Hormuz, Ucraina, Cina e la difficile nascita di un nuovo equilibrio
Ci sono momenti nella storia nei quali gli avvenimenti sembrano accadere separatamente.
Una nave colpita nello Stretto di Hormuz.
Un missile o un drone che raggiunge un’infrastruttura ucraina.
Un vertice internazionale.
Una dichiarazione di Trump.
Un incontro fra Iran e Oman.
La Cina che osserva.
L’Europa che discute.
Sembrano notizie diverse.
Io comincio invece a leggerle come frammenti dello stesso cambiamento.
Il mondo nel quale siamo cresciuti sta lentamente lasciando il posto a un altro mondo. E il problema è che non sappiamo ancora quale sarà.
Hormuz non è soltanto Hormuz
Oggi una nave è stata colpita nello Stretto di Hormuz, con una vittima e feriti secondo le autorità iraniane. L’episodio arriva mentre Teheran e Oman discutono le condizioni per una possibile riapertura della rotta.
Ma l’intesa raggiunta finora non equivale alla riapertura immediata dello Stretto.
E qui bisogna fermarsi.
Perché Hormuz non è soltanto una striscia d’acqua fra Iran e Penisola Arabica.
È una delle arterie energetiche del pianeta.
Attraverso quella porta passa una quota enorme del petrolio e del gas destinati ai mercati mondiali.
Quando quella porta si restringe, il problema non rimane nel Golfo Persico: arriva nelle nostre automobili, nelle fabbriche, nelle bollette, nei trasporti, nei prezzi dei prodotti.
L’Italia lo sa particolarmente bene.
La nostra economia è esposta alle variazioni dei costi energetici e alla sicurezza delle rotte commerciali.
La geopolitica, quando diventa concreta, smette di essere una parola difficile. Diventa il prezzo della benzina.
La guerra che non finisce in Ucraina
E mentre guardiamo a Sud, a Est l’altra grande crisi continua.
Nelle ultime ore la Russia ha colpito nuovamente l’Ucraina.
Gli attacchi hanno provocato vittime e danneggiato infrastrutture; Kiev denuncia l’impiego di centinaia di droni e un crescente tentativo russo di colpire non soltanto il fronte, ma la capacità economica e logistica del Paese.
Ed è qui che la mia inquietudine cresce.
Perché una guerra può continuare anche quando nessuno dei contendenti riesce più a vincerla rapidamente.
Può diventare una macchina che consuma uomini, denaro, infrastrutture e futuro.
E, intanto, la diplomazia cerca uno spazio.
Mosca ha indicato la disponibilità a riprendere i colloqui trilaterali con Stati Uniti e Ucraina, mentre sul terreno la guerra continua.
Non è una contraddizione.
È la guerra moderna.
Si combatte per migliorare la propria posizione prima di sedersi al tavolo.
E l’Europa?
È questa la domanda che mi interessa maggiormente.
L’Europa si trova davanti a una situazione che avrebbe potuto sembrare impensabile soltanto pochi anni fa.
A Est ha una guerra che coinvolge direttamente la sicurezza del continente.
A Sud ha una crisi mediorientale capace di colpire energia e commercio.
Nel frattempo, deve affrontare una competizione economica e tecnologica sempre più dura.
E non può permettersi di essere semplicemente spettatrice.
L’Europa deve finalmente decidere che cosa vuole essere.
Una grande economia senza una vera capacità geopolitica?
Oppure una potenza civile capace di difendere i propri interessi senza trasformare ogni crisi in una prova di forza?
Io credo che questa sia una delle domande decisive del nostro tempo.
La Cina sta guardando
Poi c’è Pechino.
La Cina non ha bisogno di sparare un colpo per aumentare il proprio peso nel mondo.
Può osservare.
Può commerciare.
Può acquistare energia.
Può offrire mediazione.
Può rafforzare i rapporti con il Sud globale.
E, soprattutto, può aspettare che gli altri consumino parte delle proprie energie in conflitti sempre più costosi.
Il vertice BRICS di Nuova Delhi ha mostrato proprio questo: Paesi molto diversi fra loro possono trovare un terreno comune nella critica all’ordine internazionale dominato dall’Occidente.
Non significa che i BRICS siano diventati un blocco compatto.
Sarebbe una semplificazione.
Significa però qualcosa di più importante: il mondo non accetta più automaticamente che siano altri a stabilire le regole.
Trump e la politica della pressione
Donald Trump continua a muoversi secondo una logica che conosciamo: pressione, minaccia, negoziato, concessione possibile.
Ma la storia ci insegna una cosa.
La forza può aprire una porta.
Non sempre può decidere cosa ci sarà oltre quella porta.
L’Iran, infatti, non è semplicemente un Paese da convincere ad arrendersi.
È una potenza regionale con una storia millenaria, una struttura statale, una capacità missilistica e una rete di alleanze e forze alleate che attraversa il Medio Oriente.
E, soprattutto, possiede una carta straordinariamente potente:
la geografia.
Hormuz è lì.
E la geografia non si bombarda.
Il paradosso italiano
Ed eccoci a noi.
L’Italia potrebbe essere uno dei Paesi europei più interessati a trasformare questa crisi in una occasione diplomatica.
Non perché dobbiamo scegliere fra Washington e Teheran.
Ma perché abbiamo una posizione che ci permette, almeno potenzialmente, di parlare con mondi diversi.
Mediterraneo.
Europa.
Golfo.
Nord Africa.
Energia.
Commercio.
Cultura.
Questa potrebbe essere una delle nostre grandi risorse.
L’Italia non deve cercare di diventare una piccola America.
Deve tornare a essere Italia.
Una potenza mediterranea, europea e occidentale, sì, ma capace di parlare anche con chi non appartiene al nostro campo.
È questa, secondo me, la vera utilità della diplomazia.
Non parlare con gli amici.
Parlare soprattutto con chi non la pensa come noi.
La guerra mondiale che non ha bisogno di chiamarsi guerra mondiale
Ed è qui che arrivo alla mia conclusione.
Non credo che siamo necessariamente davanti all’imminenza di una Terza guerra mondiale nel senso classico.
Vedo qualcosa di più complesso.
Una competizione mondiale combattuta contemporaneamente con missili, droni, sanzioni, energia, intelligence, tecnologia, commercio, propaganda, finanza e controllo delle rotte.
Una guerra senza una dichiarazione di guerra.
Una guerra nella quale spesso non sai neppure dove finisca il campo di battaglia.
Il Mediterraneo può diventare strategico.
Il Mar Rosso può diventare strategico.
Hormuz può diventare strategico.
Il Mar Nero può diventare strategico.
I cavi sottomarini possono diventare strategici.
Perfino un algoritmo può diventare strategico.
Il campo di battaglia è diventato il mondo.
E noi?
Io continuo a pensare che la domanda più importante non sia: chi vincerà?
Ma: che mondo avremo quando queste guerre finiranno?
Perché anche quando un missile smette di volare, le sue conseguenze restano.
Restano nei debiti.
Nei prezzi.
Nelle migrazioni.
Nella paura.
Nella diffidenza.
Nelle generazioni cresciute pensando che la guerra sia una normalità.
E, allora, penso all’Italia.
Abbiamo una straordinaria capacità di adattamento, ma non possiamo vivere eternamente adattandoci alle crisi degli altri.
Dobbiamo imparare a prevenirle.
Dobbiamo tornare a pensare strategicamente.
Dobbiamo comprendere che la pace non è semplicemente l’assenza di guerra.
La pace è una politica.
E una politica della pace non significa arrendersi.
Significa avere abbastanza forza, intelligenza e autonomia per impedire che il conflitto diventi l’unico linguaggio possibile.
Io sono arrivato a questa convinzione dopo una vita passata a osservare uomini, potere, politica e fragilità.
La storia non avverte quando cambia.
Cambia.
E noi ce ne accorgiamo soltanto dopo.
Forse, oggi siamo proprio dentro quel passaggio.
Il vecchio mondo non è ancora morto.
Il nuovo non è ancora nato.
Ed è precisamente questo spazio vuoto che dobbiamo imparare a comprendere.





