Quando il katechon vacilla. Tecnica, AI e crisi spirituale secondo Shabbat Menkaura
Viviamo in un tempo che possiamo considerare escatologico, perché un certo modo di vivere e di concepire la società e l’uomo volge al crepuscolo. È forse per questo che una grande inquietudine serpeggia nelle coscienze e nella consapevolezza collettiva, anche se pochi hanno il coraggio di tematizzarla guardandola in faccia.
Uno dei pochi che ha avuto il coraggio di rimuovere questo tabù è stato Shabbat Menkaura con il suo libro Thiel e la Luna: Escatologia minima per comprendere il “tempo speciale”. Egli è di sicuro l’unico che ha affrontato la questione partendo da un’analisi comparata delle mitologie escatologiche di tutte le religioni attualmente praticate, nonché di quelle più antiche e prestigiose.
L’autore parte dall’antico Egitto, attraversa il mondo semitico, penetra nelle valli del Tigri e dell’Eufrate, si inerpica sull’altopiano iranico, arriva nel subcontinente indiano, oltrepassa l’Himalaya per esplorare le lande del pensiero cinese, ritorna in Occidente osservando le antiche mitologie celtiche, si sofferma sulle convinzioni del mondo classico e, ovviamente, privilegia la cultura ebraica, che è l’unica di quelle antiche ancora viva in mezzo a noi.
Il discorso si impreziosisce, nei tempi contemporanei, attraverso la disamina della riflessione escatologica dello zoroastrismo, dell’induismo, dell’islam e delle sue scuole, dell’ebraismo odierno nelle sue divisioni interne e delle varie confessioni religiose cristiane.
Questa lettura comparata permette di evidenziare un concetto fondamentale: tutte le tradizioni religiose attendono una rivelazione finale di un mistero di iniquità che, fino a oggi, è trattenuto da una potenza positiva – il katechon – la cui rimozione costituirà la prova definitiva dell’umanità.
Questo approccio permette all’autore di dimostrare al lettore – avido tanto di conoscenza quanto di profondità – come il tema della fine non sia una peculiarità del monoteismo, né tantomeno della Sacra Scrittura, bensì qualcosa di connaturato al bisogno religioso dell’uomo di tutte le epoche.
Tale bisogno è stato affrontato in modi differenti, che tuttavia rispondono a uno schema di fondo sempre uguale a se stesso.
In un’epoca nella quale la tecnica ha cessato di essere semplice strumento per trasformarsi in una provvidenza immanente, e l’intelligenza artificiale si presenta come il nuovo logos ordinatore del caos post-umano, il saggio di Menkaura irrompe come un atto di lucidità spirituale rara. Non si tratta di un’ennesima analisi sociologica sulla rivoluzione digitale, né di un pamphlet apocalittico.
È una meditazione densa e polifonica che legge il presente attraverso la lente della Seconda Lettera ai Tessalonicesi, intrecciando il mysterium iniquitatis paolino con le lucide e provocatorie analisi di Peter Thiel, le intuizioni di René Girard o di Voegelin, la categoria del katechon e squarci di Kabbalah, profezie patristiche e tradizioni orientali, messe a confronto con le labirintiche riflessioni del transumanesimo, spesso maturate all’ombra della Silicon Valley e molto diverse le une dalle altre.
Menkaura prende sul serio l’intervento di Thiel a Roma nel marzo 2026. Quello che per i più è apparso come un’escursione eccentrica di un miliardario nel regno del mito, per l’autore rappresenta invece un gesto profetico: un dito puntato verso la Luna, un’indicazione decisiva per orientarsi nel kairos che stiamo vivendo. Il “tempo speciale” del titolo non è una formula vaga, ma la percezione acuta che il katechon – ciò che trattiene il male – stia progressivamente allentando la sua presa, lasciando emergere con forza inedita il mistero dell’iniquità già all’opera.
L’autore individua due grandi rischi nel mondo contemporaneo. Uno di carattere culturale e l’altro di carattere politico.
Il rischio di carattere culturale è costituito dalla debordanza dell’intelligenza artificiale, la quale potrebbe soppiantare l’uomo in alcune funzioni chiave all’interno della civiltà, e quindi trascinarci nel post-umano al di là di quello che noi stessi vorremmo. Un’intelligenza artificiale che assumesse funzioni giudiziarie, educative, sanitarie e persino religiose sarebbe un’entità artificiale che assurge a un rango superiore a quello degli esseri umani.
La promessa di un immaginario mondo perfetto diventerebbe in realtà il raggiungimento dei lidi di una prigione globale all’interno della quale l’umanità sarebbe segregata e disintegrata.
Il rischio politico, invece, dipende essenzialmente dal confronto tra l’Occidente e il mondo islamico, nella sua componente più permeata da un’escatologia militante il cui scopo è quello di disegnare un globo interamente dominato dalla sharia.
In questo contesto di contrapposizione frontale, il fulcro è il Medio Oriente, e in particolare la Palestina, intesa non come luogo di incontro ma come teatro di scontro tra culture radicalmente differenti. Si tratta, come il lettore può facilmente constatare, di un tema di assoluta attualità.
E quello che accade oggi, tuttavia, può essere considerato come profetizzato? Di più, si può considerare la crisi attuale come il frutto di uno sfilacciamento progressivo dell’identità spirituale dell’Occidente? Può essere considerata la crisi finale?
Secondo l’analisi dell’autore, la risposta è sicuramente sì a tutte e tre le domande. Infatti una parte significativa del libro è dedicata all’interpretazione dei testi profetici dell’Antico Testamento, in cui l’Autore profonde tutta la sua competenza esegetica, e un’altra alla disamina accurata dei segni della crisi che percorrono le grandi confessioni organizzate, sia cristiane che monoteiste in genere.
Un occhio particolare viene riservato alla crisi della Chiesa di Roma negli ultimi decenni. Se il katechon collettivo, costituito nella coscienza dell’uomo dalla religione, viene meno in seguito a una commistione fra gli eterni valori e le caratteristiche più contingenti e transitorie della civiltà, allora l’esito non può che essere l’impoverimento della consapevolezza, sia della società che dell’individuo, dei limiti propri della natura umana.
Non è necessario abbracciare la convinzione personale dell’Autore sui tempi che viviamo, ma è indispensabile capire la diagnosi della crisi, perché non vederla è segno esso stesso di inarrestabile decadenza e di rovina irrecuperabile.
Ma cosa può fare l’uomo di oggi per arginare la propria stessa decomposizione antropologica?
Il libro sembra suggerire un bagno di umiltà, un ritorno alla realtà, una presa di consapevolezza dei limiti intrinseci non soltanto alla natura umana, ma a quella stessa del cosmo.
Infatti, esso inizia col rammentare al lettore che il destino dello spegnimento di tutte le stelle, della fine di tutte le cose, è già scritto nel principio fisico dell’entropia. Qualunque tentativo dell’uomo di aggirare la morte è destinato a infrangersi sul muro della catastrofe cosmica del silenzio eterno nel quale i nostri rumori e quelli di tutte le creature termineranno.
Il momento stesso in cui l’uomo accetterà la sua creaturalità, nonostante le potenti acquisizioni tecnologiche, avrà trovato anche l’antidoto alla crisi che sta vivendo.
Non sappiamo se essa sia quella definitiva, destinata a essere risolta da un intervento divino, oppure una delle tante che l’umanità ha dovuto affrontare nel corso della storia per progredire non tanto in senso tecnologico, quanto in senso morale e spirituale.
Sappiamo però che è necessario scrutare con attenzione i segni dei tempi, per non farci cogliere in contropiede dalle parti più oscure della nostra natura che, travestite da progresso tecnologico, tentano di distruggere la nostra stessa essenza.
In questo processo di autoconsapevolezza, il libro di Shabbat Menkaura si rivela un mentore prezioso di cui nessuno può privarsi.




