Il baricentro operativo si è spostato
C’è una domanda che oggi torna inevitabile: chi governa davvero l’Iran?
La risposta, se la si guarda senza schemi vecchi, è scomoda ma chiara: non esiste più un vertice unico.
Il sistema di potere a Teheran si è trasformato sotto pressione, frantumandosi in una struttura più complessa, adattiva, nata dentro la guerra.
Le analisi di Al Sharq Al Awsat e Al Jazeera convergono su questo punto: la leadership iraniana non è più concentrata in una figura carismatica, ma distribuita in un’alleanza funzionale che tiene insieme ciò che rischia di cedere.
Dopo la morte di Ali Khamenei, il sistema non si è ricomposto: si è riorganizzato.
Mojtaba Khamenei garantisce la continuità simbolica e religiosa, mantenendo il filo della legittimità. Ma il baricentro operativo si è spostato.
Sono i Guardiani della Rivoluzione a dominare la gestione del conflitto, adattandosi, assorbendo le perdite, mantenendo capacità decisionale.
In questo scenario, emerge con forza una figura che non è né guida religiosa né comando militare, ma qualcosa di diverso: Mohammad Bagher Ghalibaf.
Ghalibaf si afferma come il principale attore civile del sistema. Non per posizione formale, ma per funzione reale.
È il punto di contatto tra politica, sicurezza e istituzioni. Un “ponte” costruito nel tempo: Pasdaran durante la guerra Iran – Iraq, comandante, capo della polizia, sindaco di Teheran, oggi presidente del Parlamento. Un percorso che lo rende capace di parlare a tutti i livelli del potere.
La sua retorica non è solo propaganda: è uno strumento. Quando alza il tono contro Donald Trump e Benjamin Netanyahu, quando evoca scenari di rottura nello Stretto di Hormuz o richiama l'”equazione occhio per occhio”, non si limita a minacciare l’esterno.
Sta lavorando sull’interno: compatta, mobilita, sostituisce il vuoto lasciato da figure di mediazione come Ali Larijani.
Ed è proprio questo il punto chiave.
In un sistema che ha perso i suoi mediatori, non serve più equilibrio: serve tenuta.
Ghalibaf occupa questo spazio, andando oltre il ruolo istituzionale e trasformandosi nella voce politica di una struttura che deve sopravvivere mentre combatte.
Oggi l’Iran appare così: una legittimità religiosa che regge la narrazione; una forza militare che prende decisioni operative; una figura civile che rende tutto questo governabile
E, in questa architettura, Ghalibaf è l’elemento più dinamico.
Si muove su tre linee contemporaneamente: repressione interna, per mantenere il controllo; resistenza esterna, per non cedere alla pressione; gestione politica, per evitare il collasso.
È qui che si intravede la prospettiva.
Ghalibaf non è il nuovo leader assoluto dell’Iran.
È qualcosa di più coerente con il tempo che il Paese sta vivendo: il principale attore civile capace di navigare tra crisi e sopravvivenza del regime.
Un ruolo che non nasce da un’investitura, ma da una necessità. E, nelle fasi critiche della storia, sono sempre le necessità non le gerarchie a decidere chi conta davvero.





