regina Elisabetta I, porre fine alle incursioni dei corsari inglesi (come Francis Drake) contro le navi spagnole cariche d’oro dalle Americhe e restaurare il cattolicesimo in Inghilterra.

La flotta spagnola, comandata dal Duca di Medina Sidonia, entrò nel Canale della Manica per congiungersi con l’esercito del Duca di Parma nei Paesi Bassi e poi sbarcare in Inghilterra.

L’Invincibile Armata fu sconfitta e distrutta.

Gli inglesi, guidati da Lord Charles Howard e con comandanti come Francis Drake, John Hawkins e Martin Frobisher, avevano navi più agili e veloci e usavano una tattica di artiglieria a distanza (con cannoni più manovrabili e meglio addestrati), evitando lo scontro ravvicinato tradizionale degli spagnoli (che preferivano l’arrembaggio con soldati).

Importante sottolineare questo particolare, perché, come ben spiega Carl Schmitt, la tecnica di abbordaggio è relativa ad una guerra di terra che usa navi, mentre gli inglesi, durante la guerra alla Spagna, misero in atto una vera e propria guerra navale.

La notte tra il 7 e l’8 agosto 1588, gli inglesi lanciarono 8 navi incendiarie contro la flotta spagnola ancorata al largo di Calais. Questo causò il panico e gli spagnoli tagliarono le ancore e si dispersero, rompendo la loro formazione compatta a mezzaluna. Nel corso della Battaglia di Gravelinga (8 agosto), gli inglesi attaccarono la flotta disorganizzata. Gli spagnoli subirono pesanti danni (navi affondate o catturate), ma gli inglesi dovettero interrompere per mancanza di munizioni. Dopo Gravelinga, venti forti e tempeste spinsero l’Armata verso nord, lungo le coste di Scozia e Irlanda. Molte navi naufragarono sulle scogliere o affondarono per fame, malattie e danni. Solo circa 53-60 navi tornarono in Spagna, con perdite umane tra i 10.000 e 20.000 uomini.

Per la Spagna fu un colpo durissimo che ne determinò il declino del dominio navale, mentre rafforzò la posizione dell’Inghilterra come potenza marittima emergente, aprendo la strada all’espansione coloniale e commerciale britannica nei secoli successivi.

La vittoria entrò nella leggenda con il famoso discorso di Elisabetta I: “Ho il corpo di una donna debole, ma il cuore e lo stomaco di un re”.

Ovviamente la propaganda inglese esaltò la vittoria come segno della protezione divina.

Anche questa di tirare in ballo Dio non è una novità.

Carl Schmitt evidenzia la specificità della presenza sul mare dell’Inghilterra nel fatto che “in un momento storico e in un modo completamente diverso rispetto alle precedenti potenze marinare, ha compiuto una trasformazione elementare, ha veramente spostato la sua esistenza dalla terra all’elemento del mare. In tal modo non ha vinto solo molte battaglie sul mare e molte guerre ma qualcosa di completamente diverso e infinitamente superiore, e cioè ha compiuto una rivoluzione e, propriamente, una rivoluzione del tipo più grande, una planetaria rivoluzione spaziale”.

Con la sua proiezione sui mari l’Inghilterra ha conquistato lo “spazio mondo”.

Dopo la seconda guerra mondiale il timone della flotta sui mari dello “spazio mondo” è passato agli Stati uniti d’America e qui arriviamo al punto che riguarda Hormuz e l’attuale braccio di ferro con l’Iran.

Occuparsi dell’altalena mediatica è ormai semplicemente deprimente. Ieri la sintesi delle notizie era la seguente: segnali contrastanti sul negoziato Usa-Iran. Il presidente Donald Trump ha annunciato la ripresa dei colloqui in Pakistan, ma dopo la cattura da parte americana di un’imbarcazione iraniana che aveva tentato di passare lo stretto di Hormuz, Teheran frena e minaccia ritorsioni. L’Iran ieri mattina ha attaccato con droni navi militari statunitensi nel Golfo dell’Oman e secondo Al Jazeera, potrebbe disertare l’appuntamento negoziale. La Casa Bianca: “Offriamo un accordo equo, accettino o distruggeremo ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran”.

Trump è impazzito? Ha affittato una stanza al manicomio di Tel Aviv assieme a Netanyahu, come vorrebbero alcuni divertenti commentatori che sembrano appena usciti da Gardaland dove hanno fatto il giro di tutte le giostre e hanno il cervello in confusione?

La verità, semplice, ma di importanza vitale, è che gli Stati Uniti non possono cedere all’Iran il controllo dello stretto di Hormuz e tantomeno un pedaggio (che è la stessa cosa) perché questo significherebbe che la loro talassocrazia, ereditata dagli inglesi, ben descritta da Carl Schmitt, è finita.

Finita la talassocrazia è finito l’impero.

Su questa affermazione è d’accordo la gran parte degli osservatori militari e degli esperti di geopolitica.

In gioco c’è la proiezione di potenza mondiale degli Stati Uniti, il loro “spazio mondo”.

Trump c’entra come i cavoli a merenda. Un impero non si dimette, crolla, come è accaduto a tutti gli imperi della storia.

Gli Stati Uniti, dopo la seconda guerra mondiale, hanno fatto e perso tutte le guerre e sono ancora la potenza che si proietta sullo “spazio mondo” perché controlla i mari, gli stretti, le isole.

Se viene meno il controllo dei mari, degli stretti, delle isole, viene meno la talassocrazia e crolla l’impero.

Lo Stretto di Hormuz deve essere sotto il controllo Usa, motivo per il quale Trump ha deciso il blocco navale.

Ovviamente quale sia la posta in gioco l’ha capito bene la Cina, che ha aiutato e aiuta l’Iran a resistere, pensando di infliggere, per interposta guerra, il colpo più duro che si possa infliggere agli Usa.

Lo hanno capito anche gli inglesi, che non hanno mai smesso di pensarsi come impero e che, con i Volonterosi a guida loro e del pupillo francese della finanza ebraica loro sodale, vorrebbero entrare in partita, non come Nato, non come Unione Europea, non come Onu, ma come alleanza a geometria variabile, diretta e guidata dall’asse anglo-francese.

Macron ha spiegato che Parigi e Londra hanno “già iniziato a coordinarsi” per creare una missione “neutrale, completamente separata da qualsiasi parte belligerante”, con l’obiettivo di “sostenere e mettere in sicurezza le navi mercantili” nel Golfo.

Starmer ha aggiunto che i due Paesi guideranno l’iniziativa, alla quale “oltre una dozzina di Paesi” hanno già promesso di contribuire con assetti. “Sarà una missione strettamente pacifica e difensiva per rassicurare il traffico commerciale e sostenere le operazioni di sminamento – ha detto – Riaprire lo stretto è una necessità e una responsabilità globale: dobbiamo far ripartire i flussi energetici e commerciali, ridurre i prezzi per i cittadini e ristabilire pace e stabilità”.

E l’Italia che fa? Si mette al seguito di Sua maestà britannica e del pupillo dei Rothschild?

L’Italia, ha detto Giorgia Meloni, “è pronta a fare la sua parte”.

“La centralità del tema della riapertura di Hormuz nel processo negoziale è particolarmente chiaro sulla base degli sviluppi di queste ore. La libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, ha aggiunto Giorgia Meloni, “è una questione assolutamente centrale per la nostra nazione, per l’Italia, per l’Europa, per la comunità internazionale nel suo complesso”.

L’Italia, afferma la premier, offre “la sua disponibilità a mettere a disposizione le proprie unità navali, chiaramente sulla base di una necessaria autorizzazione parlamentare per quelle che sono le nostre regole costituzionali”.

Tale presenza internazionale nello Stretto di Hormuz “può essere avviata soltanto quando ci sarà una cessazione delle ostilità – chiarisce – in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”.

Tutti vuol dire tutti, ossia anche gli USA, le monarchie del Golfo, l’ONU. Altro che Volonterosi.

Giorgia Meloni sottolinea che si tratterebbe di un impegno “in linea con il lavoro che abbiamo già fatto per la difesa della libertà di navigazione” e ricorda le operazioni europee Aspides e Atalanta.

Ecco, appunto, c’è già Aspides.

E qui alcuni chiarimenti vanno fatti.

Se è necessaria, per ogni intervento italiano, la cessazione della ostilità e, se come s’è detto, per gli Usa la questione vitale è il controllo dello Stretto di Hormuz, qualsiasi operazione non potrà che essere in sintonia con Washington, a meno che non si voglia aprire, in compagnia con inglesi e francesi, una frattura difficilmente ricomponibile, dal momento che in gioco c’è la talassocrazia Usa.

Operazione Aspides (ufficialmente EUNAVFOR Aspides) è una missione navale dell’Unione Europea di natura puramente difensiva, lanciata il 19 febbraio 2024 sotto la Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC/CSDP). Il nome deriva dal greco antico “ἀσπίδες” (aspides), che significa “scudi”.

Niente a che fare con i Volonterosi a guida anglo francese. Qui la responsabilità è dell’Unione Europea.

L’area di operazioni include il Mar Rosso, lo Stretto di Bab el-Mandeb, il Golfo di Aden, il Mar Arabico, il Golfo di Oman, il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz (con sorveglianza).

Aspides si limita a un ruolo difensivo di scorta e protezione, in linea con la Risoluzione 2722 del Consiglio di Sicurezza ONU e il suo mandato è stato esteso fino al 28 febbraio 2027.

Nel marzo 2026 il mandato è stato aggiornato per includere compiti aggiuntivi come il monitoraggio di infrastrutture sottomarine critiche, formazione per forze marittime di Gibuti e cooperazione con la Guardia Costiera yemenita, senza però alterarne il carattere difensivo.

Il quartier generale operativo è a Larissa (Grecia) e il Comando tattico ruota tra i Paesi contributori, che sono: Italia, Francia, Germania, Grecia, con il supporto di Belgio, Danimarca, Spagna e altri. Le navi coinvolte includono fregate multifunzione (esempio: tedesche tipo F124 come la Hessen, italiane, francesi e greche).

La missione coopera con altre operazioni (Atalanta contro la pirateria somala) e partner internazionali, ma mantiene autonomia europea.; scorta a centinaia di navi mercantili e opera con l’abbattimento/intercettazione di droni, missili e imbarcazioni ostili.

La Missione Atalanta (ufficialmente EUNAVFOR Somalia – Operazione Atalanta) è la prima operazione navale militare dell’Unione Europea, lanciata nel dicembre 2008 nell’ambito della Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC). Il suo nome deriva da Atalanta, la cacciatrice della mitologia greca.

La domanda che viene spontanea è: per quale motivo si dovrebbe entrare in una coalizione di Volonterosi a guida anglo francese (leggi imperialismo inglese e finanza ebraica al seguito) quando c’è già uno strumento come Aspides?

Con Aspides l’Unione Europea potrebbe, in alleanza con gli Usa, fare nello Stretto di Hormuz quello che fa nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab el-Mandeb.

Dei Volontari c’è alcun bisogno. Se si vuole intervenire c’è già tutto quello che serve.

A Starmer e a Macron possiamo regalare una scatola del gioco della battaglia navale e tanti saluti.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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