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Le spigolature – Una sinistra che proprio non cambia

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Le spigolature

La rinuncia alle proprie tradizioni in nome di che?

Si cominciò con la Boldrini che esaltava il “nuovo stile di vita” degli immigrati islamici, facendo finta di non sapere come vengano trattate nel mondo musulmano le donne, per non parlare degli omosessuali, o di chi abbandona l’Islam.
Motivo: essere non meno corretti politicamente, meno anti razzisti e meno bla bla bla dell’ultimo che aveva parlato.

Si proseguì con Grasso che – facendo finta di non conoscere i regolamenti e la prassi – fece votare a scrutinio palese la decadenza da senatore di Berlusconi, primo caso dal 1848, cioè dai tempi dello Statuto Albertino, in cui un voto che comporti il giudizio su una persona non avvenne a scrutinio segreto.

Fatto che – per inciso – Tommaso Cerno stigmatizzò, affermando che la sinistra ne avrebbe portato la vergogna per decenni.

Motivo: essere non meno anti caimano dell’ultimo che aveva parlato.

Si giunse, infine, all’alleanza con i 5Stelle, facendo finta di non sapere quanto incompatibili fossero non solo con la grammatica e la logica, ma con la democrazia parlamentare.

Motivo: essere non meno anti salviniani dell’ultimo che aveva parlato.

Tre casi di rinuncia, rispettivamente:

– ai valori della Costituzione (uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, condizioni sociali, religione, eccetera);

– alla distinzione tra politica e magistratura, cioè alla divisione dei poteri, con quel servile inchino ai magistrati rappresentato dall’applicazione retroattiva della legge;

– al rispetto di se stessi, spacciando per difesa della democrazia dall’orco cattivo quella che era una sindrome di astinenza da sospensione del potere.

Fosse andato al voto, il PD avrebbe perso le elezioni, ma si sarebbe affermato come l’opposizione pronta alla rivincita.

Perché non lo fece?

Perché i suoi dirigenti, come i giovani sessantottini figli di papà che ho conosciuto – che si collocavano sempre più a sinistra dell’ultimo che aveva parlato – alle cose che dicono, ai valori che sbandierano, alle analisi che con aria da saccenti espongono, fanno solo finta di crederci.

O, magari, anche ci credono, ma come fosse un gioco.

Così, adesso, per la rivincita dovranno affidare il testimone ai loro figli.
O ai loro nipoti.

La perdita del sacro

Peppone sarebbe stato contrario a che Giosuè Bigatti, detto Pitaciò, aprisse il negozio la domenica. Aveva il senso del sacro, pensava che nella vita c’è qualcosa che non si misura col danaro. E anche lui seguiva una religione fondata da un ebreo che pensava di costruire un mondo migliore attraverso i poveri.

La mia generazione è sopravvissuta alla grande con i negozi chiusi la domenica. Quello era il giorno del riposo, della famiglia, delle ore dedicate allo spirito, fosse la Messa, la lettura, le corse sui prati, le partite a pallone, il corteggiamento delle ragazze conosciute a scuola, le discussioni tra amici a parlare di tutto e di nulla.

Le nostre cattedrali erano le chiese di campagna, i cieli sconfinati, i muretti e i gradini davanti a casa, i campetti di calcio col fondo di terra battuta e pieni di sassi, i campi e i boschetti tra l’argine e il fiume.

Non si avrebbe nemmeno avuto il tempo di andare nei centri commerciali, divenuti le cattedrali di chi non sa più chi è, né quale Dio sta adorando.

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