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La sopravvivenza di questo Iran è errore politico

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La totale inaffidabilità dei negoziatori di Teheran

L’Iran annuncia tregue e le viola. Promette negoziati e li usa. Non è diplomazia: è respirazione artificiale.
Chi tratta con Teheran crede di parlare con uno Stato. Parla invece con una scenografia.

In prima fila siedono diplomatici misurati; dietro, invisibili ma decisivi, stanno il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e l’apparato di sicurezza. Non rappresentano il potere: lo esercitano. Il resto lo interpreta.

Ogni cessate il fuoco, in questo schema, non è una svolta ma una pausa. Serve a rifiatare, riordinare, guadagnare tempo. È una tecnica, non un’intenzione.

Si obietta: il regime è sotto pressione. Vero. Ma proprio per questo diventa più flessibile nelle parole e più rigido nei fini. Concede dichiarazioni, non direzione. Adatta il linguaggio, non la strategia.

Lo abbiamo già visto. Nel 2015, con il Joint Comprehensive Plan of Action, l’Iran firmò impegni dettagliati. Sembravano vincolanti. Non lo erano. Le zone d’ombra rimasero; i controlli si rivelarono aggirabili; il programma sopravvisse.

La verità è semplice: l’obiettivo del regime è uno solo — sopravvivere. E la sopravvivenza, per questo regime, non è neutrale. È la conservazione intatta della propria natura.

Quando serve, dissimula. Non per diplomazia, ma per dottrina: la taqiyya. Quando conviene, negozia. Non per cambiare, ma per durare. Il tavolo non è un punto d’arrivo; è uno strumento di attesa.

Per questo ogni concessione preventiva è un errore. Ogni allentamento basato su promesse è un’illusione. Ogni gradualità è un varco.

Le condizioni, se devono esistere, non possono essere simboliche. Devono essere materiali, verificabili, irreversibili:
– l’uranio rimosso, non dichiarato;
– le infrastrutture distrutte, non sospese;
– le milizie cessate, non negate;
– lo Stretto di Hormuz aperto, non tollerato.

Il resto è carta straccia.

Anche la retorica conta.

“Morte all’America”, “Morte a Israele” non sono slogan folkloristici: sono grammatica politica. Finché restano, ogni accordo è provvisorio per definizione.

Infine, un equivoco da dissipare: negoziare non significa legittimare la sopravvivenza dell’interlocutore. Qui sta il punto. Perché la sopravvivenza di questo Iran non è un dato neutro da garantire, ma il problema da risolvere.

Concedergli tempo significa restituirgli forza.

Concedergli spazio significa offrirgli futuro.

E questo, più che un errore, è una resa mascherata da diplomazia. O – che tanto va di moda – da ricerca della “pace”.

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