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Le tre anime del sindacato alla prova della contrattazione – Parte 2

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Le tre anime del sindacato

La Cgil contro il Governo di Centrodestra – La Legge Biagi – Il Patto di Milano

Con il primo Governo Berlusconi, nel 1994, i rapporti dialettici fra sindacati si complicarono, perché Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil, alimentò una forte azione unilaterale contro la possibilità di un accordo con il Governo, sulle tematiche relative alla politica economica.

In Italia, per la prima volta, bisognava affrontare il confronto con un governo di centro destra. Questo determinò tutta una serie di incognite in tutti i diversi interlocutori.

Anche i sindacati si trovarono di fronte ad una situazione nuova, che poteva essere anche pericolosa e, pertanto, si sarebbero dovuti attrezzare per superare la probabile bufera.

Non fu facile il momento. Si scontrarono, anche all’interno del sindacato, scelte strategiche diverse fra loro.

La legge Biagi e l’opposizione della Cgil

Nello stesso periodo, sulla cosiddetta “Legge Biagi” sul mercato del lavoro, la discussione toccò toni molto accesi. La Cgil si oppose e si divise, ancora una volta, con le altre organizzazioni, perché UIL e Cisl furono più disponibili a ragionare sui contenuti.

La legge venne approvata in Consiglio dei ministri. Essa stabilì che il collocamento potesse essere gestito anche dai privati e istituì nuovi contratti atipici: il lavoro ripartito fra più persone e un limite all’utilizzo dei co.co.co.

Il governo varò un decreto omnibus per ridurre il deficit, dove fra le altre cose, c’era anche la fuoriuscita del sommerso. Sul decreto il governo pose la fiducia. La Cgil sostenne che il governo volesse lo scontro sociale, ma anche le altre due organizzazioni, su questa tematica, non avevano una posizione molto diversa.

Il governo con Fini (vicepresidente del Consiglio) e Maroni (Ministro del lavoro) dichiararono di volere il confronto sulle proposte contenute nel Libro Bianco di Biagi, ma i sindacati si dimostrarono scettici.

Anche perché Fini, nella convention della Confindustria, a Parma, aveva dichiarato che, sciopero o non sciopero, come paventato dalle confederazioni, il governo sarebbe comunque andato avanti.

Gli industriali, appoggiavano il governo Berlusconi, convinti che il governo avrebbe realizzato le riforme su questi temi, come voluti da loro. Anche se non tutti la pensavano cosi, infatti, Guidalberto Guidi (vicepresidente della Confindustria) sostenne, invece, che, dopo lo sciopero non ci fosse altra strada se non quella di continuare il dialogo.

Del resto, la sua convinzione, spiegò,  derivava dal fatto che imprenditori e sindacato esistono per trattare, per confrontarsi, per trovare assieme soluzioni.

La sinistra radicale organizzò una manifestazione, a Roma, contro il precariato ed il protocollo sul welfare. Dopo la manifestazione chiesero al governo cambiamenti sul welfare e sulla legge Biagi.

Marco Biagi, giurista e consulente del Ministero del Lavoro, socialista e autore del Libro Bianco, venne assassinato dalle Brigate Rosse. Dopo la sua morte, scoppiarono molte polemiche, in quanto gli era stata revocata la scorta.

Venne fuori che Marco Biagi aveva inviato cinque lettere al ministro Scajola, in cui chiedeva il ripristino della scorta, perché continuava ad avere minacce.

Nelle lettere, la preoccupazione di Biagi era tanta, perché si considerava in pericolo, anche per essere stato indicato, dal leader della Cgil, come il responsabile del ridimensionamento dei diritti dei lavoratori.

Cofferati rispose alle accuse, ritenendo che quello che era emerso potesse essere usato per delegittimare il sindacato.

La polemica su queste lettere fu molto forte e il ministro Scajola si difese dall’aver sottovalutato il pericolo e non aver ripristinato la scorta. Dichiarò, in un’intervista[i], che l’uscita di queste notizie serviva solo a creare polveroni e veleni.

Difese il sindacato, sostenendo che avesse sempre lottato contro il terrorismo e nessuno potesse dare a Cofferati e alla Cgil la patente di fiancheggiatori. In seguito diede le dimissioni.

Il Patto di Milano

Un altro momento di grande scontro interno fra le confederazioni, fu il Patto di Milano. Dopo una trattativa unitaria, partita, addirittura due anni prima, si arrivò al momento della firma.

La prima a siglarlo fu la Cisl. La UIL firmò, dopo aver consultato il proprio direttivo, mentre la Cgil si rifiutò, ritenendo che il Patto fosse un atto di rottura grave che avrebbe prodotto conseguenze non solo nei rapporti fra organizzazioni sindacali milanesi, ma anche fra quelle nazionali.

Il Patto prevedeva contratti a termine, il ricorso agli immigrati, ai lavoratori parasubordinati e a giovani disoccupati, per progetti che sarebbero scaduti alla fine degli stessi progetti.

I contratti potevano essere rinnovati, quando si riproponeva il progetto, ma dovevano essere accompagnati dall’impegno delle imprese, a ricercare soluzioni per rendere stabile quel tipo di rapporto di lavoro.

Particolarmente aggressiva nei giudizi contro le altre due sigle fu la Camera del Lavoro di Milano. La UIL sostenne che aveva accettato questi strumenti di flessibilità, perché avrebbero portato alla creazione di nuovi posti di lavoro per cittadini deboli, che il mercato del lavoro per lo più rifiutava.

La Cgil nazionale ripeté il suo no, perché sostenne di essersi trovata davanti ad un accordo già preconfezionato senza poter cambiare niente. Come avvenne già in passato, la polemica si spostò anche in casa DS, fra chi ritenne sbagliata la firma a due e chi ritenne che c’erano le condizioni per firmare tutte e tre le organizzazioni sindacali.

Scriveva in un articolo Marco Biagi: ”L’intesa per il lavoro promossa dal Comune di Milano ha una valenza che trascende la dimensione locale[ii]” .

La polemica durò a lungo fra le organizzazioni sindacali.

Anche durante il secondo Governo Berlusconi, le polemiche si fecero molto frequenti. Il clima era già arroventato fra le organizzazioni sindacali, quando il ministro Salvi, del precedente governo, aveva tentato una mediazione per un accordo sull’integrativo.

La Cgil continuava a polemizzare contro la Confindustria, la FIAT e agli altri sindacati. Questi ultimi replicarono che non fosse accettabile questo insopportabile diritto di veto che si era arrogata sull’accordo sui contratti a termine. Fu l’inizio di un percorso, scelto dalla Cgil, che diventò sempre più duro, quando il Polo vinse le elezioni.

Questo atteggiamento della Cgil e della sinistra comunista si ripeté nel tempo e, addirittura, prima che il governo di centro destra si formasse, furono dichiarati scioperi. Ovviamente la Cisl e la UIL non potevano accettare questo stato di cose.

Il leader della Cgil, replicò la sua ferma opposizione al governo anche sul progetto di modifica delle pensioni. Dopo aver preannunciato manifestazioni e scioperi chiese a Uil e Cisl di adeguarsi alle sue idee, proponendo una discussione e una verifica, per varare un orientamento unico, ma UIL e Cisl non accettarono di uniformarsi alle decisioni già prese dalla Cgil.

Si aprì un nuovo contenzioso sulle modifiche all’articolo 18 dello Statuto, volute dal governo e dai rappresentanti della Confindustria.

Il ministro del lavoro, Maroni, invitò i sindacati a dialogare sui licenziamenti, a patto che abbandonassero posizioni pregiudiziali e ideologiche. La risposta dei sindacati non fu unitaria.

La Cgil dichiarò che la richiesta del sindacato fosse quella di non intervenire sull’art.18, come anticipato dal governo. Non c’era nessuna proposta di mediazione.

La Cisl confermò la disponibilità a discutere, ma il governo doveva rinunciare a intervenire sull’art.18.

La UIL affermò che la posizione di Maroni sembrava ragionevole e condivisibile. La Confindustria, con il vicepresidente Nicola Tognana, buttò benzina sul fuoco, chiese che il governo si presentasse al vertice di Barcellona, all’inizio di marzo, con la delega approvata.

Il 30 gennaio ancora scontri sulla delega delle pensioni all’audizione alla Commissione lavoro della Camera. Successivamente Maroni aprì al dialogo, ma fissò un termine alla discussione. Paolo Fresco, presidente FIAT, fece presente al governo che non si dovesse morire sull’art.18.

Continuarono le polemiche fra i sindacati confederali su eventuali scioperi e sui rapporti con il governo. Entrò nel vivo la delega sull’art.18 in Parlamento e la Cgil decise lo sciopero generale unilateralmente.

Iniziò la no-stop, a Palazzo Chigi. Il 5 luglio si chiuse la trattativa fra governo parti sociali e venne sottoscritto il Patto per l’Italia, da 35 sigle economiche e sette sindacati. La sigla di Cisl e UIL era finalizzata alla ratifica degli organismi dirigenti delle due confederazioni.

Mentre la Cgil si autoescluse dalla firma, anche se partecipò alla discussione al tavolo riunificato. Si dichiarò contraria, perché considerava l’accordo accettazione acritica, della politica economica governativa.

Si trattava tutt’altro che di un’accettazione acritica, perché quel confronto partiva dalla proposta del Governo di eliminare l’art. 18 e di ridurre il peso del sindacato, obiettivo per il quale erano già stati presentati alcuni disegni di legge pronti per essere approvati, se non si fosse concluso l’accordo.

Proprio grazie alla firma dell’accordo da parte di Uil e Cisl, infatti, fu scongiurata l’eliminazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Berlusconi dedicò questa intesa a Marco Biagi, per il contributo fornito con il Libro Bianco[iii]. La UIL e la Cisl si dichiararono soddisfatte, perché ritennero quell’accordo il più concertativo della storia del Paese[iv].

Per l’ex ministro del lavoro Tiziano Treu ed Enrico Letta il patto fu una riforma modesta, che non meritasse una divisione sindacale. La Cgil aveva sbagliato a non trattare e per fortuna la trattativa di Cisl e UIL aveva migliorato le intenzioni del governo[v].

Quel Patto fu semplicemente un accordo sindacale. Nessun cambio di natura del ruolo del sindacato, come sostenne l’opposizione sindacale e la sinistra.

Arriva Epifani ed è sciopero

Guglielmo Epifani venne eletto segretario generale della Cgil e subito annunciò, in perfetta continuità, lo sciopero generale della Cgil per le modifiche all’art. 18, nonostante le perplessità del capogruppo DS al Senato, Gavino Angius e del presidente Ds, Massimo D’Alema.

La Cgil fece il suo sciopero di otto ore, con cortei e comizi in 120 piazze. Gli altri sindacati espressero giudizi molto severi sullo sciopero. La Cgil proclamò uno nuovo sciopero generale contro il declino industriale. Così continuò ad andare avanti in modo unilaterale e questo determinò un clima sempre più complicato nei rapporti sindacali.

Nonostante ciò, ci furono anche momenti unitari. Alla Camera venne posta la fiducia sulla delega della riforma delle pensioni. Così divenne legge. Cgil, Cisl e Uil annunciarono battaglia con una fortissima mobilitazione per protestare contro una riforma sbagliata e iniqua. Si proclamò uno sciopero generale unitario, avvertendo che se non ci fossero state modifiche al testo avrebbero continuato la protesta con un altro.

Nonostante questa pausa unitaria, le polemiche fra le organizzazioni sindacali continuarono. La Cgil accusò Governo e Confindustria di un vertice segreto con Cisl e Uil. Denunciò, anche, che esistesse un piano per isolare la Cgil e annunciò un nuovo sciopero generale, da sola.

Dopo aver deciso unilateralmente la data dello sciopero chiese a Cisl e UIL di proclamarlo unitario contro le politiche economiche del governo Berlusconi. Queste ultime due confederazioni non ritennero ancora maturi i tempi per avviare una fase conflittuale e non accettarono la proposta.

La diatriba sull’art.18 continuò anche con il governo Monti, nell’incontro governo sindacati sulla riforma del mercato del lavoro, dove era contenuta la modifica dell’art.18. La proposta del governo era finalizzata a valere solo per i licenziamenti discriminatori, mentre per quelli economici si passava ad un semplice indennizzo. La Cgil si dichiarò non disponibile. Mentre la Cisl apprezzava la direzione presa dal governo sull’art.18.

La UIL dichiarò che, per dare un giudizio positivo, ci sarebbero dovute essere ulteriori modifiche. Marcegaglia, per la Confindustria, dichiarò, invece, una adesione complessiva. Sulla proposta di modifica dell’art.18 del governo la Cgil proclamò un nuovo sciopero generale.

Monti, illustrò, in conferenza stampa, il disegno di legge, che modificava l’art.18 (il reintegro sarebbe stato stabilito dal giudice per i licenziamenti economici e l’onere della prova non più a carico del lavoratore).

Le regole valevano anche per il pubblico impiego. Cisl e Uil valutarono positivamente le nuove proposte. Mentre per la Cgil il giudizio fu ancora sospeso, in attesa di vedere il testo. La Confindustria diede un giudizio negativo.

Un altro accordo, sulla produttività, fu firmato dal governo e parti sociali, salvo la Cgil. Questo accordo puntava a modificare il quadro di riferimento per la stipula dei contratti di lavoro nazionali e conteneva anche un finanziamento cospicuo per la detassazione degli aumenti salariali con un’aliquota del 10%.

Si intervenne anche sulle mansioni, rendendole più flessibili; sul livello degli aumenti contrattuali; sulla flessibilità e sulla solidarietà intergenerazionale.

Per arrivare all’accordo si fece una lunga trattativa. Le organizzazioni sindacali e la Confindustria avevano trovato un’intesa comune da presentare al governo, ma poi saltò per le obiezioni di altre associazioni datoriali. Rimaneva comunque ancora l’esigenza di modificare il modello degli assetti contrattuali del 1993.

Le parti sociali si dichiararono concordi sul mantenimento del doppio livello negoziale e nel favorire un maggiore decentramento della contrattazione.

La Cgil, tuttavia, continuava a sostenere, salvo alcune revisioni, il sistema del ’93, molti anni dopo averlo osteggiato. La UIL, Cisl e Confindustria, invece, erano favorevoli a un decentramento più radicale del sistema contrattuale.

Si avviò un primo confronto con Confindustria sulla base di una proposta del sindacato, concordata unitariamente, per arrivare a nuove “regole sulla contrattazione”.

La piattaforma unitaria proponeva un nuovo sistema contrattuale e di relazioni sindacali, oltre ad un dovuto incremento del potere di acquisto dei salari e delle pensioni.

Dopo di che, quando si raggiunse alla firma, la Cgil si rifiutò. Si profilò, anche in questo caso un accordo separato.

Questa proposta di riforma del modello contrattuale venne poi sottoscritta dal governo, UIL, Cisl e le associazioni imprenditoriali. La Cgil chiese che ci fosse un referendum dei lavoratori per valutare l’accordo. Cisl e UIL si opposero. Ci fu una novità, il Pd, con Veltroni, diede un giudizio positivo, ma suggerì la ricerca anche del consenso della Cgil.

Vennero proclamati ancora scioperi solitari dalla Cgil contro la politica economica del governo Ancora una volta marciò da sola.

Accade un fatto nuovo nei rapporti fra le confederazioni. UIL e Cisl manifestarono per sottolineare la necessità di una compiuta riforma fiscale; di una riduzione dei costi della politica ed una crescita della produttività e dei salari.

Fu la prima volta che avvenne nella storia del sindacato che manifestarono soltanto due organizzazioni. Purtroppo, fu la certificazione di una differenza forte di impostazioni strategiche.

La vicenda di Pomigliano

Nel 2010 la storia dell’eterna lotta tra massimalismo e riformismo si ripropose nella vicenda che riguardava lo stabilimento FIAT di Pomigliano.

Venne siglato un contratto, che divenne l’unico vincolante per il gruppo FIAT e l’unico a stabilire le regole di rappresentanza aziendale. Uilm, Fim-Cisl e la Fiat firmarono l’accordo, mentre la Fiom si rifiutò.

La situazione alla Fiat diventò incandescente. Ancora una volta a sterili proteste massimaliste si contrapponeva il senso di responsabilità riformista di chi voleva salvaguardare i lavoratori e l’economia in una Regione che ne aveva molto bisogno.

La sottoscrizione di quel contratto permise, non solo di riconoscere un incremento salariale, ma soprattutto di salvare posti di lavoro, ponendo le basi per la riassunzione dei lavoratori in cassa integrazione.

Successivamente si arrivò al referendum. La Camusso, neo segretaria Cgil, invitò la Fiom di Landini a partecipare al referendum e nel caso di vittoria dei sì, firmare l’accordo. Questa tensione che si respirò nella vicenda, che avrebbe potuto essere stravolgente per le relazioni sindacali, venne superata con la vittoria dei sì al referendum.

I lavoratori, a volte, sono più maturi dei loro dirigenti e lo dimostrarono accettando l’accordo. Fu senza dubbio una vittoria della UIL e della Cisl. Ma fu, soprattutto, una vittoria di un modello riformista di sindacato, che invece dello scontro, preferisce il dialogo e l’accordo.

Lo scontro con la Fiat ritornò, quando dopo essere uscita dalla Confindustria, annunciò che avrebbe concordato un contratto solo per i suoi lavoratori.

L’obiettivo, precisò l’azienda, era gestire direttamente i rapporti con i propri dipendenti e le organizzazioni sindacali, nel pieno rispetto dei reciproci ruoli, come previsto dalle intese già raggiunte a Pomigliano.

Questa proposta fu contestata duramente dalla FIOM, mentre la FIM e la UILMproposero di avviare il confronto, per arrivare alla stipula di un contratto ponte. Alla fine del confronto si arrivò alla firma che ebbe il consenso di tutti i sindacati metalmeccanici, ad eccezione della Fiom.

Per Marchionne fu considerata una svolta storica. Cisl e Uil si dichiarano soddisfatte. Mentre la Cgil polemizzò duramente e avverti che avrebbe ricorso a vie legali. Sul piano dei contenuti, fra le altre cose, le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto avrebbero potuto nominare le RSA, in sostituzione delle RSU, in base a quanto previsto dall’art. 19 dello Statuto dei lavoratori.

La Fiom, essendo stata esclusa dal tavolo contrattuale, avviò una serie di ricorsi legali. Si ripropose la questione di quali soggetti potessero partecipare alla contrattazione aziendale successiva al contratto nazionale.

Solo dopo una serie di ricorsi giudiziari che lamentavano la lesione dei diritti sindacali dei lavoratori, la Corte Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità dell’art. 19 “nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale possa essere costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie dei contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda”.

La FIOM voleva avere giustizia, in quanto riteneva che essendo la più rappresentativa fra le organizzazioni, nonostante non avesse firmato l’accordo, avesse diritto a partecipare. Alcuni giudici gli diedero ragione e altri gli diedero torto.

Le recenti polemiche fra le organizzazioni sono troppe vicine e non hanno ancora un valore storico. Per questo non le ho trattate.

Voglio aggiungere che ho conosciuto molto bene sia Cofferati, sia Epifani e sia Camusso e non li ho mai ritenuti massimalisti, però le loro scelte hanno dimostrato il contrario, perché nel dibattito interno ha prevalso più la contrapposizione, che il cercare l’intesa con le altre due organizzazioni.

In conclusione, il massimalismo, in preda ai suoi bizantinismi, non coglie a pieno le potenzialità che sempre riserva un accordo. Un sindacato, nel corso di una trattativa in cui non condivide una posizione o il merito di una proposta, deve sforzarsi di trovare le modifiche opportune, altrimenti indebolisce l’opera di mediazione propria del suo ruolo di negoziatore, senza la quale viene meno proprio alla sua funzione.

Qual è la funzione di un sindacato riformista?

Un sindacato riformista si pone l’obiettivo di risolvere i problemi dei lavoratori e di tutti i cittadini in generale, migliorandone gradualmente le condizioni sociali, tramite un esercizio responsabile e laico del proprio ruolo che non si limiti alla mera contestazione ma che sia propositivo e quindi partecipativo nelle scelte economico – sociali di un Paese.

L’azione riformista ripudia la mera conservazione dell’esistente e interviene per governare il mutamento sociale, quando questo non si ispira alla giustizia sociale con equità.

Mira alla ricerca del benessere collettivo all’interno della società con politiche di inclusione e di vera emancipazione delle persone, attraverso modifiche democratiche dell’ordinamento politico, giuridico, sociale ed economico.

[i] D. Martirano, “Veleni, il sindacato non è fiancheggiatore”, Corriere della sera del 29.6.2002

[ii] M. Biagi, Progetto pilota da asportare, Il Sole 24 ore del 2 febbraio 2000

[iii] R. De Gennaro, Accordo separato sul patto per l’Italia, la Repubblica del 6.7.2002

[iv] G. Sarcina, Angeletti e Pezzotta esultano. “Rilanciata la concertazione”, Corriere della sera del 6.7.2002

[v] A. Cangini, Per fortuna c’erano Cisl e UIL, il Resto del Carlino del 6.7.2002; C- Sardo, “Riforma modesta, ma Pezzotta e Angeletti l’hanno migliorata”, il Mattino del 6.7.2002

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