I comunisti di Peppone e quelli di Berlinguer – La sinistra del popolo e quella della finanza – I sinistroidi delle élite radical chic supponenti e ignoranti
L’ignobile cialtroneria delle élite sinistroidi sedicenti democratiche si è materializzata nelle esternazioni in base alle quali chi non vota il progressismo sinistroide è incolto, ignorante, non istruito e povero.
I sinistroidi democratoidi che offendono chi non vota secondo la loro logica e i loro programmi di potere sono gli eredi di chi chiamava chi votava comunista trinariciuto e dicevano che i comunisti se volevano andare in bicicletta avevano bisogno del triciclo.
Di più: in comunisti mangiavano i bambini.

Chi votava comunista era ignorante, stupido, burino, incolto e incapace.
I sinistroidi democratoidi odierni hanno lo stesso cervello e la stessa tracotanza di quelli che allora davano del pezzente a chi votava comunista.
La deduzione logica è che chi è legittimato ad esprimere un voto deve essere ricco (non importa se ignorante come le zappe), oppure laureato al servizio del ricco. Meglio se ricco e laureato. Se poi ha qualche quarto di nobiltà residua, allora siamo al super democratico (o al supermercato del brand).
Domanda per i sinistroidi: democrazia non deriva da dēmos (“popolo”) e krátos (“potere” o “forza”) e non significa letteralmente “governo del popolo” o “potere del popolo”?
Può il popolo votare per chi ne ha voglia?
O deve essere guidato dai competenti, consulenti, ottimati, cooptati, nobili decaduti e borghesucci debosciati, facenti parte della rete delle élite progressiste?
La sinistra sinistroide è questa: un insieme di cialtronate. Ognuno si scelga il suo cialtrone. Personalmente ve ne consiglio una della créme della créme, il massimo dell’espressione della spremitura di cervello progressista: Hillary Clinton.
L’espressione “basket of deplorables” (cestino dei deplorevoli) si riferisce a una famosa dichiarazione rilasciata dalla Hillary Clinton il 9 settembre 2016 durante un evento di raccolta fondi a New York, nel pieno della campagna per le elezioni presidenziali statunitensi contro Donald Trump.
Durante il suo discorso, la Clinton cercò di dividere i sostenitori di Trump in due categorie generali:
“Per fare una grossolana generalizzazione, potreste mettere metà dei sostenitori di Trump in quello che io chiamo il ‘cestino dei deplorevoli’. Sono razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamofobi – e chi più ne ha più ne metta.”
Aggiunse poi che l’altra metà dei sostenitori di Trump era composta da cittadini delusi dalle istituzioni e dall’economia, verso i quali occorreva mostrare comprensione ed empatia.
Il giorno seguente la Clinton si rammaricò pubblicamente per aver detto “la metà”, ammettendo che la generalizzazione era stata un errore, pur continuando a criticare Trump per aver dato voce a retoriche d’odio.
I sostenitori di Donald Trump riutilizzarono l’insulto con orgoglio, definendosi “deplorables” su magliette, cartelli elettorali e sui social media come simbolo di appartenenza al movimento MAGA (Make America Great Again).
La frase è considerata da storici ed esperti di comunicazione politica – ed è stata riconosciuta da Clinton stessa nel suo libro di memorie What Happened – uno dei passi falsi più influenti della campagna del 2016.
Il fatto è che i sinostroidi democratoidi europei e italiani sogno ignoranti e supponenti. Avessero letto What Happened si sarebbero mangiati la lingua prima di dire delle emerite coglionate democratoidi.
Tagliate le radici la sinistra è un morto che parla (a vanvera)
Facciamo due passi nella storia.
Profilo dell’elettore PCI negli anni Cinquanta
Il profilo tipico potrebbe essere: uomo, spesso adulto o anziano, operaio industriale, oppure bracciante agricolo, con istruzione elementare o media, residente in una zona operaia o rurale del Centro-Nord o in un’area di conflitto agrario del Sud, sindacalizzato o appartenente a una famiglia antifascista, inserito in una rete di sezione, cooperativa, CGIL o associazione partigiana.
In forma sintetica: operaio – bracciante, bassa scolarizzazione, identità antifascista, appartenenza comunitaria, forte organizzazione territoriale.
Profilo dell’elettore PCI negli anni Sessanta
Il profilo diventa: operaio industriale, tecnico, impiegato, insegnante, giovane studente o lavoratore urbano, con istruzione media o superiore in crescita, residente nelle città industriali o nelle regioni rosse, influenzato dalla cultura marxista, dalla modernizzazione, dalla contestazione sociale e dalla tradizione comunista locale.
In forma sintetica: operaio industriale, ceto tecnico-impiegatizio, giovani istruiti, cultura marxista, territorio comunista.
Per i sinistroidi democratoidi attuali i comunisti anni Cinquanta sarebbero tutti ignoranti pezzenti e quelli degli anni Sessanta pezzenti a metà.
Conclusione
PCI anni Cinquanta: il partito dei lavoratori manuali, dei braccianti, dei contadini poveri, della Resistenza e dell’organizzazione di classe.
PCI anni Sessanta: il partito della grande classe operaia industriale, ma già aperto ai tecnici, agli impiegati, agli studenti, agli intellettuali e ai nuovi ceti urbani.
PCI anni Settanta: il partito della classe operaia organizzata, dei dipendenti pubblici, della scuola, dell’intellettualità progressista e dei ceti medi politicizzati.
I comunisti al tempo di Berlinguer
Il PCI del 1976 era ancora fortemente operaio, ma era diventato anche un partito interclassista di sinistra, con una presenza molto forte tra impiegati pubblici, insegnanti, studenti, intellettuali, ceti medi urbani e parte della piccola borghesia produttiva.
Il momento culminante è rappresentato dalle politiche del 20 giugno 1976, quando il PCI raggiunse il 34,4% alla Camera, il suo massimo storico nella Prima Repubblica.
La ricerca sociologica più importante su questo tema è quella di Michele Barbagli e Paolo Corbetta, sulle basi sociali del PCI; Renato Mannheimer, sull’evoluzione elettorale del PCI negli anni Settanta; Barbagli, Corbetta, Parisi e Schadee, sulla fluidità elettorale e le classi sociali tra 1968 e 1976.
Mannheimer sottolinea che negli anni Settanta il voto comunista non era soltanto quantitativamente più ampio rispetto al passato; era anche qualitativamente diverso, con fattori sociali e territoriali nuovi.
In termini schematici, il PCI di Togliatti era soprattutto il partito della classe operaia organizzata e del mondo rurale mezzadrile e bracciantile, mentre il PCI di Berlinguer diventa il partito della classe operaia, dei dipendenti pubblici, della scuola, dell’università, dell’intellettualità progressista e dei ceti medi politicamente politicizzati.
Lavoro e posizione professionale
Gli operai industriali rimanevano il nucleo storico del PCI. Particolarmente forte era il voto tra: metalmeccanici; operai delle grandi fabbriche; siderurgia; chimica; industria meccanica; trasporti; portuali; lavoratori delle aziende pubbliche; operai delle grandi concentrazioni industriali del Nord-Ovest e dell’Emilia-Romagna.
Il PCI era fortissimo dove esistevano: grandi stabilimenti; sindacato strutturato; consigli di fabbrica; tradizione cooperativa; Case del Popolo; sezioni territoriali; associazionismo operaio.
Il voto comunista, quindi, non era semplicemente correlato alla povertà, ma alla collocazione nella grande produzione industriale organizzata.
Un operaio FIAT, Pirelli, Alfa Romeo, Italsider, Ansaldo o delle aziende municipalizzate aveva una probabilità molto maggiore di votare PCI rispetto a un lavoratore precario, isolato o dipendente da una piccola impresa familiare.
Punto sociologico importante: il PCI era il partito del lavoratore salariato inserito in una struttura collettiva e sindacalizzata più che del povero in quanto tale.
La componente degli impiegati pubblici e degli insegnanti cresce molto negli anni Settanta.
Il PCI diventa particolarmente forte tra: insegnanti elementari e medi; docenti universitari di area umanistica e sociale; impiegati comunali e regionali; dipendenti degli enti pubblici; personale sanitario; bibliotecari; tecnici dello Stato; funzionari di amministrazioni locali; lavoratori della scuola e dell’università.
Questo è uno degli aspetti più importanti della trasformazione berlingueriana.
Il PCI non era più soltanto il partito dell’operaio alla catena di montaggio, ma anche quello del lavoratore intellettuale dipendente.
In particolare, la scuola pubblica e l’università costituivano ambienti di forte penetrazione comunista. Il partito offriva a questi gruppi: una visione progressista della società; una critica dell’autoritarismo; un’idea di democratizzazione della cultura; un forte investimento nell’istruzione; una concezione della funzione pubblica come strumento di emancipazione.
Nel 1976 il PCI conquista fasce significative di ceti medi urbani: impiegati privati; tecnici; professionisti; giornalisti; architetti; medici; avvocati progressisti; ricercatori; operatori culturali; funzionari di partito e del sindacato; lavoratori delle industrie culturali.
La stessa analisi elettorale del 1976 osservava che il successo comunista non proveniva più soltanto dal proletariato industriale, ma anche da intellettuali, ceto medio, piccola borghesia, tecnici e professionisti.
Questo non significa che tutto il ceto medio votasse PCI. Il punto è che il PCI aveva iniziato a diventare il partito di una parte consistente dei ceti medi istruiti e progressisti.
Riguardo alla piccola borghesia produttiva il quadro è più complesso. Il PCI otteneva consensi anche tra: artigiani; piccoli commercianti; piccoli imprenditori; coltivatori diretti; cooperative; piccoli proprietari agricoli; lavoratori autonomi legati al sistema emiliano-romagnolo.
Ma questo voto era soprattutto presente nelle aree dove esisteva una forte integrazione tra: piccola impresa, cooperazione, amministrazione comunista, sindacato, credito locale, associazionismo.
L’Emilia-Romagna è l’esempio più evidente.
Il piccolo imprenditore emiliano poteva votare PCI non perché fosse anticapitalista in senso marxista, ma perché vedeva nel PCI: buona amministrazione; servizi locali; infrastrutture; cooperative; scuole; sanità; ordine amministrativo; sostegno al tessuto produttivo. Questa è una delle ragioni per cui il PCI emiliano era sociologicamente diverso dal PCI meridionale o da quello delle grandi fabbriche torinesi.
Titolo di studio
Il rapporto tra istruzione e voto comunista negli anni Settanta non era lineare.
Scuola elementare e licenza media
Il PCI rimaneva molto forte tra le persone con istruzione bassa, soprattutto: operai; braccianti; pensionati; lavoratori agricoli; anziani delle regioni rosse; ceti popolari urbanizzati. Tuttavia, il PCI non coincideva con gli strati meno istruiti.
Diploma superiore
Negli anni Settanta il diploma diventa una delle caratteristiche più compatibili con il voto comunista, soprattutto tra: insegnanti; tecnici; impiegati; funzionari; giovani lavoratori; quadri sindacali; studenti-lavoratori. Il PCI berlingueriano si espande precisamente nel momento in cui cresce la scolarizzazione di massa.
Laurea
Il PCI ottiene una presenza molto forte tra i laureati, ma con una caratteristica particolare: non necessariamente tra tutti i laureati, bensì tra quelli collocati nei settori: umanistici; pedagogici; sociologici; filosofici; storici; giuridici progressisti; architettura; medicina sociale; ricerca pubblica; università. Era meno egemone, invece, tra: ingegneri inseriti nell’impresa privata; economisti liberali; professionisti orientati al mercato; dirigenti aziendali; liberi professionisti conservatori; laureati legati alla grande finanza o all’imprenditoria.
Formula sintetica
Il PCI era forte tra il ceto medio istruito dipendente o para-pubblico, molto più che tra il ceto medio proprietario, commerciale e manageriale.
Differenza tra Nord, Centro e Sud
Nord-Ovest industriale
Aree principali: Torino; Milano; Genova; Brescia in alcune zone operaie; Sesto San Giovanni; cintura industriale lombarda e piemontese. Qui il PCI era soprattutto operaio-industriale, sindacale, metropolitano.
Non era necessariamente maggioritario ovunque. Milano, per esempio, aveva una borghesia economica, finanziaria e commerciale che rimaneva largamente democristiana, socialista, liberale o repubblicana.
Il PCI era fortissimo nelle periferie industriali e nei comuni operai, meno nei quartieri centrali borghesi.
Emilia-Romagna, Toscana, Umbria
Qui il PCI aveva il profilo più completo e radicato. Non era soltanto un partito operaio, ma un vero sistema sociale territoriale, comprendente: operai; impiegati; insegnanti; artigiani; piccoli imprenditori; cooperative; mezzadri trasformati in proprietari; commercianti; professionisti; amministratori locali; associazionismo; ARCI; cooperative di consumo; Case del Popolo; sindacato; comuni governati dalla sinistra.
In queste regioni il voto PCI era spesso comunitario e identitario, trasmesso dalla famiglia, dal quartiere, dalla cooperativa, dalla sezione, dal luogo di lavoro e dalla cultura locale. L’elettore non votava soltanto un programma nazionale: votava un intero mondo sociale.
Mezzogiorno
Nel Sud il PCI aveva un profilo molto diverso. Era forte tra: braccianti; contadini poveri; disoccupati; lavoratori precari; proletariato urbano; giovani senza lavoro; dipendenti pubblici; insegnanti; militanti locali; ceti popolari esclusi dai circuiti clientelari democristiani.
Il PCI meridionale era più debole nel controllo del territorio rispetto alla DC, perché la Democrazia Cristiana disponeva di: reti clientelari; patronati; notabili; amministrazione pubblica; intermediazione occupazionale; rapporti con le élite locali; controllo di una parte degli enti pubblici. Nel Sud il PCI rappresentava più frequentemente la domanda di riscatto sociale, mentre in Emilia rappresentava la gestione collettiva e amministrativa di una società già organizzata.
Età
Il PCI del 1976 aveva una struttura generazionale composita.
Anziani
Molti anziani votavano PCI per: antifascismo; memoria della Resistenza; appartenenza storica; fedeltà a Togliatti; tradizione operaia; identità di classe; riconoscenza verso il partito.
Generazione della guerra e della ricostruzione
Questa era la generazione più organicamente comunista: aveva vissuto il fascismo; la guerra; la Resistenza; la ricostruzione; le lotte contadine e operaie; la nascita della Repubblica.
Giovani
Nel 1976 il PCI ottenne anche un forte voto giovanile, ma bisogna distinguere: giovani iscritti o vicini alla FGCI; giovani del movimento studentesco; giovani operai; giovani extraparlamentari rientrati nel PCI; giovani che votavano PCI come partito “serio” di trasformazione.
Tuttavia, una parte significativa della nuova radicalità giovanile non votava PCI, ma: Democrazia Proletaria; Lotta Continua; PdUP; Autonomia; astensione; liste locali.
Il PCI raccoglieva quindi sia la tradizione operaia, sia una parte della nuova sinistra culturale, ma non tutta.
Donne
Il PCI era particolarmente forte tra: lavoratrici dipendenti; insegnanti; impiegate pubbliche; donne sindacalizzate; donne delle cooperative; donne impegnate nell’associazionismo; giovani donne istruite; donne delle famiglie operaie. Ma il voto femminile non era automaticamente comunista.
La DC manteneva una forte presa tra: casalinghe; donne cattoliche; madri di famiglia; donne anziane; donne legate alla parrocchia; donne dipendenti da reti assistenziali e familiari democristiane.
Il PCI cresceva tra le donne soprattutto attraverso: lavoro extradomestico; scuola; servizi pubblici; emancipazione; divorzio; consultori; diritti civili; partecipazione sindacale; femminismo di sinistra.
Religione e cultura
Il PCI berlingueriano non era più semplicemente il partito dell’ateismo militante.
Berlinguer cercò di costruire una relazione con il mondo cattolico attraverso: compromesso storico; riconoscimento del ruolo popolare del cattolicesimo; apertura ai cattolici democratici; difesa della laicità; dialogo con il dissenso cattolico; attenzione ai temi morali e sociali.
Il voto PCI era dunque composto da: atei; agnostici; laici; ex cattolici; cattolici di sinistra; cattolici sociali; cristiani progressisti. Il PCI era particolarmente forte tra il mondo cattolico organizzato di sinistra, ma rimaneva molto più debole tra i cattolici praticanti conservatori.
Il PCI come “partito dei garantiti”
Qui bisogna fare attenzione a una lettura critica molto interessante.
Una parte della sinistra intellettuale degli anni Settanta, tra cui Alberto Asor Rosa, descrisse la società italiana come divisa tra:
prima società: lavoratori garantiti, dipendenti pubblici, operai sindacalizzati, ceti medi protetti;
seconda società: precari, disoccupati, giovani marginali, sottoproletariato, lavoratori informali, Sud escluso.
Secondo questa interpretazione, il PCI di Berlinguer, soprattutto con la linea dell’austerità, si sarebbe rivolto sempre più ai: lavoratori stabili; pensionati; impiegati; dipendenti pubblici; intellettuali inseriti; ceti medi protetti; grandi organizzazioni sindacali.
Una fonte contemporanea del 1976 osservava appunto che la linea dell’austerità si indirizzava verso i “lavoratori garantiti”, gli intellettuali inseriti nel sistema e i ceti medi protetti.
Questo produceva una contraddizione. Il PCI era formalmente il partito degli esclusi, ma sociologicamente diventava sempre più il partito di coloro che erano già inseriti in strutture pubbliche, sindacali, industriali e culturali.
Questa contraddizione sarebbe esplosa negli anni Ottanta e Novanta.
Profilo sociologico sintetico
Se dovessimo costruire l’elettore-tipo del PCI di Berlinguer, sarebbe: uomo o donna appartenente alla classe operaia industriale oppure al ceto medio dipendente, residente in una grande città industriale o in una regione rossa, con istruzione almeno media e spesso superiore, inserito in un ambiente sindacale, scolastico, pubblico, cooperativo o associativo, con una cultura antifascista e laica, fortemente orientato alla sicurezza del lavoro, ai servizi pubblici e all’uguaglianza sociale.
Conclusione
Il PCI di Berlinguer non era più semplicemente il partito del proletariato industriale.
Era il partito di una coalizione sociale composta da: operai industriali organizzati; dipendenti pubblici; insegnanti e mondo della scuola; intellettuali e professionisti progressisti; giovani politicizzati; ceti medi urbani istruiti; cooperative e piccola borghesia delle regioni rosse; ceti popolari meridionali esclusi dal sistema democristiano.
La sua base sociale può essere definita: classe operaia organizzata, più ceto medio dipendente istruito, intellettualità progressista, sistema cooperativo-amministrativo delle regioni rosse.
Ed è proprio questa composizione che spiega la parabola successiva: quando la grande fabbrica, il lavoro stabile, il sindacato e l’amministrazione pubblica entrarono in crisi, il PCI perse progressivamente il suo principale collante sociologico.
Il passaggio storico in una tabella

Confronto storico: PCI e PD

I dati disponibili confermano questa trasformazione: il PD conserva un elettorato più anziano, istruito e concentrato nel Centro-Nord, anche se negli ultimi anni ha cercato di recuperare segmenti popolari e socialmente svantaggiati.
La trasformazione fondamentale
La differenza può essere sintetizzata così:
PCI storico, classe, organizzazione, ideologia, territorio, rappresentanza politica
PD contemporaneo, valori, ceto medio istruito, professioni, istituzioni, rappresentanza politica
Oppure, in termini ancora più netti: il PCI nasceva per trasformare la società attraverso una classe sociale organizzata. Il PD nasce per rappresentare una società già trasformata, soprattutto nei suoi segmenti istruiti, urbani, amministrativi e culturali.
Il PCI rappresentava una classe; il PD rappresenta una coalizione socioculturale.
Il PCI poteva dire: «Noi siamo la classe operaia organizzata». Il PD oggi non può dire la stessa cosa.
Uno studio del 2026 sul PD mostra proprio che iscritti, simpatizzanti ed elettori non coincidono ideologicamente: quanto più si entra nel nucleo organizzato del partito, tanto più aumenta la probabilità di collocarsi a sinistra. Quindi il PD è più a sinistra-progressista (pseudo-sinistra) nei suoi iscritti e nei suoi militanti di quanto non lo sia nel suo elettorato complessivo.
La contraddizione sociale del PD
Il PD contemporaneo è un partito progressista che rappresenta soprattutto i segmenti sociali più istruiti e relativamente protetti, mentre cerca di rappresentare anche lavoratori precari, periferie e ceti popolari.
Il problema è che il PD parla a nome dei ceti popolari, ma il suo nucleo elettorale più stabile appartiene spesso ai ceti medi istruiti e ai pensionati.
Questo spiega molte tensioni: difficoltà a parlare agli operai; perdita di consenso nelle periferie; difficoltà nel Mezzogiorno; rapporto ambiguo con l’industria; distanza culturale dai lavoratori manuali; crescente centralità dei diritti civili rispetto ai salari; forte attenzione alla transizione ecologica, ma con costi sociali potenzialmente regressivi.
Il rapporto con l’industria: qui la distanza dal PCI è massima
Il PCI degli anni Sessanta e Settanta vedeva l’industria come il luogo della modernizzazione nazionale, della forza produttiva e del conflitto sociale.
Il PD contemporaneo tende invece a vedere l’industria attraverso quattro filtri: sostenibilità ambientale; decarbonizzazione; regolazione europea; compatibilità finanziaria e tecnologica.
Questo produce una frattura particolarmente evidente nei territori siderurgici, metalmeccanici e manifatturieri.
Il PCI avrebbe ragionato: «Come rafforzare la fabbrica, l’occupazione, la capacità produttiva e il potere contrattuale?».
Il PD tende più spesso a ragionare: «Come rendere la fabbrica compatibile con la transizione ecologica, gli standard europei e la sostenibilità?»
È una diversa gerarchia delle priorità.
Il PD è un partito progressista post-industriale a base urbano-istituzionale, ossia il partito delle élite tribali concentrate nelle zone Ztl.

La trasformazione può essere descritta così.
Il PCI era il partito della modernizzazione industriale vista dal basso: la classe operaia chiedeva di diventare soggetto dirigente della società.
Il PD è il partito della modernizzazione post-industriale vista dal ceto medio istruito: i gruppi sociali più scolarizzati, urbani e istituzionalizzati chiedono di dirigere la trasformazione culturale, ambientale e regolatoria della società.





