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Fa violentare la madre disabile: quando il male è radicale

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Siamo nella sostanza del male

Non occorre indugiare sui dettagli: bastano i contorni essenziali della vicenda raccontata dal Corriere.

Un figlio e una figlia – in due, dunque, stretti in un lucido patto di abominio – che organizzano la violenza sulla madre disabile. Un uomo che la esegue. Un telefono che registra le immagini. Non è cronaca: è anatomia.

Non c’è rifugio nel muffito formulario di psicologismi e, meno che mai, nell’analisi freudiana, beffardamente assolutoria, alla fine. Né vale l’alibi della follia, distribuito con prodigalità sospetta, come un certificato di innocenza postuma. Qui la coscienza c’è. Ed è proprio per questo che l’orrore è integro.

Si continua a ripetere, con la pigrizia di un catechismo rovesciato, la formula della “banalità del male”, presa a prestito da Hannah Arendt e consumata fino all’osso.

Ma banali sono forse i volti nell’aula del tribunale, quando il mostro Eichmann compare, con gli occhiali spessi da impiegato a nascondere lo sguardo miope, e si arrampica su risibili e insieme orribili giustificazioni.

L’atto malvagio è invece sempre il frutto impegnativo di una volontà libera, consapevole; di una scelta lucida, ponderata che consiste nel voler profanare ciò che è più inerme, più sacro, più indifeso.

Non c’è automatismo, non c’è cieco meccanismo: c’è decisione. E quando questa decisione si compie, siamo oltre la banalità: siamo nella sostanza del male.

Lo aveva visto, con lucidità spietata, Primo Levi ad Auschwitz. Un vecchio picchiato a sangue senza ragione. Una domanda al carnefice, una SS: “Warum?”. Perché? E la risposta di quel mostro: “Hier ist kein Warum”. “Qui non c’è alcun perché”.

Era una menzogna: c’è sempre un perché. Ed è un perché che non consola, non spiega, non attenua. È la volontà che si piega al male e vi si riconosce. Non per errore. Per intima adesione.

Il nostro tempo, che ama dirsi adulto perché ha smesso di credere, ha smesso anche di capire. Balbetta. Classifica. Assolve. Ma non nomina più.

E non nomina più perché ha rimosso l’unica parola capace di reggere il peso di questi fatti: il peccato d’origine: la frattura che ha incrinato la natura umana, rendendola capace di scegliere il male sapendo che è male e, anzi, proprio per questo.

La vecchia pretesa – diventare come Dio – si è rovesciata nella più antica delle servitù. Quella a satana.

Dunque, basta inseguire – specie nella Chiesa! – motivazioni sghembe, manchevoli di ogni senso e, in ultimo, ridotte ad conati giustificazionisti.

Il male è frutto di una consapevole volontà pervertita. E la sua radice è in noi, nella nostra natura intaccata e incapace, da sola, di rompere le catene del diavolo.

Per quanto possa urtare alcuni spiriti laici o sedicenti tali, questa è la spiegazione più razionale di simili abomini. Se non altro perché una diversa non c’è.

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