L’Europa si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale
Le dichiarazioni di Donald Trump sull’Iran non vanno lette come semplice pressione negoziale, ma come espressione di una postura strategica coerente con le sue promesse elettorali: ritorno alla deterrenza diretta, superamento del multilateralismo debole e ridefinizione degli equilibri su base bilaterale.
In questo contesto, l’ipotesi di un accordo sul nucleare resta quasi possibile e intrinsecamente instabile, mentre lo scenario alternativo di escalation “a bassa intensità” appare sempre meno probabile. Costerebbe miliardi agli USA.
La questione è tecnica, entrambe le traiettorie generano volatilità sistemica sui mercati energetici. Il baricentro resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio globale e una quota rilevante di GNL.
Oltre a ciò il prezzo globale muta appena ci sono problematiche d’instabilità. Non è necessario un blocco totale: è sufficiente un aumento del rischio percepito per incidere sui premi assicurativi marittimi, sui noli e sui tempi di transito. Questo si traduce in un incremento immediato dei costi derivati delle materie prime energetiche.
L’Europa si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale. Con una dipendenza energetica superiore al 60%, il sistema industriale europeo è esposto a shock esogeni lungo tutta la catena del valore.
Negli ultimi vent’anni, la riduzione della capacità di raffinazione e la crescente specializzazione hanno ampliato il mismatch tra domanda e offerta di prodotti raffinati, in particolare sul diesel. Ciò significa che anche in presenza di disponibilità di greggio, il collo di bottiglia può spostarsi a valle, amplificando gli effetti sui prezzi finali.
In uno scenario di tensione persistente, si attiva un meccanismo a tre livelli: primo, aumento del prezzo del greggio e del gas; secondo, incremento dei costi logistici e assicurativi; terzo, trasmissione all’economia reale tramite inflazione energetica e riduzione della competitività industriale. Il tutto con effetti non lineari, perché inseriti in un contesto già segnato da frammentazione geopolitica e reshoring selettivo.
Il limite dell’approccio europeo è l’assenza di una reale strategia di sicurezza energetica integrata. Le politiche di transizione, pur necessarie, sono state costruite assumendo condizioni di stabilità internazionale che oggi non esistono più. In assenza di capacità di proiezione e controllo delle rotte, l’Europa resta un price taker in un mercato sempre più politicizzato.
Non esiste uno scenario “neutrale”. Sia un accordo fragile sia una crisi prolungata producono effetti distorsivi sui mercati energetici. In un sistema globale meno integrato e più competitivo, la variabile energetica torna ad essere un fattore primario di potenza.
Trump ha una strategia, sbaglia chi non la vede.





