L’Italia tra le ultime della classe
L’amministrazione Trump ha elaborato una valutazione a più livelli dei membri della NATO, separando gli alleati considerati favorevoli alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran da quelli che si sono opposti, ponendo le basi per un possibile rimescolamento degli schieramenti militari, delle esercitazioni congiunte e delle vendite di armi.
Tra le “ultime della classe” nella lista stilata della Casa Bianca potrebbe comparire anche l’Italia. Nonostante l’incremento delle spese fino al 2% del PIL, Roma è tra gli alleati NATOancora lontani dal nuovo target fissato dall’amministrazione Trump.
Il presidente Usa ha attaccato l’Italia per il mancato via libera all’utilizzo della base di Sigonella, in Sicilia. “L’Italia non ci ha sostenuto, quindi noi non sosterremo loro!”, ha scritto nei giorni scorsi il leader americano sul suo social Truth.
Non solo Sigonella, per la quale è stato negato l’atterraggio ai bombardieri degli Stati Uniti impegnati nelle operazioni belliche in Medio Oriente e che già negli anni Ottanta era stata al centro di una crisi diplomatica con Washington. Le basi americane sul territorio italiano sono diverse, da Camp Darby a Pisa a Camp Ederle a Vicenza e fino ad Aviano, Gaeta e Napoli dove ha sede l’Allied Joint Force Command Naples.
Ipotizzando un’applicazione “alla lettera” della nuova classificazione Usa, una parte dei militari Usa di stanza in Italia, attualmente circa 13mila unità, potrebbero esseri dislocati verso Paesi più “collaborativi”, un trasferimento che rischierebbe di rivelarsi costoso e dispendioso in termini di tempo.
I criteri della “pagella” di Trump si basano su un quadro delineato dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth al Forum sulla Difesa Nazionale di Reagan il 6 dicembre 2025, secondo il quale gli “alleati modello” come Israele, Corea del Sud, Polonia, Germania e gli Stati baltici avrebbero ricevuto un “favore speciale”, mentre coloro che non avessero contribuito alla difesa collettiva avrebbero “subito delle conseguenze”.
Il quadro di riferimento è stato condiviso con i funzionari europei prima della visita a Washington del Segretario generale della NATO Mark Rutte, prevista per l’8 aprile, e segnala che il presidente Donald Trump si sta muovendo per dare seguito ai suoi avvertimenti sulle conseguenze per gli alleati che considera opportunisti.
Tre diplomatici europei e un funzionario della difesa statunitense hanno descritto la lista a Politico, che per primo ne ha riportato l’esistenza.
La causa scatenante immediata è stata l’Operazione Epic Fury, la campagna statunitense contro l’Iran iniziata il 28 febbraio. Spagna, Francia e Regno Unito hanno rifiutato o rallentato le richieste di spazio aereo, basi o supporto logistico, mentre Romania, Bulgaria e partner più piccoli hanno offerto il loro aiuto.
La portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly, ha dichiarato a Politico che i Paesi “che proteggiamo con migliaia di soldati non ci hanno sostenuto durante l’Operazione Epic Fury”, aggiungendo che Trump “ha espresso chiaramente il suo pensiero su questa dinamica iniqua”.
Le sanzioni specifiche non sono ancora state definite. L’iniziativa emerge in un contesto di tensioni più ampie all’interno dell’alleanza.
Secondo Politico la Casa Bianca, che ha manifestato l’irritazione per il mancato supporto corale all’operazione Epic Fury, potrebbe rivedere il trasferimento delle truppe da un Paese all’altro.
In mancanza di alternative fuori dall’Europa, Washington potrebbe optare per il dislocamento nelle basi di quei Paesi “buoni” che accoglierebbero con favore una maggiore presenza a stelle e strisce sul territorio.
Non solo il dispiegamento truppe. Secondo due funzionari europei a conoscenza del piano, Washington potrebbe applicare scelte selettive ad altri aspetti dell’alleanza militare, dall’ipotesi di effettuare esercitazioni congiunte alla vendita di materiali per la difesa solo agli alleati “buoni” a discapito di quelli “cattivi”.
La rivista cita Polonia e Romania, entrambe appartenenti al cosiddetto “fianco est” della NATO vicine alla Russia, tra i Paesi candidati a ricevere i maggiori benefici del nuovo corso americano. Varsavia, tra i finanziatori di punta dell’Alleanza, sostiene la quasi totalità delle spese per i circa 10mila militari statunitensi nel Paese.
A richiedere maggiore presenza USA potrebbe essere anche Bucarest che ha autorizzato l’utilizzo della base aerea di Mihail Kogălniceanu, recentemente ampliata, per le operazioni sui cieli dell’Iran.
La Polonia, che ospita circa 10.000 soldati statunitensi e si fa carico della maggior parte dei costi associati, e la Romania, la cui base sul Mar Nero è in fase di ampliamento per diventare una delle più grandi della NATO, sono considerate le probabili beneficiarie di un’eventuale ridistribuzione.
L’11 marzo il parlamento rumeno ha approvato l’utilizzo temporaneo da parte degli Stati Uniti della base aerea di Mihail Kogalniceanu e di Câmpia Turzii per il rifornimento di carburante e la sorveglianza legati alla guerra.
Come riporta Politico, la distinzione compiuta dall’amministrazione Trump dipende in parte dalla capacità dei singoli Paesi di raggiungere il target di spesa, pari al 5% del PIL, siglato lo scorso giugno durante il vertice dell’Aia. Una parte dipende invece dall’atteggiamento assunto in guerra soprattutto per quanto riguarda l’autorizzazione all’utilizzo delle basi militari.
Ipotizzando l’applicazione di questo criterio, Francia e Regno Unito verrebbero “punite” per aver respinto o ritardato le richieste d’aiuto degli Stati Uniti, in particolare nelle prime fasi del conflitto. Verrebbe premiata, invece, la Bulgaria che insieme alla Romania ha silenziosamente sostenuto la logistica statunitense in Medio Oriente.
La Spagna si trova all’estremità opposta. Nell’elenco dei Paesi che potrebbero ricevere penalizzazioni da parte di Washington c’è, infatti, la Spagna del primo ministro Pedro Sanchez, protagonista di ripetuti “duelli” a distanza con lo stesso Trump. Oltre al rifiuto di concedere le basi nella penisola iberica, già l’estate scorsa Madrid aveva respinto l’impegno ad incrementare il contributo finanziario dell’Alleanza.
Al vertice dell’Aia del giugno 2025, il governo del Primo Ministro Pedro Sánchez ottenne un’esenzione dal nuovo obiettivo NATO di spesa per la difesa pari al 5% del PIL, attirando l’avvertimento di Trump secondo cui la Spagna avrebbe “pagato il doppio” sugli scambi commerciali.
Al contrario, Paesi come Estonia, Lettonia e Lituania verrebbero premiati per i progressi compiuti.
Quanto spendono gli “alleati” che sono nella NATO?
L’Alleanza Atlantica ha pubblicato il suo rapporto annuale, che comprende le informazioni su quanto gli Stati membri della NATO spendono di anno in anno per la difesa.
Dal documento emerge come adesso tutti gli Alleati centrino l’obiettivo del 2% della spesa, anche se alcuni rientrano nel range per pochissimo.
Ad esempio il Belgio, che nel 2024 era fermo all’1,27%, ora si attesta al 2,00% secco. Lo stesso vale per la Spagna: nel 2024 segnava 1,42%, ora è al 2,00%. Gli altri alleati che marcano il minimo indispensabile sono Albania, Canada e Portogallo. In totale la media di Europa e Canada ora è al 2,33% mentre, per la NATO in generale, è il 2,77%.
A guidare la classifica dei Paesi che spendono di più in rapporto al loro prodotto interno lordo c’è la Polonia, con il 4,30% nelle stime del 2025. A seguire si trovano poi la Lettonia, con il 3,74%, e l’Estonia, con il 3,42%. Gli Stati Uniti invece spendono in difesa il 3,19% del loro PIL.
Gli unici altri membri dell’Alleanza a superare la soglia del 3%, sono la Danimarca e la Norvegia.
Secondo i calcoli preliminari – che sono basati sui prezzi del 2021 – l’Italia ha speso per la difesa il 2,01% del proprio PIL: in base alle stime si tratta di circa 45 miliardi di euro. Per il nostro Paese si tratta di una crescita del 32,97%, rispetto all’1,52% del PIL fatto registrare nel 2024.
Tra le informazioni pubblicate dalla NATO c’è poi la tabella sulla “variazione reale della spesa per la difesa 2014-2025”: anche in questo caso i dati sono espressi in milioni di dollari statunitensi, a prezzi e tassi di cambio del 2021.
Osservando queste informazioni si nota come l’Italia nel 2014 spendeva 23.700 milioni di dollari, pari all’1,13% del PIL: adesso nel 2025, stando alle stime, è salita a 46.929 con un aumento del 98%.
Un altro esempio per analizzare l’andamento delle spese è la Germania: Berlino nel 2014 spendeva 46.687 milioni di dollari (cioè l’1,16% del PIL) mentre ora, nel 2025, è salita a 105.135 milioni, con un incremento del 125,2%. Per gli Stati Uniti il trend invece è in calo, quanto meno se si osserva la quota del PIL.
Nel 2014 spendevano infatti 747.296 milioni di dollari e nel 2025 si stima ne abbiano spesi 838.373, dunque con un aumento del 12,2%: però nel 2014 questo significava spendere il 3,71% del PIL totale mentre oggi, come visto, il dato è sceso a quota 3,19%.
Allargando ancora lo sguardo a quanto spendono gli Alleati, nel 2025 l’Europa e il Canada hanno investito cumulativamente 574 miliardi di dollari in difesa – sempre in base ai prezzi e ai tassi di cambio del 2021 – mentre gli Stati Uniti ne hanno spesi 838. Rispetto ai dati del 2024, Europa e Canada mostrano un incremento di 94 miliardi mentre gli Usa marcano una leggera riduzione (12 miliardi).
Guardando poi alle quote di spesa dell’Alleanza, dai dati emerge che gli Stati Uniti sostengono il 60% del bilancio della difesa NATO a fronte di una quota di PIL del 52% (in base ai prezzi e al tasso di cambio attuali).


Segretaria di professione, detective per passione, ama far luce sui punti oscuri di cronaca, politica nazionale ed estera.


