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Perim: quando un’isola diventa una rotta e un nodo decide il mondo

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Perim

La geografia torna a decidere il potere

Hormuz → bypass saudita → East-West Pipeline → Yanbu → Mar Rosso → Bab el-Mandeb → Perim.

È una catena e oggi quella catena mostra tutta la fragilità della nuova geografia dell’energia.

Quando Hormuz è diventato vulnerabile, l’Arabia Saudita ha cercato di aggirarlo utilizzando sempre di più la East-West Pipeline, l’infrastruttura di circa 1.200 chilometri che attraversa la penisola e porta il greggio verso Yanbu, sul Mar Rosso.

Era il bypass terrestre di Hormuz, la risposta infrastrutturale alla vulnerabilità della rotta marittima. Ora anche quella pipeline è stata temporaneamente chiusa dopo un attacco con droni provenienti dall’Iraq.

Contemporaneamente, dall’altra parte della penisola arabica, gli Houthi hanno raggiunto Perim, l’isola yemenita che si trova nel cuore del Bab el-Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano.

La sua posizione permette di incidere sulla sicurezza di una delle principali porte marittime tra Asia, Medio Oriente ed Europa.

Hormuz sembrava il problema e il sistema ha cercato di aggirarlo ma, improvvisamente, Perim diventa il problema.

Questa è esattamente la tesi delle “isole”; la globalizzazione non ha potuto cancellare la geografia ma l’ha resa ancora più strategica.

Quando una rotta viene interrotta, il traffico cerca un’alternativa. Ma quell’alternativa passa attraverso altri porti, altri oleodotti, altri corridoi, altri stretti, altre isole. Ogni deviazione ridisegna la mappa delle vulnerabilità.

Per questo la sequenza Hormuz – Yanbu – Bab el-Mandeb non va letta come una successione casuale di crisi ma come una rete infrastrutturale nella quale ogni nodo condiziona il successivo.

Perim è uno di quei nodi. È piccola, quasi invisibile sulla carta, si trova esattamente nel punto in cui una rotta commerciale può trasformarsi in una leva di potere.

La questione diventa allora ancora più ampia.

Se Hormuz e Bab el-Mandeb vengono contemporaneamente sottoposti a pressione, non è soltanto il traffico marittimo a essere messo in discussione.

È la capacità stessa dei produttori del Golfo di raggiungere i mercati mondiali attraverso rotte prevedibili e relativamente sicure.

E questo cambia la domanda, non dobbiamo più chiederci soltanto come riaprire Hormuz, bensì chiederci quali rotte rimarranno realmente utilizzabili quando più colli di bottiglia saranno vulnerabili contemporaneamente.

Ed è qui che entrano in scena i corridoi terrestri, le ferrovie, gli oleodotti, i porti del Mediterraneo orientale, la Turchia, l’Iraq, la Giordania, il Caucaso e l’Asia centrale.

Il sistema energetico e commerciale mondiale sta passando dalla logica della rotta dominante alla logica di una rete di alternative.

Ma c’è un paradosso, più alternative costruiamo, più diventano importanti i nodi attraverso i quali queste alternative devono passare.

Ecco l’importanza di controllare non necessariamente i grandi territori, ma i piccoli punti della rete: gli Stretti, i porti, le isole, terminali, oleodotti, infrastrutture, passaggi ferroviari, tutta la nuova geografia del potere.

Ho scritto tante volte che il futuro delle rotte energetiche non sarà determinato soltanto da chi possiede il petrolio o il gas ma da chi controlla i percorsi attraverso i quali quelle risorse possono arrivare ai mercati.

Ed è qui che l’isola di Perim torna a raccontare una delle idee centrali del mio libro, “Le isole decidono il mondo”, un libro scritto ben prima della crisi di Hormuz.

Non certo perché avessi previsto Perim, ma perché la tesi era un’altra, che la globalizzazione, moltiplicando le connessioni, avrebbe reso strategici proprio quei punti apparentemente marginali attraverso i quali passano le grandi arterie del mondo.

Oggi Perim rende quell’intuizione improvvisamente visibile. Non sono le dimensioni del territorio a determinarne il valore strategico ma la posizione geografica che occupa nella rete.

Perim è piccola, ma è esattamente nel punto in cui una rotta diventa potere.

Ed è forse questa la conseguenza più importante di ciò che sta accadendo.

Non stiamo semplicemente assistendo alla crisi di alcune rotte energetiche, stiamo entrando in una fase nella quale la sicurezza energetica verrà sempre più costruita attraverso una competizione per il controllo dei nodi, dei corridoi e delle infrastrutture che collegano il mondo.

Il vero ridisegno non sarà, quindi, una nuova mappa delle rotte ma una nuova mappa delle vulnerabilità.

Chi riuscirà a controllare quei punti di passaggio potrà condizionare non soltanto il prezzo dell’energia, ma la direzione stessa dei traffici, degli investimenti e delle alleanze.

Un mondo nel quale era assurdo pensare che la geografia potesse non contare, è lei che torna a decidere il potere.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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