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La guerra senza corpo

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La conquista senza presenza e la nascita di un potere che non si espone

Quando Volodymyr Zelensky annuncia che una posizione è stata conquistata senza fanteria, interamente attraverso sistemi robotici, non sta semplicemente comunicando un successo militare. Sta nominando, forse senza dirlo fino in fondo, una soglia storica.

Per secoli la guerra ha avuto una grammatica elementare: per conquistare, bisognava esserci. Il controllo del territorio passava attraverso il corpo del soldato — esposto, vulnerabile, sacrificabile. Era un fatto materiale prima ancora che strategico.

Oggi questa equivalenza si incrina. La conquista non coincide più necessariamente con la presenza. Può coincidere con il controllo. E il controllo può essere esercitato a distanza.

È qui che si apre una frattura silenziosa. Il corpo che arretra se prendiamo sul serio ciò che viene descritto posizione conquistata, assenza di fanteria, utilizzo esclusivo di sistemi robotici e droni dobbiamo accettare una conseguenza netta: il corpo umano arretra dal punto di contatto. Non scompare. Si sposta. Si ritrae. Si protegge.

Questo arretramento non è un dettaglio tecnico. È una trasformazione strutturale del modo in cui il potere si esercita nello spazio del conflitto. Per la prima volta, chi esercita la forza può farlo riducendo drasticamente la propria esposizione. E questo cambia la natura stessa della relazione tra chi colpisce e chi subisce.

I benefici sono evidenti, e negarli sarebbe superficiale. Meno morti. Meno feriti. Meno esposizione diretta. Quando Zelensky parla di vite salvate, dice qualcosa di reale. Ma è proprio questa realtà a contenere l’ambiguità più profonda. Perché una guerra che costa meno vite da una parte diventa più sostenibile. E ciò che è più sostenibile, politicamente, tende a durare.

E qui si apre uno scarto decisivo: la riduzione del costo umano non elimina la guerra, la rende più praticabile. Dalla guerra eroica alla guerra produttiva. Il dato delle migliaia di missioni robotiche in pochi mesi è più significativo di qualsiasi dichiarazione.

Segna il passaggio da una logica eroica a una logica produttiva. Non è più il gesto del singolo a determinare l’esito, ma la capacità di: replicare sistemi aggiornarli rapidamente sostituirli senza trauma.

La guerra entra dentro una razionalità industriale. Non si combatte più soltanto con uomini, ma con flussi. E ciò che è flusso non si esaurisce facilmente. Combattere contro ciò che non teme la morte C’è poi un mutamento più sottile, ma decisivo.

Il combattimento è sempre stato anche un confronto tra vulnerabilità reciproche: io posso ucciderti, ma tu puoi uccidere me. Quando questo equilibrio si rompe, cambia la percezione stessa dello scontro.

Affrontare una macchina significa affrontare qualcosa che non prova paura non esita non arretra. Non è solo una differenza operativa. È una pressione psicologica nuova. Una pressione che non riguarda soltanto il corpo, ma la percezione stessa della possibilità di resistere.

Non siamo ancora alla guerra autonoma. L’uomo non è uscito dal sistema, è stato arretrato lungo la catena operativa. Dipendenza da comunicazioni, vulnerabilità elettronica, necessità di supervisione: tutto questo indica una fase intermedia. Ma sono proprio le fasi intermedie a rivelare la direzione. E la direzione è chiara: ridurre progressivamente l’esposizione umana.

Il nodo, qui, non è tecnico. È politico. Se la guerra diventa meno rischiosa per chi la conduce, meno visibile nella sua violenza diretta e più sostenibile nel tempo allora cambia la sua natura. Non diventa meno violenta. Diventa più disponibile. E ciò che è più disponibile tende a essere usato di più.

Il paradosso  “Proteggere la vita umana” è un’affermazione vera e insieme insufficiente. Perché la tecnologia protegge alcune vite rendendo più efficiente l’attacco ad altre. Non c’è superamento della violenza. C’è una sua riorganizzazione. Una redistribuzione che segue linee di potere. E ogni redistribuzione del rischio è, inevitabilmente, una decisione politica.

È qui che la questione militare diventa teorica. Quello che emerge è una forma di potere che continua a produrre effetti materiali controllo, distruzione e dominio, ma riduce progressivamente la propria esposizione. Non rinuncia alla coercizione. La esercita in condizioni di distanza.

Questo modifica un elemento fondamentale: la contestabilità. Un potere è contestabile quando è visibile, localizzabile e vulnerabile. Qui, tutte e tre queste condizioni iniziano a venir meno. E quando il potere smette di esporsi, smette anche di essere contrastato nello stesso modo.

La robotizzazione del campo di battaglia non è soltanto un’innovazione. È una soglia. Segna il passaggio dalla presenza al controllo, dal sacrificio alla sostituibilità dalla vulnerabilità reciproca  e all’asimmetria. Ma soprattutto segna l’emergere di qualcosa di più ampio: la possibilità di un potere che continua a colpire, senza esporsi.

Ed è proprio questa la sua forza. Ed è, allo stesso tempo, il suo problema più profondo. Perché quando la forza non si espone più, diventa più difficile non solo fermarla, ma perfino riconoscerla per ciò che sia.

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