Un’avvertenza di tipo clinico-comunicativo
Nel momento in cui ti troverai ad esporre questa ‘troppo’ perfetta ricostruzione al soggetto, occorrerà tenere conto di una trappola comunicativa insita nella natura stessa della difesa: se descrivi la parabola a chi si trova immerso nelle fasi centrali (persecutiva o ipocondriaca), la sua mente interpreterà la tua spiegazione come un attacco alla sua ultima trincea difensiva.
Smontare il suo schema significa rimetterlo direttamente di fronte al terrore primario: il caos incontrollabile dell’ambiente.
Per questo motivo la reazione istintiva del soggetto sarà la chiusura o la re-inclusione di chi parla all’interno del complotto (“Anche tu non capisci / sei parte del sistema”).
Acciocché la spiegazione possa trovare uno spaglio di ascolto, la chiave risiede spesso nel partire proprio dal primo anello che hai individuato: validare la sua sensazione iniziale di disorientamento verso il mondo (“È comprensibile sentirsi smarriti e traditi da un sistema medico e sociale così complesso e spesso opaco…”).
Solo se il soggetto si sente compreso nella sua ansia di fondo (l’allarme primario), può tollerare di vedere smontati i meccanismi patologici che ha costruito per difendersene.
Il fattore transizionale
E per trattare tali casi abbiamo bisogno di un quid transizionale – non l’oggetto transizionale di Winnicot, ma una narrazione transizionale per la transizione dallo stato di smarrimento per mancanza della mappa a uno stato di accettazione attiva di una mappa con molte incognite, che è una realtà irriducibile e con cui bisogna fare i conti.
Certi film di Buñuel: (come La Via Lattea, Il fascino discreto della borghesia) sono quid transizionali verso l’accettazione della mappa a molte incognite, ovvero dell’assurdo. Altri quid transizionali sono i simboli, i mythoi.
Il trasporre la funzione transizionale dall’ambito dell’oggettualità della prima infanzia alla strutturazione delle mappe cognitive e narrative dell’adulto è un’operazione euristica, che permette di comprendere come il passaggio dalla pretesa di certezze assolute all’accettazione della complessità (e dell’incertezza) richieda uno “spazio di gioco” intermedio, non puramente razionale.
Analizzando questa idea secondo uno schema in sei punti, abbiamo:
1) L’Oggetto Transizionale di Winnicott
Nella formulazione originale di Donald Winnicott, l’oggetto transizionale (la copertina, il peluche) occupa una terza area d’esperienza: la realtà d’illusione.
Non appartiene al mondo interno dell’infante (non è un’allucinazione o una fantasia pura), né risiede interamente nella realtà esterna oggettiva, sottratta al suo controllo.
È un ponte che permette al bambino di staccarsi dall’illusione di onnipotenza e fusione materna senza sprofondare nel terrore dell’abbandono.
2) La Funzione per Sbloccare un’Impasse Evolutiva/Adattativa
La funzione dell’oggetto transizionale è consentire un passaggio evolutivo indolore:
• Il bambino tollera la separazione dalla madre (l’esterno non controllabile) grazie alla presenza dell’oggetto.
• L’oggetto non viene mai messo in discussione nella sua natura: non gli si chiede “È parte di te, o viene da fuori?”.
• Sblocca l’impasse adattativa perché permette di integrare il principio di realtà senza che la perdita dell’illusione originaria provochi un crollo traumatico dell’Io.
3) Analogia con il blocco di chi non accetta una Mappa Incerta della Realtà
L’adulto che non tollera l’incertezza del mondo moderno si trova in un’impasse evolutivo-cognitiva analoga a quella del bambino:
• La pretesa di un’onnipotenza della mappa: Il soggetto esige una spiegazione totale, deterministica, priva di punti ciechi o incognite (sia essa il dogma medico, la medicina alternativa, la trama complottista).
• Il blocco adattativo: di fronte a un ambiente (sociale, istituzionale, biologico) opaco o probabilistico, la mente rifiuta di integrare l’incertezza. Senza un “ponte”, il salto dalla certezza assoluta all’accettazione del limite epistemico appare catastrofico.
• Conseguente senso di minaccia e reazione di allerta: quando la mappa collassa o si rivela insufficiente, non si genera un semplice errore di calcolo cognitivo, ma un terrore esistenziale primario, in cui l’assenza di un quadro complessivo affidabile fa piombare l’organismo in uno stato di allarme tonico e iper-vigilanza.
In mancanza di strutture intermedie per tollerare il caos, la realtà imprevista viene vissuta come minaccia persecutoria imminente.
4) Meccanismi difensivi, proiezioni e intolleranza all’analisi razionale
Per difendersi dall’allarme, la mente erige difese rigide (scissione, proiezione, paranoia, ipocondria purificatoria). In questo stato:
• L’analisi razionale diretta viene rigettata: Spiegare a chi è arroccato nella difesa la dinamica psicopatologica del suo delirio o del suo bias equivale a rimuovere con la forza l’unica barriera che lo separa dall’angoscia di destrutturazione.
• L’interpretazione razionale viene vissuta come un attacco del persecutore (o di un suo agente), provocando l’immediata chiusura o il ricovero nella “fortezza ideologica”.
5) Tolleranza e Accettazione verso Discorsi Impliciti e Simbolici (Il Mythos e la Narrazione Transizionale)
Qui si innesta la funzione del Quid / Narrazione Transizionale:
• L’aggancio non minaccioso: I simboli, i miti, la parabola o il cinema dell’assurdo (come Buñuel:) non impongono una verità né smontano con la forza la difesa del soggetto. Non dicono “La tua mappa è un delirio”, ma mettono in scena la frattura della realtà in modo estetico, ironico o allegorico.
• L’area d’illusione condivisa: Come l’oggetto di Winnicott, la narrazione transizionale crea uno spazio intermedio ‘sospeso’ tra finzione e realtà. Permette al soggetto di farsi un’esperienza dell’incertezza e del caos (l’assurdo di Buñuel:, la sospensione del senso nei mythoi) senza che il suo Io debba ammettere la sconfitta o subire una svalutazione narcisistica. Ricordo che la parola greca mythos non significa “mito” ma “racconto”. Platone usava mythoi per esporre teorie non razionalmente comprovabili, e che quindi non voleva presentare come suo insegnamento – come per es. il mythos di Er (la reincarnazione).
• L’integrazione indiretta: Sotto forma di metafora, la mente può metabolizzare l’idea che la realtà sia irriducibilmente opaca e densa di incognite. Il simbolo diventa così il veicolo che traghetta la psiche dalla rigidità difensiva all’accettazione attiva del limite e dell’incertezza.
6) La Narrazione Transizionale, così come l’Oggetto Transizionale, funziona e ‘abilita’, sblocca, perché è qualcosa di intermedio di tra esterno (incontrollabile) e interno (soggettivo), ed è qualcosa su cui la persona può lavorare (ad es. in modi rituali), esprimendosi, tirando fuori, e sperabilmente adattando e deconflittualizzando proprie istanze/imagines. Con ciò appare il vero propulsore dinamico della narrazione transizionale: la sua natura di spazio d’azione attivo, ritualizzabile e trasformativo.
Se l’oggetto transizionale di Winnicott non fosse “manipolabile” dal bambino (spazzato, coccolato, morso, consumato, portato ovunque), non servirebbe a integrare il principio di realtà.
Per la narrazione transizionale vale la medesima legge psicodinamica: non può rimanere un’architettura concettuale passiva o un testo astratto, ma deve configurarsi come un dispositivo plastico d’interfaccia su cui il soggetto possa esercitare un’operatività simbolica.
La narrazione transizionale si colloca precisamente come membrana tra il mondo esterno (il caos sociopolitico, l’opacità delle istituzioni, l’angoscia del non-sapere) e il mondo interno (fantasmi persecutori, imagines parentali o minacciose, bisogni di purificazione e controllo).
Se è troppo “esterna” e oggettiva (come il discorso scientifico-razionale o la norma burocratica), viene rigettata perché percepita come estranea o ostile. Se è troppo “interna” (come il delirio o la somatizzazione pura), consuma e distrugge l’organismo.
La narrazione transizionale, come il mythos platonico, crea un perimetro in cui non si chiede al soggetto di stabilire se il simbolo sia “vero” o “falso” in senso positivista, affrancando la mente dalla morsa del principio di realtà immediato.
La possibilità di “lavorarci sopra” – spesso attraverso la forma del rituale – è il meccanismo che sblocca l’impasse.
Tirando le somme, abbiamo due notevoli guadagni:
• La sostituzione del rito patologico con il rito simbolico: nel caso del biossido di cloro o delle pratiche estreme di purificazione, il soggetto sta già eseguendo un rito (il clistere, la misurazione delle dosi, l’evacuazione). È un rito somatico distruttivo con cui tenta di espellere un’intollerabile imago interna. La narrazione transizionale offre un canale di deviazione rituale: il lavoro si sposta dal corpo biologico al corpo simbolico (la scrittura, l’esegesi di un mito, la produzione allegorica, la partecipazione a una drammaturgia).
• L’esteriorizzazione ed “espressività plastificata”: lavorando sul materiale narrativo o mitico, il soggetto “sposta” all’esterno le proprie imagines terrorizzanti (il nemico, il parassita, il persecutore). Non le subisce più come un’invasione somatica o una persecuzione esterna, ma le proietta su personaggi, metafore, forme artistiche o concettuali che può modificare, manipolare ed elaborare.
La Deconflittualizzazione e l’Adattamento delle Istanze Psichiche
Il risultato di questa manipolazione simbolica è la gradata deconflittualizzazione delle istanze interne che consente l’adattamento alla realtà frustrante:
a) Padroneggiamento per via ludica: Come il bambino che nel gioco riproduce l’andata e il ritorno della madre per dominarne l’angoscia di separazione, così l’adulto – operando entro e con la narrazione transizionale – fa fare esperienza all’Io del crollo delle certezze o della presenza dell’ignoto, ma all’interno di un contesto “protetto” e controllabile.
b) Integrazione dell’Incertezza: L’ignoto e il caos non sono più la minaccia che distrugge la mappa, ma diventano la materia prima della narrazione stessa. Attraverso l’elaborazione simbolica, il soggetto smette di combattere contro l’ambiente e comincia a giocare con l’incertezza, trasformando lo stato di allarme permanente in una forma di adattamento flessibile, tragico e ironico al tempo stesso.
L’apice di questo processo di auto-abilitazione si raggiunge allorché l’assurdità del mondo viene non solo accettata ma anche usata, come senso dell’assurdo, per aiutarsi a sopportare le ingiustizie e le frustrazioni del mondo stesso. Siamo al vertice dell’integrazione psicodinamica e filosofica: la transizione dalla sottomissione traumatica all’assurdo al suo uso attivo come dispositivo di resistenza e di economia psichica.
Nel momento in cui l’assurdità del mondo cessa di essere una minaccia che scompagina la mappa mentale e viene introiettata, si verifica un’inversione di polarità: il senso dell’assurdo passa da causa dell’angoscia a strumento di immunità psicologica.
Fintanto che il soggetto richiede (perché ne necessità per la propria coesione mentale) alla realtà di corrispondere a un ordine logico o morale perfetto, ogni ingiustizia, frustrazione o arbitrio subito viene vissuto come una ferita narcisistica o una persecuzione diretta.
Ci si chiede disperatamente: “Perché a me? Qual è il senso?”. Per contro, allorché interviene il senso dell’assurdo e decade la pretesa di razionalità del mondo, l’ingiustizia e l’arbitrio non vengono più interpretati come il trionfo di una volontà malvagia suprema (che alimento il delirio persecutorio), ma come la fisiologica, inevitabile manifestazione del caos e dell’irrazionalità delle cose.
Al contempo, il potere prevaricatore-è-ersecutore o l’evento avverso perdono la loro maestà spaventosa. Diventano macchiette, ingranaggi inceppati di un teatrino grottesco.
In questa fase, il senso dell’assurdo si struttura sotto forma di umorismo tragico e ironia distaccata. Freud, nel suo saggio sull’Umorismo (1927), ne coglieva la natura profondamente liberatoria e difensiva. L’umorismo -diceva- non è rassegnato, bensì è sfidante.
Segna non solo il trionfo dell’Io, ma anche quello del principio di piacere, che qui sa affermarsi contro le infauste circostanze reali.
L’uso dell’assurdo permette all’Io di guardare alle miserie e alle ingiustizie del mondo dall’alto di una distanza prospettica: “Il mondo è una farsa sregolata, e io non permetterò a una farsa di distruggere la mia integrità interna”.
Da Sisifo a Buñuel: L’Accettazione Eroica e Giocosa
Eccoci al punto d’incontro tra la traiettoria clinica e il pensiero filosofico ed estetico. Albert Camus (Il mito di Sisifo) afferma: “Bisogna immaginare Sisifo felice”.
La condanna a spingere l’enorme macigno sulla cima del monte, sapendo che rotolerà immancabilmente giù, è la metafora perfetta della frustrazione e dell’assurdo. Sisifo vince la sua condanna nel momento in cui prende atto dell’assurdo e lo abbraccia: il macigno diventa la sua cosa, e la sua consapevolezza sovrasta il destino che gli è stato imposto.
Il Surrealismo e la Satira Grottesca (Buñuel, Kafka, Svevo) addestra a ridere della regola burocratica spietata, dell’ostacolo insensato o del dogma accademico, perché il deriderli significa privare l’ingiustizia della sua gravità. L’assurdo diventa una lente di ingrandimento che deforma il gigante persecutore facendolo apparire ridicolo.
L’uso dell’assurdo come scudo e strumento trasforma la passività della sofferenza nell’unica vera forma di libertà possibile di fronte all’imprevedibile: la libertà di sguardo. Non si può impedire al mondo di essere ingiusto o caotico, ma si può privare quel caos del potere di fare impazzire l’Io.
Qui stiamo sintetizzando il vaccino contro la depressione. Dal “credo quia absurdum est” di Tertulliano al “probo quai absurdum est”. Questa formulazione sintetizza la virata epocale del rapporto tra la psiche e il nonsense dell’esistenza.
Se Tertulliano invocava il Credo quia absurdum (“Credo proprio perché è assurdo” – sl., che una vergine abbia partorito) come un atto di sottomissione fideistica, sospendendo la ragione per piegarsi al Mistero dogmatico, la nostra parafrasi “Probo quia absurdum (“Approvo / gradisco proprio perché è assurdo”) compie un salto di livello: non è più sottomissione, ma padroneggiamento ludico e sovrano.
In questo passaggio si compie, o spero si compia, la sintesi del “vaccino” contro la depressione e la disgregazione psicotica. Come ogni vaccino efficace, il meccanismo non agisce sterilizzando l’ambiente o eliminando il patogeno (il caos del mondo non può essere eliminato), ma inoculando una dose controllata e disattivata del patogeno stesso per addestrare il sistema immunitario della mente.
Attraverso il mito, il simbolo, l’umorismo grottesco, l’arte surrealista o la narrazione transizionale, la psiche entra in contatto con l’assurdo in una forma “addomesticata” e contenuta, priva della carica di minaccia reale.
Quando l’imprevisto, l’ingiustizia, la malattia o l’illogicità delle istituzioni irrompono nella vita quotidiana, la mente non va più in shock da anafilassi cognitiva (allarme, paranoia, ipocondria). Il sistema immunitario psichico riconosce la struttura del patogeno: “Ah, sei l’Assurdo. Ti conosco già, ho giocato con te, rimani pure.”
Ecco risultare due tipi antropologici:
a) Il malato di certezze (che si duole: Excrucior quia absurdum): pretende un mondo totalmente logico e ordinato. Di fronte al caos, si spezza. Sprofonda nella persecuzione o si arrende nell’inedia depressiva.
b) Il vaccinato (che afferma: Probo quia absurdum): ha metabolizzato che l’assurdo è il substrato irriducibile della realtà. Invece di pretenderne la bonifica o subirlo tragicamente, ne fa il proprio attrezzo da lavoro.
Il Probo del vaccinato non è cinismo o passività rassegnata; è l’essenza stessa dell’adattamento flessibile. Riconoscere l’assurdo del mondo permette di smettere di consumare l’energia vitale in guerre donchisciottesche contro i mulini a vento della realtà imprevedibile. L’Io faber può finalmente comprendere e abitare la realtà per quella che è.
Questo mondo sarebbe insopportabile se non fosse assurdo
È il ribaltamento logico definitivo: la cognizione dell’assurdità passa da condanna a condizione di tollerabilità del reale. Se il mondo fosse perfettamente razionale, ogni ingiustizia, ogni sofferenza, ogni deformità etica o biologica non sarebbe una svista casuale del caos, ma il risultato necessario, deliberato e meritato di un ingranaggio spietato.
Un mondo totalmente razionale e ingiusto sarebbe un inferno perfetto, privo di qualsiasi scappatoia epistemica o morale: ci costringerebbe ad ammettere che la sofferenza ha una giustificazione stringente e che noi siamo logicamente destinati ad essa.
È proprio la presenza della crepa dell’assurdo che ci salva dal peso di quella necessità. L’assurdo restituisce l’innocenza: e garantisce la libertà, che non esisterebbe In un cosmo integralmente determinato e coerente.
Il rapporto tra l’intimità affettiva e l’assurdità del mondo
Nello sviluppo di questo tema, la relazione tra la sfera dell’intimità affettiva e la fondamentale irrazionalità dell’esistenza rivela come l’incontro con l’Altro non sia un’evasione dal caos, ma il suo unico contrappeso architettonico. L’intimità funge da microsfera protetta come sospensione dell’allarme e nicchia di leggibilità.
In un mondo esterno che richiede continua vigilanza e difese suppletive di fronte al non-senso, l’intimità affettiva rappresenta l’unico spazio in cui l’Io può deporre l’armatura e sospendere lo stato d’allarme permanente.
L’intimità matura non si fonda sull’illusione infantile che l’Altro possa annullare l’assurdità del reale o fornire una spiegazione dogmatica al caos. Si fonda, al contrario, sulla co-presenza vigile dentro l’incertezza.
L’assurdità del mondo, se affrontata in solitudine, genera angoscia di destrutturazione o ripiegamento difensivo; se condivisa, si trasforma in materiale di complicità.
O, forse, è l’opposto: solo la solitudine e il disinvestimento da ogni oggetto, compreso il partner, compreso il Me, è condizione abbastanza forte da potersi misurare con l’assurdità del mondo, ed è per questo che i grandi asceti sono solitamente, magari solo per periodi, eremiti.
L’intimità affettiva porta con sé un paradosso intrinseco: è l’ostacolo più forte contro il terrore dell’assurdo, ma è anche il punto di massima esposizione all’assurdo stesso.
Il matrimonio, come diceva G.B. Shaw, è un malinteso fra estranei, quindi è un’assurdità. Investire affettivamente su un altro essere umano all’interno di un universo caotico significa accettare che l’oggetto del proprio amore sia sottomesso alle medesime leggi di caducità e arbitrarietà (malattia, perdita, separazione).
Il senso fai-da-te
Se il mondo non possiede un senso dato a priori, l’esperienza dell’intimità affettiva dimostra che il senso può essere generato localmente, così come quella ascetica del disinvestimento programmatico.
L’assenza di un disegno cosmico o morale superiore viene compensata dalla pienezza del significato interpersonale oppure dalla maggior pienezza del disinvestimento sistematico dell’anacoreta.





