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L’AI e il bordo spaziale

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L'AI e il bordo spaziale

Una sorta di eterno ritorno del Medesimo

Siamo abituati a percepire i fenomeni che accadono secondo principi e regole a cui noi stessi intendiamo credere. Veri o falsi che siano.

Ancora: abbiamo, è proprio il caso di dire, creduto che scienza e fede siano due cose differenti, quanto invece non facciamo altro che, istante dopo istante, affidarci a ciò che riteniamo probabile accada. Probabile ma non certo.

E, tuttavia, non ci rendiamo conto che le nostre sono solo astrazioni. E, cioè, abbiamo costruito un linguaggio che ci permette di stabilire relazioni tra cose, compreso noi stessi, in sé e per sé ignote e cioè incommensurabili, in ogni caso prive di una esatta o giusta misura, davvero innominabili. E. pertanto, le nostre percezioni, quali che siano, non sono che astrazioni.

E il linguaggio che adoperiamo? Meta-fisica, nel senso greco originario del termine. E cioè, secondo la logica spaziotemporale, composto dell’avverbio μετά – inteso spazialmente come “insieme, con, in mezzo, dietro, in accordo” e temporalmente come “dopo, in seguito, verso” – e dall’aggettivazione del termine φύσις, comunemente inteso con il significato di “natura”.

Ma su siffatto fondamento, che alcuni chiamano Natura, altri Dio, altri ancora Realtà o ancora Verità e che costituisce il fondamento dell’intero nostro discorso (λόγος), ogni interpretazione si rivela inappropriata, inesatta, ingiusta, quale che sia la misura che noi sappiamo o affidiamo a noi stessi e alle cose che ci circondano.

Ciò premesso, s’intende che occorre qui darne una minima spiegazione. Che magari giudicherete inappropriata, ma se così fosse comunque tale da com-prendere il senso di quanto qui è detto.

Leggere i libri del fisico Carlo Rovelli è un piacere a cui, confesso, non è mai facile sottrarsi. E, pertanto, anche stavolta ho ceduto alla tentazione e letto avidamente “Sull’eguaglianza di tutte le cose“, un saggio che raccoglie i testi delle lezioni che il fisico ha tenuto al dipartimento di filosofia dell’Università di Princeton nel novembre e dicembre 2024.

Servendosi, quindi, di un linguaggio innanzitutto filosofico: così che aveva ragione Giorgio Colli quando, a proposito della filosofia, la definiva nient’altro che una “disciplina letteraria”, con i suoi principi e le sue regole.

E allora cominciamo esattamente da questo punto. Che cos’è un punto?

Un’astrazione, come leggeremo. È una questione legata al fondamento dell’intero discorso o, meglio, di ogni nostro parziale o intero discorso, sia in ordine al concetto di spazio che di tempo, quale che sia.

Nello sviluppo dell’argomentazione, fisica, scienza, fede e filosofia, vanno sempre di pari passo lungo ciò che (τὸ χρεὼν) ha origine dall'”Illimitato” o, preferibilmente, “Senza-limite” (τὸ ἄπειρον) di Anassimandro.

In questo semplice detto – che tanto ha dato, dà e darà probabilmente ancora a pensare tutti noialtri -, Anassimandro separa l’intero cosmo greco (universo) dalle nostre percezioni o impressioni.

L’Uno è e si rivela definitivamente a noi ignoto e inaccessibile. Le cose, invece, si rivelano a noi come percezioni, secondo il significato del termine greco originario γνώμη (nominativo singolare). Termine questo da cui derivano tutti i termini che attengono al campo della conoscenza, da interpretarsi correttamente come il campo in cui l’uomo agisce in qualità di antico vasaio.

L’antica σοϕία finisce così con l’essere ridotta a ϕιλοσοϕία. E la teoria e pratica dell’ἐποχή alla teoria delle idee di Platone, di cui dirà Plutarco, nel suo “adversus Colotem“, “ha generato confusione nel linguaggio”.

Si verifica cioè il passaggio da una scienza-fede-sapienza-filosofia-conoscenza (meta-fisica) “antica” a una scienza-fede-sapienza-filosofia-conoscenza (fisica e metafisica) “moderna”.

E quali sono i segni che rendono questa transizione o adozione di un nuovo linguaggio scientifico?

Perché è più appropriato, più conforme a una logica di sistema unitario – vorrei tanto cavarmela con il dire ciò che andrebbe esattamente detto, pur sapendo che è un “dato” che non ci appartiene come specie umana! – dire che “l’umanità è il prodotto di un lunghissimo processo di trasmissione e accrescimento, di perdita e di ri-nascimento delle conoscenze scientifiche” (G. de Santillana, H. von Dechend, Il mulino di Amleto).

Ed ecco, allora, che Rovelli, nel saggio citato, ci s-vela e ci rinvia – in una sorta di eterno ritorno del Medesimo – alla con-cordanza o sovrapposizione tra meccanica classica e meccanica quantistica: “entrambe descrivono la realtà come un insieme di campi che non sono collocati nello spazio e non evolvono nel tempo”.

Oltre il tempo – ma l’hai inteso in qualche modo ora anche tu lettore, oltre il concetto astratto del tempo, su cui è fondata tutta la scienza del mondo antico – appare dunque il concetto astratto di spazio, che gli stessi Autori appena citati dicono saggiamente essere stato “inventato” da Parmenide; e, quindi, ecco allora la costruzione di un nuovo mondo legato al concetto di spazio.

Allora Rovelli spiega bene come dal concetto di spazio di Aristotele si passi al concetto di spazio vuoto di Newton per ri-tornare, quindi, allo stesso concetto aristotelico della fisica quantistica.

In ogni caso astrazioni che ci consentono di fare passi avanti nella ricerca e nell’analisi, ma, essenzialmente, di acquisire la percezione di maggiori fenomeni, una più ampia gamma di fenomeni.

La ratio è sempre la medesima. Vi faccio solo un piccolo esempio.

Plutarco, nell’opera sua citata, diceva: “Non bisogna combattere neanche una sensazione – tutte infatti presuppongono un contatto con qualcosa come se dalla sorgente della mescolanza ciascuna prendesse ciò che (le) si addice e che (le) è proprio – né bisogna predicare qualcosa dell’intero, dato che si entra in contatto solo le parti; né bisogna ritenere che tutti subiscano le stesse affezioni, dato che certi ne hanno alcune e altri altre, a seconda delle diverse qualità e potenzialità dell’oggetto” (trad. Aurora Corti, 2014).

Oggi, Rovelli dice: “la teoria non assume che il mondo sia contenuto in uno spazio (…) la struttura concettuale della meccanica quantistica riguarda l’interazione fra sistemi. Ma per poter agire su BA deve essere adiacente a B (…) In questo modo non descriviamo mai l’intero spaziotempo, con tutto quanto contiene, perché non esiste un esterno rispetto a cui descrivere tutto…”.

E, allora, i Pitagorici suggerivano che il sostrato comune di tutte le cose fossero i Numeri, ossia punti aventi posizione.

E, tuttavia, il problema irrisolto era che, in base a questa assunzione, nel campo dell’Illimite, e quindi di tutte le posizioni, esso recava con sé la posizione e quindi anche il Limite (…) Limite e Illimite sono ammassati insieme in ogni punto (G. de Santillana, Prologo a Parmenide).

Occorreva una diversa soluzione. Così che: la ri-soluzione al problema, valida ed efficace, sia quella del continuum pensato alla maniera di Parmenide (Ibidem).

E, in ordine al concetto di spazio fisico con-diviso, così rappresentato da Rovelli: “(la teoria) non fornisce un’immagine completa del mondo, ma solo un insieme di vincoli (probabilistici) su quanto sia possibile osservare dall’interno del mondo stesso. Ha un aspetto modale: si presenta solo come limitazione dei fenomeni possibili, e nella forma ‘se… allora’”. Pertanto: I) limitazione dei fenomeni possibili II) limitazione dei fenomeni percepibili.

Oggi, l’AI consente di fare questo ma, essenzialmente, di ampliare la gamma dei fenomeni possibili e percepibili. Ciò che l’esperienza umana ha sempre fatto e con ogni probabilità (anche se l’espressione contiene un ossimoro: dal greco antico ὀξύμωρον, figura retorica che mette insieme due termini di significato contrario) continuerà a fare (se non intende rinnegare sé stessa).

Autore

  • Angelo Giubileo

    Angelo GiubileoAngelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.

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