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Intelligenza Artificiale versus Intelligenza Naturale

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Intelligenza Artificiale versus Intelligenza Naturale

Qual è il destino dell’Uomo?

L’Intelligenza Artificiale è il presente e sarà il futuro.

Oltre le questioni tecniche e scientifiche, il dibattito che la riguarda ha ricadute etiche, psicologiche, antropologiche e ontologiche per la creatura umana, l’inventrice dell’IA e il soggetto che la deve utilizzare modificando il suo approccio generale con la realtà, il pensiero, la visione dell’esistenza.

Esistono poi aspetti dell’irruzione dell’Intelligenza Artificiale che riguardano le risorse del pianeta Terra, il loro uso e sfruttamento nell’ambito dell’immensa rivoluzione tecnica, scientifica ed esistenziale innescata dall’IA.

Non possiamo lasciare campo libero alla sola volontà di potenza dell’apparato industriale, tecnologico e finanziario. Abbiamo il dovere, come appartenenti alla specie Homo sapiens, di formulare giudizi di merito e conquistare spazi di decisione sulle infinite questioni poste dall’irruzione di questa tecnologia che diventa visione e misura della vita. Per questo è utile orientarsi partendo dai fondamenti.

L’IA è il ramo dell’informatica teso alla progettazione e programmazione di sistemi che dotano le macchine di caratteristiche e abilità considerate umane, come percezioni visive, spazio-temporali e decisionali.

Non solo capacità di calcolo, conoscenza ed elaborazione, ma riproduzione di tutte le forme di intelligenza riconosciute dalla teoria di Howard Gardner.

Nove tipologie differenziate deputate a distinti settori dell’attività umana: l’Intelligenza logico-matematica; linguistica; spaziale; musicale; cinestetica o procedurale; interpersonale; naturalistica; filosofico-esistenziale.

Per anni non fu chiaro se l’IA sarebbe stata in grado di riprodurre le capacità intuitive e di ragionamento degli esseri umani. Poi le acquisizioni della cibernetica, che realizza dispositivi capaci di simulare le funzioni del cervello umano autoregolandosi, hanno cambiato lo scenario.

Quale destino aspetta l’IN, l’Intelligenza Naturale umana, tanto inferiore, inadeguata? Il nostro cervello ha soltanto cento miliardi di neuroni mentre un computer è in grado di compiere milioni di operazioni al secondo.

L’uomo è escluso dai processi decisionali che lo riguardano perché la macchina artificiale è più rapida ed oggettiva. Ne prende atto anche il diritto, che dopo la persona fisica e quella giuridica, sta elaborando la categoria di persona elettronica per conferire uno status ai robot più sofisticati e ai sistemi di intelligenza artificiale autonomi. Il padrone artificiale è in arrivo.

Forse l’unica cosa di cui dovremmo essere grati è che con l’intelligenza artificiale non ci saranno più ignoranti: avremo solo idioti. La caratteristica fondamentale di tutti i dispositivi e programmi di IA è di escludere il soggetto dal processo di formazione del pensiero, sostituito e assorbito da una complessa catena di algoritmi remoti e sconosciuti che invitano alla rinuncia allo sviluppo e al corretto utilizzo di ogni forma di ragionamento naturale.

L’Intelligenza Artificiale non è venuta ad assistere o a integrare l’Intelligenza Naturale, ma a sostituirla.

Ciò che accade è l’invasione del funzionamento del pensiero – simultanea congiunzione di logica, ragionamento, memoria, coscienza – che trova fondamento ed espressione nella combinazione della genetica e dell’esperienza, patrimonio singolare di ogni essere umano.

Laddove l’intelligenza artificiale prende piede, l’intelligenza naturale viene rapidamente eliminata.

Si ripropone con maggiore intensità quanto capitò con l’introduzione delle macchine calcolatrici matematiche: la semplicità operativa del calcolo esternalizzato sconfisse l’elaborazione mentale interna.

Una semplice operazione aritmetica, un’addizione, fu ridotta a quattro passaggi: prima premere i tasti corrispondenti ai numeri; poi il tasto “più”, quindi digitare l’altro addendo, infine il tasto “invio” o “uguale”.

Ogni meccanismo mentale umano sottostante all’addizione aritmetica viene eliminato o ridotto alla pressione di una sequenza di tasti. Così anche nell’ambito dell’IA impartiamo comandi con segnali vocali o visivi equivalenti a pigiare dei tasti.

Consultare dati e informazioni, risolvere un dubbio o qualsiasi altro problema attraverso l’IA riduce le capacità del cervello perché indirizza tutta l’attività mentale verso la conformità formale richiesta dall’IA.

L’atto che l’intelligenza artificiale proietta non è più pensare ma usare correttamente il pulsante di domanda e risposta alla macchina. Il primo condizionamento è la richiesta rivolta all’apparato, formulata nel modo preciso imposto dal suo formato, a voce, con la parola scritta o con immagini.

Il risultato, intenzionale o meno, corretto o scorretto, imporrà a sua volta la sua forma implacabile nella risposta. Quindi, il mezzo diventa il messaggio? O, meglio, il mezzo rinvia al mezzo, cioè a se stesso?

Nessuna rielaborazione delle teorie di Marshall McLuhan sulla comunicazione (“il mezzo è il messaggio”), bensì una brutale decostruzione delle capacità naturali umana da parte di dispositivi meccanici.

Né mezzo né messaggio: puro flusso di informazione, in ingresso e in uscita, nei circuiti e nella rete attraverso cui scorre. Il mezzo sostituisce il messaggio.

Il pensiero può emergere solo se prevale la sua capacità di separare unità, elementi e logiche. Una capacità già pienamente compresa da Aristotele, inventore della logica.

La tecnologia digitale trasforma e sottopone a catene di algoritmi ciò che già esisteva nell’ordine della mente, nel suo funzionamento logico-razionale.

Ci priviamo della realtà e tutto è ridotto a espressione logica, in un gioco di segni in cui il significato non è più limitato dall’ordine naturale. Il nostro ordine mentale diventa artificiosità meccanica. La funzione dell’essere umano pensante diventa costruire macchine che lo condizionano e lo soggiogano.

Il pensiero pratico viene gradualmente organizzato in protocolli, ridotto a repertorio, rinchiuso in una reazione prevedibile all’interno di un onnipotente sistema informativo.

Capita lo stesso nella pratica medica, legale, nell’architettura e nell’ingegneria, ambiti in cui è possibile suddividere l’intero corpo discorsivo e i significati in elementi discreti e discontinui, cercando di ottenere gli stessi effetti di una mente pensante dotata di esperienza.

La politica sembra ancora al di fuori della portata di algoritmi complessi a causa della sua natura aleatoria, arbitraria e indeterminata. Non è così per le conoscenze, che cercano di fornirle una base pratica, dalla storia alla geografia alla geopolitica, combinazione di spazio, tempo e strategia governata dalla volontà.

Un essere umano potrà dialogare con una macchina non unilateralmente, ma con feedback. Possiamo tuttavia immaginare anche la prospettiva inversa, più radicale: una macchina potrà dialogare con un’altra macchina. Chi metterà l’altro al servizio delle proprie esigenze?

La macchina non ha bisogno dell’essere umano perché può comunicare con un’altra macchina, con se stessa o con il nulla. Sarà l’essere umano che rinuncia a dialogare con l’altro essere umano a diventare incompatibile con l’apparato artificiale. Oggi questa incompatibilità è semplice imperizia, l’incomprensione di come funziona il dispositivo.

Il soggetto diventa oggetto. Tutto l’apprendimento, il lavoro preparatorio legato alle forme digitali di istruzione è orientato alla comunicazione diseguale macchina – uomo, dove il secondo tende alla sparizione o alla schiavitù digitale.

Che cosa ci resta? Non certo il pensiero meditante, la filosofia o l’astrazione, irrilevanti al tempo in cui predomina il pensiero pratico e il “macchinismo”.

Dove non c’è conoscenza umana, logica, ragionamento indipendente, l’intelligenza naturale viene bandita.

Nella pratica concreta avanzano due poli distinti di Intelligenza Artificiale. Quella sviluppata dagli americani è diversa dal modello cinese, concentrato sulla robotica.

La robotizzazione delle fabbriche diventa il culmine dell’intelligenza artificiale. Il prerequisito è la disponibilità di energia elettrica per gli enormi consumi, oltreché di acqua per il raffreddamento dei server.

Esigenze alla base dei sommovimenti geopolitici volti al controllo delle fonti energetiche e delle rotte di trasporto. Poi, conta la capacità di progettazione dei chip, settore in cui gli Stati Uniti hanno finora detenuto il monopolio.

L’intera filiera automobilistica delle fabbriche cinesi è gestita dalle macchine con intervento umano residuale. La frontiera successiva è sviluppare il supercalcolo; è vitale disporre di energia, tanta energia.

L’abbandono silenzioso dell’utopia green dimostra che l’industria petrolifera dominerà ancora a lungo e spiega non poche dinamiche geopolitiche.

Il passaggio decisivo sarà l’avvento del computer quantico. L’iperlogica della macchina, la sua infinita potenza di calcolo, rappresentano la forma definitiva del brutale abbandono della logica naturale umana, relegata nel dimenticatoio del passato analogico.

I computer attuali si basano sul codice binario, che opera con una tecnologia a transistor, dispositivi usati per amplificare o interrompere l’alimentazione dei segnali elettrici.

L’informatica quantistica utilizza i “qubit”, che permettono di aprire nuove porte quantistiche per sviluppare algoritmi che moltiplicano le possibilità di calcolo. L’informatica classica utilizza i bit, che possono assumere un valore di zero o 1.

I qubit possono avere un valore di 0, 1 o entrambi simultaneamente, moltiplicando la potenza di calcolo. Con due bit si possono rappresentare quattro combinazioni (00, 01, 10, 11), elaborate una alla volta in sequenza.

Con due qubit è possibile rappresentare le quattro combinazioni contemporaneamente. Ogni qubit aggiunto al sistema raddoppia le possibilità: con tre qubit ci sono otto combinazioni; con dieci ben milleventiquattro.

Il problema non ancora del tutto risolto è che i qubit sono estremamente sensibili e soggetti a errori. Qualsiasi perturbazione può far loro perdere le proprietà quantistiche e farli comportare come i bit.

Aziende come Google e IBM devono mantenere temperature prossime allo zero assoluto (meno 273,15 gradi) affinché le loro apparecchiature funzionino correttamente, con immenso dispendio di elettricità ed acqua.

Con l’aumento del numero di qubit gli errori crescono e il sistema finisce per comportarsi come un computer classico. Chissà che non siano i limiti del sistema digitale intrinseci al suo nucleo più profondo, gli stessi – con le dovute proporzioni – che hanno definito l’essere umano analogico, oltre i quali egli cessa di esistere, soppiantato dal regno della macchina.

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