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Gli Ebrei e la Bibbia

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Gli Ebrei e la Bibbia

Le radici di un odio antico

L’Antico Testamento, in ebraico Torah, “Legge”, costituisce la base del credo religioso ebraico come lo è il Corano per i Mussulmani e come lo sono i Vangeli canonici per i Cristiani.

Esso è composto da cinque Libri: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio (“Secondo (Libro) della Legge”); Libri ritenuti dal credente Ebreo dettati direttamente da Dio al compilatore.

Gli Ebrei, in siriaco, “Ibriu”, “straniero”, nel senso di “alieno”, “ostile”, a parte di momentanee alleanze, non si riconoscevano in alcun vincolo tra le erranti tribù che vagavano in quei terrori; vivevano sotto le tende del tutto simili a quelle usate ancora oggi dai beduini allevatori di pecore, capre, suini e cammelli con una sola aspirazione: quella di saccheggiare, depredare le popolazioni vicine e impadronirsi delle terre aldilà del fiume Giordano e stabilirsi in quelle pianure ricche e costellate di piccole città che erano autentico paradiso in confronto ai deserti sassosi dove essi vivevano.

Gente, dunque, provinciale e isolata ai margini della storia, ma che era entrata in contatto, soprattutto in Mesopotamia e in Egitto, con culture ed aggregazioni politiche evolute e possenti, cariche di storia millenaria, di fronte a cui i due regni di Samaria e di Giuda risultavano essere stati ben poca cosa; la stessa “metropoli” del sud, Gerusalemme, a confronto di città come Damasco, Biblos, Sidone e Tiro, appariva come un piccolo aggregato di villaggi.

Tutto questo, li obbligava a mantenersi “separati a tavola” e “a letto” con gli estranei al loro culto, per timore di rendersi impuri mangiando cose sacrificate “agli idoli”, offerte cioè agli dèi e poi consumate dai fedeli come atto di comunione rituale con le deità venerate; e per timore che, sposando straniere, queste potessero educare i figli al culto di altri idoli che non verso l’Unico di Israele.

Eppure, fin dai tempi remoti, il monoteismo non era proprio degli ebrei, come racconta la Storia Sacra, e fino alle (parziali) deportazioni effettuate prima dagli Assiri rispetto al Regno del Nord (Israele/Samaria) e dai Babilonesi rispetto al Regno del Sud (Giuda), essi praticavano, come tutti i loro vicini, un culto rivolto a varie divinità a capo delle quali venne posto un dio supremo.

Fu questa divinità, sino allora usata come primus inter pares, a divenire il solo Dio durante la “cattività babilonese”, e per motivi tutt’altro che religiosi; quindi, sino al VII sec. avanti l’era nostra, gli Ebrei erano popolazioni “pagane” al pari di quelle che confinavano con i loro regni.

La trasformazione dell’impianto religioso da politeismo a monoteismo e l’invenzione di un antichissimo Patto tra il Dio Unico ed il popolo ebreo, stipulato per conto di questi dal progenitore Abramo, lo si dovette alle classi dirigenti dei due Regni deportate in Mesopotamia (la massa della popolazione, di estrazione contadina, non venne mai spostata) le quali imposero l’adozione al solo culto di Iavè per impedire l’assimilazione di queste minoranze nel calderone dei popoli dell’Impero Neoassiro prima e di quello Neobabilonese dopo.

Per fare ciò, fu necessario inventare una storia unitaria nazionale ed una religione ugualmente nazionale che desse senso – un senso speciale, unico – a questa storia; e tale senso fu trovato nella promessa fatta da quel Dio di concedere in eredità perpetua tutta la terra di Canaan ai suoi adoratori, a patto dell’adozione del culto esclusivo all’Unico ed Eterno Signore del mondo.

Con ciò, non solo (e non tanto) venne a porsi in essere una religione monoteistica, quanto un monoteismo tribale, che elevava ideologicamente una nazione al di sopra delle altre per scelta divina, relegando le restanti popolazioni umane al rango di Goim, “gente”, persone di secondo ordine, con cui è bene non mischiarsi, gente “impura” in quanto non segue i canoni rituali del Kasher: non c’era mezzo migliore, insomma, per tenere separati gli ebrei nell’esilio dagli altri popoli, impedirne l’assimilazione culturale e biologica per salvaguardare l’identità etnica.

Ma non fu solo quello della salvaguardia dell’identità etnica e culturale delle genti ebree l’unica molla a spingere le classi deportate in Mesopotamia, e poi tornate nelle antiche sedi, ad istituire il culto esclusivo di Iavè.

A monte di queste legittime preoccupazioni politiche è possibile scorgere una risposta emotiva inconscia, ma potente.

I sentimenti di frustrazione e di inferiorità che questo stato di cose produsse nelle classi dirigenti israelitiche durante il loro soggiorno forzato in Mesopotamia, non potevano che suscitare invidia e malanimo nei confronti di popoli maggiormente evoluti e politicamente più forti.

Reazione che si concretizzò nel mito religioso di un rapporto speciale, privilegiato tra il Dio universale e il popolo culturalmente e politicamente arretrato, battuto ed emarginato, che spiegava tale esclusione come un segno del favore divino, mentre la potenza, la cultura e la ricchezza degli altri popoli, come bestemmie contro Dio.

Questo tipo di comportamento, messo in atto, a suo tempo, dall’ambiente ebraico, è ben noto in psicologia come rovesciamento nell’opposto, collegato all’assunzione di un’entità garante del processo di capovolgimento fantastico dei dati di fatto.

D’altra parte la psicologia ci spiega pure, come una tale entità tutelare altro non sia che un’inconscia proiezione del sé di chi fantastica sull’esistenza e l’azione di essa; in tale essere fantastico, vissuto come onnipotente, chi rovescia nell’opposto le proprie frustrazioni, vive se stesso come una realtà staccata dal proprio io, ma, al contempo, intimamente legato a questi.

Quindi, il Dio onnipotente degli ebrei non era che l’immagine dell’ebreo come popolo, “proiettato sullo schermo del cielo” come dice Feuerbach; nell’unico Dio di Israele, l’ebreo adorava se stesso in quanto popolo, in quanto tipo umano.

E siccome c’era un solo popolo ebreo, non poteva esserci che un solo Dio…senza cui non sarebbe stato possibile il rovesciamento nell’opposto del senso di inferiorità culturale e politica che gravava sull’animo del popolo ebraico.

Come dice Martin Noth nella sua “Storia d’Israele”: “… In tal modo i profeti hanno osato dichiarare che Israele, storicamente così insignificante, era tuttavia il centro della Storia del Mondo… come oggetto del giudizio di Dio, Signore del Mondo; non come il perno visibile e preminente dei movimenti storici, bensì (come) centro segreto di quanto avveniva… I profeti potevano dire tutto questo solo basandosi sul presupposto che da tempo immemorabile Dio aveva incontrato Israele nella Storia…”.

Così, storielle sospirose, il non-storico riduceva ciò che è storico a un suo strumento, dichiarandosi centro nascosto ma vero di tutti gli eventi e ragione dell’esistenza di tutti i popoli, ridotti a semplici strumenti di una Storia Sacra del popolo santo, per decreto divino.

Sotto le devastazioni di Gaza, del Libano, della Siria e della Cisgiordaina, non sono sepolti solo decine di migliaia di palestinesi, uomini, donne, bambini, massacrati dal loro esercito.

È ben visibile qualcosa di antico, conservatosi nei secoli attraverso la Torah, il Talmud, la Cabalà, i racconti dei Kassidim: un odio antico, un rancore antico; l’antico stupore ebraico che altri potessero realizzare quanto a loro non riusciva, avere quanto a loro era negato, scrivere nella Storia pagine che loro non avevano mai scritto, né lo avrebbero mai potuto fare.

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