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Giuseppe Mazzini v/s I Liberi Pensatori

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Giuseppe Mazzini (Genova, 1805 - Pisa,1872). Sui mazziniani nel Cuneese v. Aldo A. Mola, “Fermenti democratici della classe politica cuneese nella crescita sociale ed economica alla metà del secolo XIX”, in “Bollettino storico della Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo”, n. 57, 2° semestre 1967, pp. 57-99.
Giuseppe Mazzini (Genova, 1805 - Pisa,1872). Sui mazziniani nel Cuneese v. Aldo A. Mola, “Fermenti democratici della classe politica cuneese nella crescita sociale ed economica alla metà del secolo XIX”, in “Bollettino storico della Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo”, n. 57, 2° semestre 1967, pp. 57-99.

Un inedito di Giuseppe Mazzini alla Biblioteca Civica di Cuneo

Una lettera inedita di Giuseppe Mazzini del 3 agosto 1864 a un militante del “Libero Pensiero” viene esposta al pubblico in apposita teca nella Sala Mazzini della nuova sede della Biblioteca Civica di Cuneo, a Palazzo Santa Croce, un tempo Ospedale, splendidamente restaurato.

L’inedito evidenzia la distanza incolmabile tra l'”Apostolo” e il movimento dei liberi pensatori esordiente in Italia all’inizio degli Anni Sessanta dell’Ottocento.

Il 1864 è l’anno dell'”Inno a Satana” di Giosuè Carducci. Il rifiuto di Mazzini alla “elezione a Socio onorario dei Liberi Pensatori” andò molto oltre le divisioni in corso tra i seguaci suoi e quelli di Garibaldi.

Investì anche la massoneria italiana, ancora incerta sulla condotta da tenere nei confronti delle istituzioni cementate dalla proclamazione del Regno d’Italia, il 14 marzo 1861.

La lettera richiama indirettamente l’attenzione sull’evoluzione del quadro politico del “Vecchio Piemonte” alla vigilia del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, deliberata con la convenzione italo-francese del 15 settembre 1864: uno degli snodi fondamentali per il rinnovo della rappresentanza parlamentare chiamata a svolgere un ruolo autenticamente nazionale.

In tale ambito divenne e a lungo rimase centrale la scelta tra Mazzini e Garibaldi quale figura precipua di riferimento del cammino della Nuova Italia.

L’opzione fu tra collaborare con la monarchia per consolidare il regno e completare l’unità o farne una repubblica. All’Italia mancavano non solo Trento e Trieste, ma anche Venezia e soprattutto Roma.

Il cammino era ancora molto lungo. Nel settembre 1864 il siciliano Francesco Crispi, che nel 1860 aveva preparato e assecondato l’impresa dei Mille capitanata a Garibaldi, decisiva per l’unificazione, enunciò la linea: «La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe».

Più tardi Carducci, ammiratore di Mazzini e garibaldino di complemento, spiegò che federalismo e regionalismo avrebbero precipitato l’Italia nelle divisioni laceranti del Tre-Quattrocento, concluse con tre secoli di asservimento alle dominazioni straniere.

La dirigenza politica del Vecchio Piemonte, compreso il Cuneese che con gli “adelfi” Santorre di Santarosa e Guglielmo Moffa di Lisio era stato in prima fila nelle battaglie risorgimentali, fece la sua scelta: “Italia e Vittorio Emanuele”.

A Cuneo Mazzini compì una breve visita da clandestino, verosimilmente nel settembre 1855. Garibaldi vi fu di sicuro un’unica volta, il 7 aprile 1859.

Lasciarono tracce nettamente diverse in una plaga che non nutrì speciale simpatia per il torinese Camillo Cavour, né per Massimo Tapparelli d’Azeglio, eletto deputato nel collegio di Strambino (Torino).

A condurre nottetempo in carrozza Mazzini a Cuneo da Savigliano, ove era giunto da Savona, fu l’industriale bacologo Carlo Chiapello, che lo albergò fuori città, in una villetta di suo cugino, Carlo Pogetti, farmacista e fautore della ferrovia Cuneo – Tenda- Nizza.

Lì Pogetti ospitava la vedova e la figlia del mazziniano Scipione Pistrucci, difensore della Repubblica romana, morto a Lugano.

“Stanco e malaticcio”, secondo la narrazione Mazzini trascorse tre giorni “stando quasi sempre a letto”.

Vi ricevette in visita Giovanni Audiffredi (1809 – 1875), pioniere della bacologia nel Cuneese, nel 1853 nominato senatore per la XXI categoria, Luigi Parola (protomedico dell’ospedale civico, sindaco di Cuneo, deputato per due legislature della Camera subalpina) e il giovane Giuseppe Ferreri, avvocato, segretario comunale, poi inflessibile magistrato sabaudo nella repressione del brigantaggio in Abruzzi.

Erano “i buoni”, con i quali direttamente e indirettamente Mazzini corrispondeva e che salutò da Londra tramite un biglietto lasciato a Ferreri recatosi a trovarlo in Mudnor Street 15, un non meglio precisato giovedì del 1853.

Avvolto nel massimo riserbo, il breve soggiorno di Mazzini a Cuneo non ebbe rilevanza politica ma rimase nella memoria carsica, consegnata dai suoi protagonisti alla città.

Quando, ormai morto, l'”Apostolo” era a pieno titolo nel Pantheon delle glorie risorgimentali, quella visita fugace fu ripetutamente evocata in riviste e nel quotidiano locale, “La Sentinella delle Alpi”, diretta dal massone Nicolò Vineis, sino al 1882 grande elettore di numerosi deputati.

Nel volgere di poco tempo, senza nulla rinnegare del magistero mazziniano, a parte la forma dello Stato, realisticamente i “buoni” si posero nel solco del “centro-sinistro” sorto con la convergenza tra Cavour e Urbano Rattazzi.

Il collegio di Cuneo e alcuni della provincia elessero ripetutamente alla Camera esuli dal Lombardo-Veneto, dalle Due Sicilie e dallo Stato Pontificio, riparati in Piemonte dopo il turbine del 1848 – 1849.

L’inclinazione a candidare personalità d’altre terre, bene addentro agli intrecci fra politica e direzioni generali dei ministeri, proseguì per decenni.

Dopo il concittadino Carlo Brunet, sindaco, artefice del piano regolatore e dell’arrivo della strada ferrata da Torino senza oneri per il municipio, la città elesse deputato il cavouriano Carlo Boggio, perito nella battaglia di Lissa, e il milanese Cesare Correnti, mentre altri collegi della provincia si contendevano gli ingegneri ferroviari (Grattoni, Sommeiller, Ranco…) propizi per far svalicare le linee ferrate verso la Liguria e la Francia.

In Cuneo Mazzini rimase un ricordo elitario; la città gli intitolò una via, ma non gli dedicò neppure una lapide.

Molto più documentate sono invece le poche ore trascorsevi da Giuseppe Garibaldi il 7 aprile 1859. Nominato maggior generale e “commandante [così egli scrisse] il Corpo de’ Cacciatori delle Alpi” (17 marzo), egli affidò il primo reggimento al colonnello Enrico Cosenz (1820 – 1898), con “deposito” nell’ex convento delle clarisse, confiscato dal Comune, e il secondo, allestito a Savigliano, al colonnello Giacomo Medici (1817 – 1882): due veterani di sua piena fiducia.

A entrambi Garibaldi raccomandò di istruire i volontari con il rigore necessario ad affrontare il combattimento che spesso si risolveva in assalti all’arma bianca, corpo a corpo, nel fragore assordante della battaglia.

Fare la guerra era diverso da scrivere sonetti. Era cosa da adulti. Si moriva di ferite curate male più che sul campo.

Cuneo ricordò la giornata di Garibaldi con due lapidi. Una, voluta dal “sodalizio cuneese dei superstiti garibaldini”, auspice il Municipio, dice che il Generale vi passò in rassegna il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, “preludio alla gloria dei Mille”.

L’altra, affacciata su piazza Santa Chiara recita:

“Qui
il 7 aprile 1859

Giuseppe Garibaldi
venuto per organizzare
i Cacciatori delle Alpi
visitava Angela Aschieri-Ramorino
madre di Giuseppe e Paolo Ramorino
caduto l’uno ai Quattro Venti
l’altro al Volturno
e la semplicità dell’Eroe
adeguava la modestia
di quella madre di Eroi
Il Popolo di Cuneo
plebiscitariamente
IV luglio 1907″.

Fu un tributo all’Eroe nel centenario della sua nascita.

I passaggi per Cuneo dei due artefici della Nuova Italia risultano dunque accomunati dall’omaggio alla memoria di loro compagni di lotta, in specie nella difesa della Repubblica Romana: il mazziniano Pistrucci e i garibaldini Ramorino (nulla a che vedere con lo sfortunato Gerolamo).

Nella primavera del 1859 la Repubblica Romana non era però da evocare, perché il Regno di Sardegna era alleato di Napoleone III nella guerra contro l’Austria.

Il “fosco figlio di Ortensia” (come lo bollò Carducci) da principe – presidente della seconda Repubblica francese aveva inviato il corpo di spedizione comandato da Oudinot, che espugnò la città e restaurò Pio IX.

Il “non detto” era però non meno importante dei brevi discorsi, delle sbrigative lettere e dei telegrammi dettati da Garibaldi nel marzo – luglio 1859, sino alle poche righe indirizzate da Lovere a Edoardo Campos il 30 luglio: “La mia regola di condotta, sul terreno della politica, sarà sempre la stessa: Libertà, Unione, Indipendenza”, cui aggiunse “Italia e Vittorio Emanuele”, con buona pace della repubblica vagheggiata da Mazzini, sempre più distante.

Nel 1907 la rievocazione dei “Quattro Venti” suonava invece bene. Sindaco di Roma era l’ebreo Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d’Italia; e da poco il Paese aveva reso omaggio alla salma di Carducci, che nel 1906 era stato preferito, all’ultimo momento, al cattolico Antonio Fogazzaro, rassegnato a rinnegare tentazioni modernistiche, per il conferimento del Premio Nobel.

La “storia” della lettera inedita di Mazzini

Per il contenuto politico e programmatico la lettera di Mazzini a un ignoto “Fratello” è molto rilevante. Il suo proprietario, Giuseppe Tardivo, docente universitario, economista di prestigio internazionale, ne fece omaggio al Rotary Club “Cuneo 1925” di cui è socio onorario. Il 10 giugno 2025 il Club presieduto da Luigi Fontana, cardiologo di fama e filantropo, l’ha donata alla Città di Cuneo.

Nell’occasione il sindaco, Patrizia Manassero, e l’assessore alla Cultura, Cristina Clerico, promisero di porla in una teca nella futura Sala Mazzini della Biblioteca Civica, in trasferimento da via Cacciatori delle Alpi al palazzo Santa Croce già sede dell’Ospedale, pochi passi dal complesso monumentale di San Francesco, di interesse nazionale e museo cittadino.

Promessa mantenuta, come si vedrà il 26 – 29 settembre 2026. La collaborazione Rotary – Comune per la miglior collocazione dell’importante inedito mazziniano è proseguita con i presidenti successivi, Daniel Gallina, imprenditore, e Giulio Fraternali Orcioni, direttore medico nell’Azienda Ospedaliera Santa Croce – Carle di Cuneo, sulla scia del secolare fattivo impegno rotariano per la crescita civile, culturale, economica e sociale della Città e della provincia.

Datata “3.agosto”, con riferimento ai “fatti di Aspromonte” (ove il 29 agosto 1862 una palla di rimbalzo si conficcò nel malleolo del piede destro di Garibaldi, che guidava la spedizione “Roma o morte”), ma senza alcun cenno alla citata Convenzione del 15 settembre, che traslò la capitale da Torino a Firenze, la lettera è dunque del 1864.

Mazzini vi prende nettamente le distanze dal “Libero Pensiero”, movimento sorto in Francia e all’epoca appena albeggiante in Italia, ove ebbe tra i suoi maggiori esponenti Filippo De Boni, (Caupo, 7 agosto 1816 – Firenze, 7 novembre 1870), seminarista da giovane, anticlericale militante, eletto deputato dal collegio di Tricarico per tre legislature (VIII-X) e traduttore di Ernesto Renan.

Secondo l'”Apostolo”, sempre più divergente da Garibaldi, eletto gran maestro dalla quarta Assembla generale del Grande Oriente d’Italia adunata in Firenze (maggio 1864), Venezia e la cacciata dall’Italia degli austriaci e dei francesi, acquartierati a Civitavecchia a protezione di Roma e del Lazio, residui dello Stato pontificio, dovevano avere la precedenza assoluta su ogni altra meta.

Per Mazzini Venezia era sinonimo di Repubblica: quella di Daniele Manin, s’intende, non la dogale, oligarchica e bigotta. Secondo lui occorreva scatenare una guerra italiana, foriera dell’insurrezione generale europea: la tempesta che avrebbe condotto alla scomparsa del Papato e della Monarchia.

La storia ebbe altro corso: il Regno d’Italia proclamato il 14 marzo 1861 dal primo parlamento nazionale (che conservò l’ordinale VIII, a continuazione delle legislature subalpine) nel 1866 ottenne Venezia grazie alla sconfitta dell’Impero d’Austria a Sadowa per opera dei prussiani; e il 20 settembre 1870 irruppe in Roma solo dopo la resa di Napoleone III, sconfitto dai tedeschi a Sedan.

Lo storico e politico Leo Valiani osservò che, riecheggiando Napoleone I, Lenin soleva ripetere: la storia ha più fantasia del più fantasioso rivoluzionario; o profeta di rivoluzioni, si potrebbe aggiungere.

Lettera di Giuseppe Mazzini a “Fratello”
3 agosto (1864)

La Lettera è scritta su tre fogli di carta sottilissima, all’epoca in uso specie per corrispondenza “clandestina”.

Mazzini scrisse su entrambe le facciate dei primi due fogli, sicché le righe vergate su ognuna traspaiono dall’altra, rendendo la lettura difficoltosa.

Di seguito è proposta la trascrizione, con indicazione tra parentesi dell’incipit di ogni facciata.

(Trascrizione di Aldo A. Mola)

Fratello,
ringraziate per me caldamente i vostri colleghi. Le intenzioni loro sono ottime e come prova di affetto fraterno da uomini che cercano il vero e vogliono rappresentarlo negli atti loro. L’elezione a Socio onorario dei Liberi Pensatori m’è cara.
Ma non posso accettarla. E’ cosa di coscienza e sarei indegno d’appartenervi se il mio dividere in parte le vostre convinzioni mi facesse dimenticare che in parte dissento da voi. Dirò perché del mio rifiuto appena io possa sovraccarico di lavoro e infermiccio com’io sono trovare un’ora di tempo libero. Intanto ho voluto rispondervi perché non mi crediate scortese e anche per dirvi qualche cosa sull’altra parte
(p. 2) della vostra lettera.
Perché se volete onorare la memoria di Francesco Ferruccio, non promovete l’erezione d’un piccolo monumento nel luogo stesso ov’ei cadde? Non so s’io m’inganni ma questo strappar le ossa d’un grande dalla zolla consecrata dal sagrificio per accentrarlo a una metropoli mi sembra profanazione e avanzo inconscio dell’educazione monarchica.
Ogni palmo di terra in Italia ha la polve d’un forte. Parmi che il fatto di farlo intendere alla Nazione che sorge possa educar meglio i giovani alla solidarietà d’un nobile orgoglio che non il metodo tenuto in oggi.
In Roma innalzeremo, spero, un giorno, una Colonna gigantesca e ben altrimenti educatrice che non quella della Piazza Vendome; là scriveremo i nomi (p.3) dei martiri della nostra libertà, segneremo con bassi rilievi fatti più cospicui, ricorderemo con immagini i migliori tra i nostri padri. Ma intanto non disertate le località dei loro santi ricordi e onorate Farruccio a Gavinana ov’egli pugnò l’ultima battaglia con una piccola colonna o con altro. Sarebbe questo, s’io fossi chiamato a darlo, il consiglio mio.
E ora lasciate che a voi pure io dica per senso di dovere ciò che ho detto ad altri e ripeterò finché vivo. Per quanto avete di sacro non dimenticate voi giovani la condizione in cui siamo e la vergogna che pesa su noi. Son uomo di pensiero anch’io; ma vi confesso che tremo ogni qual volta odo d’ associazioni non tendenti dirittamente allo scopo. Gli animi vi trovano uno sfogo col (p.4) bisogno d’attività, si persuadono d’andar innanzi e pur dimenticano che sono e rimangono schiavi. Non conosco paese dal nostro in fuori che tollerasse avendo lo straniero in casa d’occuparsi d’altro che del come scacciarlo. Guai se ci avvezziamo a crederci più o meno liberi e chiamati a sviluppare quetamente i germi del nostro progresso.
De Boni dice che scacceremo il Papato separandoci da esso. Prima di tutto perché moto siffatto s’universalizzi è necessario un apostolato di mezzo secolo; e ve n’avvederete voi stessi andando innanzi coll’Associazione; poi De Boni dimentica che dobbiamo scacciare gli Austriaci e i Francesi. Cacciateli: il Papato sparirà il dì dopo. Un momento d’entusiasmo suscitato dall'(p.5) Azione vi crea un popolo che ieri era giacente quasi cadavere.
Il lavoro come voi lo imprendete, lento, difficile, somma a numerare e collegare insieme quei che sono già concordi nel pensiero non conquistare le moltitudini.
Per me non v’è ch’un intento: Venezia, cacciar l’austriaco, formare nella guerra un nuovo esercito di volontari, poi correre, col paese ridesto, infiammato su Roma. Quando vedo gli italiani – parlo dei buoni- sviarsi da quel pegno, occuparsi di monumenti, di sviluppo di idee, mi prende l’anima stanca una mestizia di morte. E penso che il giorno dopo della presa della Bastiglia il popolo era trasformato in un subito, maturo per la repubblica, per accettare ogni grande idea.
Addio: non ho potuto a meno di dirvi queste cose. Per l’idea fissa che produsse Aspromonte noi abbiamo perduto due anni. Oggi torniamo a sviarci da Venezia per Roma. È un errore fatale. E non avremo né l’una né l’altra.
Noi abbiamo bisogno, bisogno assoluto d’una guerra nostra, che ci battezzi italiani e susciti l’insurrezione europea. Mutata per tempesta l’atmosfera ci troveremo grandi senza sapere il come. E il Papato sparirà davanti alla grandezza del popolo. E sparirà la Monarchia. Tra un popolo sommosso a coscienza di forza e gli errori e i tradimenti della monarchia le occasioni di collisione sorgeranno inevitabili. Pensateci.
vostro fratello
Gius. Mazzini
3. agosto (1864)

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