Lo Stretto di Hormuz un punto di pressione reciproca
L’idea che l’Iran abbia trasformato lo Stretto di Hormuz nella sua “arma segreta” è la narrativa dominante in questo momento, ma in realtà è profondamente sbagliata.
Non perché lo Stretto non sia strategico — lo è eccome — ma perché si fraintende completamente la natura del potere che esso rappresenta.
Il punto non è che l’Iran “chiude lo Stretto e basta”. Il punto è che qualsiasi tentativo di usarlo in modo selettivo apre immediatamente la porta a una risposta simmetrica, e in quel gioco di reciprocità l’Iran parte nettamente svantaggiato.
Teheran può certamente intimidire le navi dei Paesi ostili, ma espone immediatamente le navi iraniane alla stessa logica: gli Stati Uniti possono fare esattamente lo stesso, ma con capacità enormemente superiori.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
Washington non ha bisogno di “chiudere lo Stretto” nel senso classico – cosa che, tra l’altro, sarebbe altamente problematica anche dal punto di vista del diritto internazionale.
Può invece fare qualcosa di molto più efficace: colpire selettivamente le navi legate all’Iran, monitorarle con sistemi satellitari, intercettarle fuori dallo stretto, bloccarle o sequestrarle.
In altre parole, trasformare la minaccia iraniana in un meccanismo di strangolamento economico.
A quel punto, la narrativa si ribalta completamente. Non è più l’Iran che “tiene in ostaggio il mondo”. È l’Iran che si espone a un blocco molto più efficace del proprio.
Se si esaminano i dati strutturali, sono impietosi (si veda l’immagine).
L’economia iraniana dipende in modo quasi totale dal passaggio attraverso Hormuz. Non solo per esportare petrolio e prodotti energetici – che rappresentano la parte dominante delle entrate – ma anche per importare beni essenziali. Grano, carburanti raffinati, componenti industriali: tutto passa da lì.
Se questo flusso viene interrotto o anche solo ostacolato in modo sistematico, le conseguenze arrivano rapidamente. Non in anni, ma in pochi mesi, se non settimane.
Le esportazioni si fermano o diventano sempre più difficili e costose. Il petrolio si accumula senza poter essere venduto. Gli impianti devono rallentare o fermarsi, con danni potenzialmente permanenti.
Nel frattempo, le importazioni crollano: meno cibo, meno carburante, meno beni essenziali.
E qui si vede la vera asimmetria.
Gli Stati Uniti non dipendono da Hormuz. L’Europa e l’Asia ne risentono, ma hanno margini di adattamento, scorte e alternative.
L’Iran, invece, no. Non ha infrastrutture alternative sufficienti, non ha corridoi terrestri comparabili, non ha capacità di aggirare il problema su larga scala.
Questo significa che ogni escalation marittima colpisce in modo sproporzionato proprio chi la innesca.
Nel frattempo, all’interno del Paese, la pressione sta crescendo rapidamente: valuta in caduta, restrizioni sui prelievi, aumento dei prezzi, razionamenti. Un sistema già fragile che difficilmente può reggere un ulteriore shock prolungato.
Lo Stretto di Hormuz non è un’arma che l’Iran può usare liberamente. È un punto di pressione reciproca. E in un confronto basato sulla reciprocità, chi ha meno alternative economiche e logistiche è destinato a cedere per primo.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


