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Volonterosi, l’armata Ancien Régime anglo francese

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Coalizione dei Volonterosi

Funzionale alla vecchia alleanza tra corone colonialiste e finanza ebraica

Siamo all’inizio di marzo, esattamente domenica 2, del 2025 quando il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron danno vita alla “Coalizione dei Volonterosi”, ufficialmente per discutere nuove strategie di supporto a Kiev ed elaborare un piano di pace con l’obiettivo di fornire un deterrente credibile contro future aggressioni russe.

Al vertice di Lancaster House, storico palazzo nel quartiere di St. James a Londra, erano presenti i principali leader europei, membri dell’Unione Europea e della Nato, compresa la Turchia, in quella che è stata la prima grande conferenza sulla sicurezza senza gli Stati Uniti.

All’incontro hanno partecipato il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il primo ministro polacco Donald Tusk, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della NATO Mark Rutte. Anche il Canada era rappresentato dal primo ministro Justin Trudeau.

Per l’Italia era presente Giorgia Meloni, la quale, fin dall’inizio ha fiutato l’aria e, ben capendo che l’idea anglo francese andava a parare ben oltre Kiev, ha espresso chiaramente la preferenza per una “cornice Nato” invece di un’iniziativa puramente europea, ridimensionando il piano Macron-Starmer a semplici “spunti”.

Anche sull’eventuale dispiegamento di truppe ha visto Francia e Regno Unito pronti a mettere boots on the ground come deterrente, mentre altri paesi hanno espresso preoccupazioni per un coinvolgimento militare diretto.

Fin dai primi passi e dalle prime riunioni anche un bambino dell’asilo Mariuccia avrebbe dovuto capire che il coinvolgimento di Pesi come Australia, Nuova Zelanda, Giappone andava in una direzione che aveva più il significato di un nuovo schieramento senza Stati Uniti, dove Paesi Nato e Ue si mettevano assieme a Paesi del Commonwealth britannico in una logica che, come poi si è dimostrato, non poteva che portare ad una frattura sempre più profonda tra Vecchio Continente e Washington.

La coalizione è informale e “a geometria variabile”, ma è comunque guidata da Inghilterra e Francia, ossia dalla Corona inglese e dal pupillo dei Rotschild, facendo intendere che la vecchia alleanza tra le monarchie europee colonialiste e la finanza ebraica che le ha sempre finanziate continua ed è alternativa e confliggente con la postura dell’attuale Amministrazione americana guidata da Trump.

L’attivismo anglo francese ha prodotto una frizione crescente con l’Unione Europea da parte degli Stati Uniti e, successivamente, la minaccia di Washington di andarsene dalla Nato che, lo ricordo, è un’alleanza nord atlantica, che non può andare sotto il tropico del Cancro e che, essendo “atlantica”, presuppone che interessi le due coste che si affacciano sull’oceano: quella del Vecchio Continente e quella degli Usa.

L’ultima esternazione di Donald Trump, riguardante lo stretto di Hormuz, è conseguenziale alla linea di politica estera intrapresa da Londra e da Parigi, alla quale, non si capisce per quale motivo, si accosta anche il Governo italiano.

L’ultima riunione dei Volonterosi è sembrata a tutti gli effetti un summit anti Trump. C’erano anche la Cina, come osservatore, l’India, e pure Volodymyr Zelensky.

E così è arrivata una nuova bordata di Donald Trump mentre Emmanuel Macron, Keir Starmer, Giorgia Meloni e Friederich Merz parlavano alla stampa.

“Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta – ha scritto su Truth il presidente Usa -, ho ricevuto una telefonata dalla Nato in cui” gli alleati “mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta”.

La bordata era chiaramente rivolta, in primis, a Starmer e Macron, attivissimi nel predisporre un’alternativa agli Usa, nel tentativo, fino ad ora fallito, di intrufolarsi nelle trattative in atto, dimenticandosi le loro posizioni su Israele e, soprattutto, quelle nei rapporti con Kiev.

I Volonterosi e i loro vari accoliti non hanno ancora capito, non vogliono capire, che la Russia per gli Stati Uniti non è più un nemico sistemico e che, fin quando insisteranno con sanzioni, soldi e armamenti a Kiev per allungare il conflitto, nella speranza di fiaccare Mosca, avranno sempre più l’abbandono, se non la contrarietà, di Washington.

Il mutamento di scenario, che vede Mosca come possibile interlocutore, se non alleato per alcune partite, mentre Pechino è il concorrente sistemico, costringe gli europei a fare i conti con una realtà che non va bene alle corone a alla finanza ebraica al loro seguito.

A questo proposito, giusto per rimarcare quanto deve essere rimarcato a proposito della finanza ebraica, mi avvalgo di quanto scrive Shabbat Menkaura, firma del giornale, ebreo, profondo conoscitore del mondo ebraico in tutte le sue sfumature.

Shabbat Menkaura, nel suo libro, al capitolo riguardante il mondo ebraico, dopo aver sottolineato le differenze tra ortodossi e riformati scrive:

“Accanto a queste due anime contrapposte esiste poi una terza componente, antica e potente: quella degli ebrei assimilati, spesso collocati ai vertici della finanza globale, della politica e dei media internazionali. Costoro, un tempo fondamentali per la sopravvivenza stessa di Israele, si sono progressivamente allontanati dalla tradizione e, in molti casi, giocano apertamente ‘nell’altra squadra’”.

Alcuni lo fanno con piena consapevolezza del progetto globalista; altri, soprattutto nelle frange più inconsapevoli, prestano la propria opera e, secondo molti osservatori tradizionali, anche la propria anima, senza rendersi conto della posta in gioco reale.

Le problematiche generate da queste forze esterne sono diventate evidenti e pesanti. La finanza ebraica globalista, pur avendo storicamente sostenuto lo Stato di Israele, ha spesso operato secondo logiche che vanno ben oltre la semplice difesa del popolo ebraico.

Reti di potere transnazionali, fondi di investimento e think tank hanno esercitato influenza su governi, media e istituzioni internazionali, creando una percezione di “dual loyalty” che ha alimentato tensioni sia dentro sia fuori Israele. Questo fenomeno ha reso più difficile per lo Stato ebraico mantenere una linea coerente di difesa della propria identità spirituale e nazionale, esponendolo a critiche e pressioni esterne sempre più aggressive”.

Se non si capisce che dietro i Volonterosi si agita la solita alleanza tra monarchie colonialiste e finanza ebraica, si continuerà a non capire l’attuale scontro tra Vecchio e Nuovo continente.

E qui è difficile capire per quale motivo l’Italia continui a prestare orecchio alla sirena inglese, che si fa sentire dai tempi di Garibaldi, che ha avuto in Mussolini il suo uomo al governo dello Stivale, che ha poi tentato di condizionare il Bel Paese con gli antifascisti.

Quando siamo entrati nella Nato, a marzo del 1949, gli inglesi, ci ricorda Francesco Cossiga, non ci volevano.

Il Regno Unito, scrive Cossiga “faceva grosso modo questo ragionamento: «A noi conviene molto di più un’Italia neutrale, neutrale da amica, ma neutrale, perché forse, se rimane neutrale, avendo anche la Santa Sede all’interno, l’Unione Sovietica non l’attacca. Viceversa, se da non neutrale fosse attaccata, noi potremmo non andare a difenderla»”. [i]

A volerci nella Nato furono gli Stati Uniti. Ne avevano interesse, evidentemente, come ne hanno ancora, perché la Penisola controlla il Mediterraneo. Ed è su questo che l’Italia deve puntare, non sulle sirene della Perfida Albione, che ci ha regalato i Savoia e poi Mussolini.

I nostri interessi geostrategici sono rivolti a Mediterraneo, Medio Oriente, Africa. Non abbiamo alcun interesse a seguire le isterie baltiche e le logiche dell’asse anglo francese.

Può darsi che il solipsista caratteriale Donald Trump non ami più Giorgia Meloni, ma anche Reagan non amava il Craxi di Sigonella e, nonostante questo, l’alleanza con gli USA ha retto e regge.

[i] Francesco Cossiga, La versione di K, Rai-Eri-Rizzoli

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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