Alleanza senza sudditanza con gli Stati Uniti.
Fin dall’inizio della sua esperienza di governo, Giorgia Meloni ha proposto, come linea strategica di politica internazionale il Piano Mattei, la qual cosa non significa solamente un sistema di collaborazione con nazioni produttrici di energia e di materie prime, ma anche un modus vivendi dell’Italia all’interno dei rapporti internazionali con gli alleati Nato e, in particolare, con gli Stati Uniti d’America.
Per capire di cosa stiamo parlando è interessante attingere alle riflessioni di Francesco Cossiga.
Il contesto nel quale operò Enrico Mattei è stato quello di una scelta netta di Alcide De Gasperi di avere come alleato fondamentale Washington e non Londra.
Enrico Mattei, ci ricorda Cossiga, era stato il capo dei partigiani bianchi, quelli delle Fiamme Verdi e, cosa assolutamente fondamentale al riguardo di quanto andiamo puntualizzando, era anche stato uno dei fondatori di Stay Behind, meglio conosciuta in Italia come Gladio.
“Anche le guardie del corpo di Mattei – scrive Cossiga – facevano parte di Stay Behind, compresa quella che morì con lui il 27 ottobre del 1962”.
Stay Behind (o “stare dietro le linee”) era il nome generico delle operazioni clandestine di resistenza armata e intelligence organizzate dai servizi segreti occidentali (principalmente CIA statunitense e MI6 britannico), in collaborazione con la NATO e i servizi di intelligence dei singoli paesi europei, durante la Guerra Fredda. L’obiettivo principale era preparare reti segrete di civili e militari addestrati per operare dietro le linee nemiche in caso di invasione dell’Europa occidentale da parte delle forze del Patto di Varsavia (Unione Sovietica e alleati). Queste reti dovevano svolgere compiti di guerriglia e sabotaggio; raccolta di informazioni; propaganda; esfiltrazione di persone o documenti importanti.
Le armi, gli esplosivi e le radio erano nascosti in depositi segreti (in Italia chiamati NASCO).
Non è questo il contesto nel quale approfondire il capitolo Gladio della storia della Repubblica italiana, ma la citazione è necessaria per sottolineare come Enrico Mattei fosse in tutti i sensi un leale alleato degli Stati Uniti anche in rapporto al suo essere, come scrive Cossiga, un “devoto di De Gasperi”. [i]
Inoltre, scrive sempre Cossiga, il “vice di Mattei era Eugenio Cefis e l’aiutante di campo di quest’ultimo, mi si lasci così dire, era un tale il cui nome di battaglia era Alberto. Albertino Marcora […]. Il vero nome di Marcora era Giovanni, ma tutti lo chiamavano con il suo nome di battaglia”.
Marcora è stato uno dei protagonisti della “finanza bianca”, ossia del mondo della finanza e dell’economia legato al cattolicesimo (o più ampiamente alla DC e al mondo cattolico milanese e lombardo). Mondo che include banche, istituti, imprenditori e think tank vicini alla Chiesa o alla sinistra DC.
In merito è un ottimo riferimento il testo di Giancarlo Galli “Finanza bianca. La chiesa, i soldi, il potere” (Mondadori).
Eugenio Cefis, nato in Friuli, frequentò l’Accademia Militare di Modena. Durante la Seconda Guerra Mondiale combatté come sottotenente sul fronte sloveno; dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Resistenza come partigiano in Val d’Ossola. Sarà coinvolto nell’ENI e poi protagonista della vicenda Montendison.
Questo il personaggio Mattei e questi i personaggi con i quali ha collaborato, citati per far ben comprendere che stiamo parlando di partigiani cattolici, di gente legata anche successivamente ai servizi Usa e, quindi, amici fidati degli Stati Uniti.
Eppure.
L’avverbio esprime un’opposizione tra due idee: la seconda frase introduce qualcosa che va contro ciò che ci si aspetterebbe dalla prima.
Nonostante questa stretta vicinanza agli Stati Uniti, Cossiga scrive che “Alcide De Gasperi, che era poco legato a visioni ideologiche nel campo dell’economia, subiva pressioni da parte degli americani e degli inglesi affinché sciogliesse l’Agip, l’Agenzia generale italiana petrolio. Si decise, allora, a nominare un commissario liquidatore, e scelse Mattei. Lo fece per compiacere gli alleati, ma in realtà chiamò Mattei e, in separata sede, gli disse grosso modo così: «Tu fa’ finta di scioglierla, questa Agip, ma nella sostanza rafforzala». Risultato: l’Agip si trasformò in ENI, vale a dire un immenso impero che è sopravvissuto a tutti i cambiamenti del sistema politico italiano. L’ENI è stata, in sostanza, la più grande industria di Stato che sia mai esistita nel nostro Paese e una tra le più grandi del mondo”. [ii]
E qui si arriva ad uno dei nodi della questione che riguarda Mattei e chi si richiama alla sua eredità storica, economica, politica, come ha fatto Giorgia Meloni.
Mattei, ci ricorda Cossiga, poiché “voleva assicurare autosufficienza energetica al nostro Paese, cominciò ben presto a tessere una fitta rete di relazioni personali e a costruire una propria politica estera, talvolta in concorrenza con quella delle grandi compagnie petrolifere straniere (le cosiddette «sette sorelle»)”. [iii]
Mattei, ricorda ancora Cossiga, offriva ai Paesi produttori contratti più vantaggiosi, cercò di penetrare nell’Iran, in barba agli inglesi e nel 1960 firmò anche con l’Urss un contratto a prezzo vantaggioso.
Se veniamo all’oggi, Eni e la spagnola Repsol stanno trattando col governo del Venezuela il via libera a esportare il gas naturale del giacimento di Perla, nella concessione Cardón IV, nella quale i due gruppi operano già attraverso una joint venture paritetica.
Attualmente Perla fornisce circa 580 milioni di piedi cubi al giorno destinati al mercato domestico. L’accordo con la presidente ad interim Delcy Rodríguez potrebbe essere applicato entro la fine del 2031, tempo necessario per rilanciare il progetto, ampliarne la produzione e procedere con la trasformazione in gas naturale liquefatto da trasportare via mare.
Va sottolineato che il petrolio e il gas del Venezuela sono ora sotto la tutela di Donald Trump dopo essere stati sotto tutela cinese e russa.
È dei giorni scorsi che l’ENI ha scoperto altro gas in Indonesia e potrà esportarlo per abbassare la pressione sui mercati. La stima è di 140 miliardi di metri cubi, con prospettive accelerate di messa in produzione grazie alle sinergie con gli impianti di trattamento già presenti. Possibile apertura di un terzo hub nel bacino del Kutei, gli asset fanno parte della joint venture con Petronas (Petroliam Nasional Berhad, è la compagnia petrolifera e di gas statale della Malesia).
ENI è oggi una global energy tech company italiana presente in circa 62 Paesi con oltre 32.000 dipendenti. Attiva in tutta la filiera energetica (petrolio, gas, chimica, rinnovabili), la società focalizza la produzione su Africa, Asia e Oceania.
ENI opera nell’esplorazione e produzione di idrocarburi, raffinazione, biochimica, produzione e commercializzazione di energia elettrica e sviluppo di energie rinnovabili e ha una forte presenza geografica in Africa e in Oceania.
Tra i progetti principali figurano il super-giant gas field di Zohr in Egitto, il giacimento di Kashagan nel Mar Caspio e le recenti scoperte in Indonesia e Costa d’Avorio.
Di seguito i principali focus delle attività estrattive ENIi:
Egitto: Presenza consolidata con progetti chiave come Zohr (il più grande giacimento a gas del Mediterraneo), Nooros, Baltim W e Meleiha.
Libia: Storico produttore dal 1959, con una produzione significativa di gas e petrolio, operando sia in onshore che offshore.
Indonesia: Area di forte espansione, con scoperte recenti come quella del pozzo Geliga-1 nel blocco Kutei.
Kazakistan: Partecipazione nel giacimento di Kashagan, uno dei più grandi giacimenti petroliferi al mondo.
Africa Sub-Sahariana: Attiva con produzione e nuove scoperte (Baleine) in Costa d’Avorio, oltre che in Angola e Nigeria.
Italia: Attività storica, sebbene modesta su scala globale, concentrata in Sicilia (Gela, Ragusa), Basilicata (Val d’Agri) e nell’Adriatico.
Le operazioni offshore nel Mare del Nord, tra Regno Unito e Norvegia, costituiscono un’ulteriore area di produzione importante.
A ben guardare, quando Giorgia Meloni ha lanciato l’idea del Piano Mattei ha riaffermato l’autonomia dell’Italia sul piano energetico pur all’interno di un’alleanza con gli Usa, così come era stato per De Gasperi e per il creatore dell’ENI.
È possibile che questo attivismo italiano dia fastidio a qualcuno?
E qui facciamo i conti anche con le distorsioni politiche e le furberie degli europei, che gridano contro la Russia, emettono sanzioni, e poi comprano a piene mani il gas di Mosca.
Infatti, alla faccia della linearità politica, nonostante le sanzioni Ue alla Russia, con l’approvazione anche del ventesimo pacchetto, l’Europa continua a comprare il gas di Mosca.
Negli ultimi sei mesi, l’acquisto di gas russo da parte dell’Europa è quasi raddoppiato: a marzo l’Ue ha dato a Putin un miliardo e mezzo di euro.
Più degli altri, nel mese di marzo, ha comprato la Spagna; ma anche l’Ungheria, la Francia, il Belgio. Mentre l’Italia non ha acquistato gas russo.

Anche alla fonte, il gas russo viene liquefatto dalla società Yamal, i cui azionisti sono perlopiù russi, ma anche francesi e cinesi.

Come si può ben vedere c0è chi predica bene e razzola male, sbraita contro la Russia e fa affari con la Russia.
L’Italia non ha comperato gas da Mosca e forse qui c’è uno degli elementi di frizione attuale con la Russia che ha violentemente e ignobilmente attaccato a male parole Giorgia Meloni. Uno degli elementi, sia chiaro, perché sotto ci deve essere ben altro.
La strategia di ENI, attualmente, nonostante gli storici rapporti con Gasprom, punta alla chiusura degli stessi, rimpiazzando il gas russo con altre fonti il prima possibile
Le relazioni tra ENI e Gazprom, storicamente basate su contratti di fornitura di gas a lungo termine e partnership, hanno subito una drastica riduzione dopo il 2022. ENI ha cercato di ridurre la dipendenza dal gas russo, vendendo la quota nella joint venture Blue Stream.
Nonostante ciò, il contratto “take or pay” è rimasto una questione complessa nel tempo.
Il contratto take-or-pay (letteralmente “prendi o paga”) è una clausola contrattuale comune nelle forniture a lungo termine, specialmente di gas naturale. L’acquirente si impegna a prelevare un quantitativo minimo di prodotto o, in caso contrario, a pagarne comunque il prezzo, garantendo così al fornitore la copertura dei costi.
Storicamente, ENIe Gazprom hanno siglato accordi per la fornitura di gas, tra cui un importante contratto da circa 6 miliardi di euro l’anno. Dall’inizio del conflitto ucraino e dopo il giugno 2022, le forniture di gas russo verso ENI si sono notevolmente ridotte. Eni ha annunciato l’intenzione di cedere la propria partecipazione nel gasdotto Blue Stream, una joint venture 50/50 con Gazprom per il trasporto di gas in Turchia.
Nel 2007, le due società avevano firmato un accordo strategico, con ENI che otteneva l’accesso a progetti in Siberia in cambio dell’estensione dei contratti di vendita. Ora tutto a gambe all’aria?
L’attivismo di Giorgia Meloni in queste settimane con visite in Algeria e nelle monarchie del Golfo sono state, come si può ben capire, volte a garantire i flussi energetici all’Italia, mantenendo fermo il no ad aprire di nuovo i flussi di gas e di petrolio dalla Russia.
Sicuramente non è questo il solo motivo dell’ignobile attacco fatto dal flatulente giornalista moscovita. Attacco che va valutato in tutta la sua violenza minacciosa. Sotto all’attacco fatto per conto altrui c’è ben altro, ma la questione energetica si presenta come uno degli elementi da considerare.
[i] Francesco Cossiga, La versione di K, Eri-Rai Rizzoli
[ii] Francesco Cossiga, La versione di K, Eri-Rai Rizzoli
[iii] Francesco Cossiga, La versione di K, Eri-Rai Rizzoli





