La confessione più umiliante che un’opposizione possa offrire
“Non siamo più nemmeno al fango, siamo al cabaret”. Con queste parole Giorgia Meloni ha smentito l’ultima bufala rimbalzata sui social.
Una fotografia seppiata, per darle patina d’epoca, che la ritrarrebbe adulta accanto a quello che sarebbe suo padre.
La tesi calunniosa: Meloni sarebbe una bugiarda. Avrebbe mentito al Parlamento quando ha raccontato di non aver più visto il genitore dagli undici anni. Avrebbe poi ripetuta la bugia nel suo libro “La figlia del popolo” e in varie interviste.
Piccolo particolare: l’uomo ritratto non è il padre. È Marco Squarta, europarlamentare di Fratelli d’Italia, più giovane della premier, amico da trent’anni. Nell’angolo dello scatto campeggia perfettamente leggibile la didascalia originale: “Giorgia Meloni e Marco Squarta”. Nessuno la vede. Nessuno vuole vederla.
Una presidente del Consiglio costretta a replicare personalmente su Facebook a un fotomontaggio seppiato, è la fotografia dello stato dell’opposizione italiana.
Perché la sinistra mente
Tre anni e mezzo di governo hanno polverizzato le profezie catastrofiche con cui la sinistra aveva accolto l’insediamento.
Avevano promesso isolamento internazionale. Meloni tratta con i potenti della terra da pari a pari.
Avevano promesso ritorno del fascismo. È arrivato il governo più atlantista del dopoguerra.
Avevano promesso disastro economico. Differenziale con il Bund ai minimi da oltre un decennio, occupazione ai massimi storici, crescita superiore a Francia e Germania per due anni consecutivi.
Avevano promesso compressione dei diritti civili. Nessuna legge da citare. Avevano promesso catastrofe migratoria. Sbarchi crollati.
Quattro anni di profezie. Quattro anni di smentite. E allora si mente. Perché il resto è finito. La bugia è l’arma finale del perdente.
Il selfie che non torna
Dieci giorni prima del fotomontaggio seppiato, un’altra operazione aveva tentato di colpire la premier. Un selfie del 2019, scattato al Marriott di Milano, è stato anticipato da Report e rilanciato in modo coordinato da altre testate del medesimo circuito progressista: Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage.
Quella che commentatori e parte della stampa hanno ribattezzato “la redazione unica”.
La foto ritrae la leader di Fratelli d’Italia accanto a Gioacchino Amico, oggi collaboratore di giustizia nel processo Hydra sulla mafia lombarda.
Nel 2019 Amico era pressoché un perfetto sconosciuto. Aveva alle spalle una condanna per ricettazione. Era uno dei tanti militanti che chiedevano una foto al palco.
Meloni all’epoca viaggiava attorno al cinque per cento, cercava di piantare bandierine al Nord, non disponeva né di Viminale né di servizi. Pretendere che verificasse il casellario penale di ogni braccio proteso con il telefono appartiene al genere della fantascienza retroattiva.
Fin qui, il nulla. Il problema è un altro.
Tre domande che aspettano risposta
Prima. Chi, nel 2019, stava cercando specificamente foto della leader di Fratelli d’Italia con soggetti potenzialmente compromettenti? Nel 2019 nessuna inchiesta pubblica lambiva Amico. Nessun giornalista normale aveva ragione di archiviare proprio quello scatto fra i milioni prodotti in vent’anni di convention politiche.
Seconda. Chi, nel 2019, aveva già informazioni tali da distinguere Amico dalla massa dei selfie-collezionisti? Un cittadino qualunque non poteva saperlo. Un giornalista nemmeno. Chi poteva saperlo?
Terza. Chi ha saputo custodire la foto per sette anni in attesa del momento politicamente utile? Sette anni. Non sette giorni. Il 7 aprile 2026, cinque giorni prima della messa in onda di Report, immediatamente dopo il referendum costituzionale.
Un cittadino cambia telefono quattro volte in sette anni. Un collaboratore di giustizia pure. Eppure la foto è sopravvissuta.
Com’è possibile
La risposta tecnologica è nota. Sul mercato esistono da anni sistemi di riconoscimento facciale capaci di scansionare miliardi di immagini pubbliche in pochi secondi, restituendo ogni scatto in cui appare un volto preciso. Strumenti in dotazione a polizie e servizi di mezzo mondo. Bastano l’accesso e la motivazione.
Secondo quanto ricostruito dai principali quotidiani nazionali, la Procura di Roma ha notificato nel novembre 2025 la chiusura delle indagini sul cosiddetto caso dossieraggio avvenuto nella Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.
Ventitré indagati, oltre mille accessi abusivi contestati a banche dati istituzionali, bersagli prevalentemente del centrodestra di governo. Fra gli indagati anche tre cronisti di un quotidiano di area progressista. I processi sono nella fase preliminare.
Questo è il quadro pubblicamente documentato. Ognuno ne tragga autonomamente le conseguenze.
Il catalogo
Mentre i processi seguiranno il loro corso, la fabbrica produce. Alcuni esempi, fra i molti possibili.
– Venticinque ottobre 2022, Debora Serracchiani accusa in Aula la prima donna premier della storia italiana di volere “le donne un passo dietro agli uomini”.
– Dicembre 2020, Roberto Saviano a Piazzapulita definisce Meloni e Salvini “bastardi” e si becca, tre anni dopo, una condanna per diffamazione dal Tribunale di Roma.
– Giugno 2025, Russia Today diffonde un montaggio sul presunto festino con cocaina accanto a Zelensky: la sinistra italiana rilancia la propaganda di Putin contro il proprio governo nazionale. Paradosso memorabile.
– Marzo 2024 e ottobre 2025, falsi video dell’intelligenza artificiale fanno “confessare” alla premier il finanziamento del genocidio in Israele. La Consob oscura sei piattaforme.
Per non dire dei casi Cortese, Corrao, Lévy, Dell’Atti, una collezione di fotomontaggi, accuse inventate e gesti squadristi smentiti uno per uno.
Quattro anni. Tutti i registri. Tutte le piattaforme. Alto di gamma e basso di gamma. Lo stesso prodotto.
Perché funziona
Queste operazioni trovano una platea enorme, strutturalmente incapace di riconoscerle. Si chiama analfabetismo funzionale. I dati OCSE-PIAAC descrivono un Paese in cui circa il ventotto per cento della popolazione adulta non comprende un testo scritto di media complessità.
Tredici milioni di cittadini. Sa leggere le parole, non comprende la frase. Reagisce al titolo, condivide senza leggere, assorbe il fotomontaggio senza guardare la didascalia. Vede la foto con Squarta. Legge sotto “è suo padre”. Non gli viene alcun dubbio. Preme condividi. Commenta “bugiarda”.
Questa è la nuova base elettorale della sinistra. Non più l’operaio colto delle vecchie sezioni. Non più l’insegnante formato dalla scuola di Don Milani. Non più lo studente che leggeva Gramsci. La rabbia da tastiera, il pollice che scorre, l’indignazione precotta.
Con questa gente ha vinto il referendum di marzo sulla separazione delle carriere in magistratura, dove molti italiani – si è scoperto poi – sono andati alle urne senza nemmeno comprendere per cosa si votasse.
Figurarsi, quindi, se non si bevono le bufale quotidiane. La Meloni ha definito l’ultima cabaret. Parola gentile. La parola esatta è bancarotta.
Quando una classe politica non riesce più a battere l’avversario nei fatti, tenta di demolirlo nei fotomontaggi. È la confessione più umiliante che un’opposizione possa offrire. E dalla bancarotta non si esce stampando moneta falsa.






