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Lettera aperta alla Repubblica del Menefreghismo Selettivo

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Lettera aperta

Le amare considerazioni di un cittadino qualunque

Gentili rappresentanti delle istituzioni,
stimati professionisti del rinvio,
egregi architetti dei tavoli di discussione eterni,
vi scrivo con profonda ammirazione.
Non è da tutti riuscire a trasformare la sofferenza umana – sia essa temporanea o cronica – in un elegante esercizio di retorica, burocrazia e post indignati a orologeria.

Viviamo davvero in un’epoca straordinaria: quella del menefreghismo selettivo.
Una nuova frontiera etica, dove l’empatia si attiva solo su richiesta, possibilmente con copertura mediatica e hashtag dedicato.

Avete costruito un sistema perfetto.
Se hai bisogno, tranquillo: parte la macchina.
Se la macchina è lenta, non preoccuparti: è per riflettere meglio.
Se passano mesi o anni, è per garantire qualità.
Se, nel frattempo, la gente soffre, è per testarne la resilienza.

E che dire dei tavoli di lavoro? Veri capolavori dell’ingegneria sociale: si moltiplicano, si riuniscono, discutono… e soprattutto esistono. Perché, in fondo, l’importante non è risolvere, ma dimostrare che si sta parlando di risolvere.

Nel frattempo, fuori dalle stanze istituzionali, si muove un altro ingranaggio fondamentale: quello dell’indignazione a comando. Una folla sempre pronta, sempre allenata, sempre generosa nel dispensare giudizi.

“Vai a lavorare”.

“Parassita”.

“Te la sei cercata”.

Un coro moderno, efficiente, quasi industriale. La nuova coscienza collettiva: non capire, ma etichettare. Non aiutare, ma colpire. Non ascoltare, ma ridurre tutto a slogan.

E così il cerchio si chiude:
la politica gestisce il problema, la burocrazia lo diluisce, la società lo giudica.

Il risultato?

Il più debole diventa anche il più colpevole.
Ma non temete: il sistema funziona perfettamente.

Finché qualcuno parlerà del problema, sembrerà che il problema sia già mezzo risolto.
E finché qualcuno urlerà contro chi soffre, sembrerà che soffrire sia una colpa.

Concludo, quind,i con un ringraziamento sincero:
grazie per aver trasformato la solidarietà in un’opzione,
la dignità in una variabile,
e la sofferenza in un contenuto.

In attesa del prossimo tavolo di discussione,
vi porgo i miei più ironici saluti.

Un cittadino qualunque
(non ancora abbastanza invisibile)

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