In corso al Westhafen Event & Convention Center il 17° Petersberg Climate Dialogue
Il clima è entrato stabilmente nel lessico della potenza. Non è più soltanto un’agenda ambientale, ma una leva politica, industriale e strategica attraverso cui gli Stati definiscono posizionamento e capacità.
Il Petersberg Climate Dialogue, che si è aperto ieri, 21 aprile 2026, a Berlino, riunendo oltre quaranta Paesi tra cui Stati Uniti, Cina, le principali economie europee, India e Brasile, Sudafrica e Indonesia, Paesi del Golfo e Paesi africani, non è un semplice tavolo tecnico, è uno spazio di allineamento dove si costruiscono equilibri, si anticipano traiettorie e si negoziano margini di influenza, un formato selettivo e politico ma non universale come una COP.
La transizione energetica accelera e le rinnovabili guadagnano terreno, ma la realtà che emerge è più complessa e meno lineare di quanto la narrazione dominante suggerisca.
Il clima viene utilizzato anche come strumento, come cornice entro cui ridefinire gerarchie e interessi, mentre sotto la superficie continua una competizione serrata per il controllo delle risorse e delle infrastrutture energetiche, a partire dalle terre rare, indispensabili per tecnologie, batterie e sistemi energetici avanzati.
Non possiamo non vedere apparenti contraddizioni ma che in realtà non lo sono. Il Kazakistan, ad esempio, sta portando avanti la costruzione di nuove centrali a carbone e, parallelamente, di una centrale nucleare.
A prima vista sembra un paradosso, quasi una deviazione rispetto alla direzione globale. In realtà è una scelta perfettamente coerente con la fase storica che stiamo attraversando.
In un sistema internazionale che si sta riorganizzando attorno alle rotte energetiche e ai flussi petroliferi, l’energia non è più una variabile tra le altre, è il centro di tutto.
Garantire sicurezza energetica, diversificare le fonti, mantenere autonomia decisionale sono obiettivi che spesso prevalgono sulle coerenze ideologiche o sulle agende climatiche dichiarate.
Queste dinamiche possono apparire sconcertanti solo se osservate con categorie superate. In realtà raccontano una trasformazione profonda, la transizione non è lineare né uniforme, ma frammentata, competitiva, guidata da interessi nazionali e da logiche di potenza.
Il clima diventa così uno dei campi in cui si gioca questa competizione, non necessariamente in contrapposizione all’energia tradizionale, ma sempre più intrecciato ad essa, tra energia, tecnologia e controllo delle filiere strategiche.
Nel clima si ridefiniscono i rapporti di forza, e non tra chi è “green” e chi non lo è, ma tra chi riesce a governare la complessità delle interdipendenze e chi, invece, la subisce. Il potere non sta nella coerenza delle scelte, ma nella capacità di tenere insieme contraddizioni solo apparenti e trasformarle in vantaggio strategico.





