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Stress test, ovvero la folla italica

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Stress test

Allarmismo per paralizzare il Paese

Immaginate: una mattina di ottobre, i tecnici dell’ISPRA confermano la scoperta.

Sotto le Dolomiti trentine, patrimonio dell’umanità, un giacimento di petrolio di proporzioni straordinarie.

Centocinquanta anni di autonomia energetica. Zero dipendenza da Mosca, da Riad, da Teheran. Il sogno che ogni nazione industriale coltiva in silenzio da decenni.

Quanto durerebbe l’euforia? Quarantotto ore. Forse meno.

Il giorno tre, Greenpeace piazza le tende. Il giorno quattro, i comitati locali protocollano il primo esposto alla Procura. Il giorno cinque, la Provincia autonoma apre un tavolo di confronto partecipato, formula collaudata che nella prassi italiana significa: nessuna decisione per i prossimi undici anni.

Il giorno sei arriva la CGIL. Landini convoca una conferenza stampa. Non per difendere i lavoratori del comparto energetico, quelli che da quel giacimento potrebbero ricavare occupazione per due generazioni. Per chiedere una “moratoria immediata in attesa di una valutazione partecipata con le parti sociali”.

Traduzione: bloccare tutto, presidiare il tavolo, apparire. Il sindacato più potente d’Italia, storicamente consacrato agli interessi dei lavoratori, schierato contro ogni infrastruttura che quei lavoratori potrebbe nutrire. Il paradosso ha smesso di stupire da tempo.

Poi arriva Bruxelles e la sceneggiatura raggiunge vette di perfezione kafkiana. La Commissione europea emette una nota nel giro di settantadue ore: l’utilizzo di nuove riserve fossili è incompatibile con il Green Deal e con la transizione ecologica al 2050.

Non importa che bruciare gas russo o petrolio saudita produca le stesse molecole di CO2 di quello dolomitico, con l’unica differenza che i proventi finanziano regimi autoritari anziché il bilancio pubblico italiano. L’agenda è l’agenda.

Che le colonnine di ricarica non bastino, che la rete non regga, che le batterie vengano prodotte in Cina con carbone e lavoro minorile. Dettagli.
Bruxelles apre una procedura di infrazione preventiva. Esistenza giuridica dubbia, efficacia politica devastante.

Nel frattempo, la macchina degli esperti si mette in moto. Geologi che non hanno mai visto un pozzo spiegano il rischio idrogeologico. Ingegneri ambientali in pensione da vent’anni rilasciano interviste sul rischio sismico indotto.

Un primario di oncologia di provincia, mai pubblicato su riviste internazionali, dichiara che le emissioni delle trivellazioni aumenteranno i tumori nell’arco alpino del 34%.

Il dato non ha fonte, la metodologia non esiste, ma campeggia tre giorni in apertura dei telegiornali. Un’associazione di pediatri lancia l’allarme sui bambini delle valli dolomitiche esposti a idrocarburi gassosi prima ancora che l’estrazione cominci.

Prima ancora. La profilassi del panico non ha bisogno di attendere i fatti.
Il colpo più basso lo assesta un docente a contratto di fisica ambientale, qualifica accademica che nella prassi italiana equivale a un biglietto da visita stampato in proprio.

Il Professore annuncia la scoperta delle “micropolveri di quarta generazione”. Particelle talmente ridotte da risultare invisibili a qualunque strumento di rilevazione esistente, prodotte dalle trivellazioni in quantità letali.

Come si misurano, se nessuno strumento le vede? Lui ha progettato l’unica macchina al mondo capace di rilevarle. Il prototipo esiste sulla carta. Per costruirlo occorrono fondi. Lancia sul posto una sottoscrizione pubblica. In tre mesi raccoglie duecentottantamila euro.

La macchina non verrà mai costruita. Il docente risulterà non associato ad alcuna struttura universitaria da quattro anni.

Ma le micropolveri invisibili sono ormai citate da tre deputati in Commissione Ambiente e riportate senza verifica da due quotidiani nazionali.

Una volta che la paura ha un nome, non importa che il nome sia falso.
La natura fa il resto.

Un entomologo dell’Università di Trento pubblica su una rivista di settore un paper destinato all’oscurità accademica: nella esatta area del giacimento vive il Lumbricus dolomiticus tridentinus, sottospecie endemica mai catalogata, dotata di “evidente peluria cuticolare”. Il lombrico peloso.

In quarant’anni di opposizione infrastrutturale italiana, mancava solo lui. La notizia rimane sepolta undici giorni, poi la scova un giornalista con il fiuto infallibile per tutto ciò che può complicare un’autorizzazione. Il Lumbricus ha un profilo Instagram entro la settimana.

La petizione “Salviamo Lumbro” raccoglie quattrocentomila firme – novantamila più della petizione per finanziare gli ospedali pediatrici del Sud.
La botanica arriva dopo e supera tutto. Una mappatura fitotossicologica d’urgenza individua nell’area estrattiva fitte colonie di Aconitum napellus con caratteristiche di “eccezionale densità radicale e valore ecosistemico irripetibile”.

Il Ministero della Cultura emette in quarantott’ore un decreto di tutela d’urgenza. La stessa pianta per cui la Provincia autonoma eroga da vent’anni contributi agli alpeggiatori per i piani di eradicazione – perché uccide le vacche al pascolo – diventa patrimonio naturale insostituibile del paesaggio dolomitico.

Due uffici dello stesso palazzo, due delibere opposte. Nessuno ci vede niente di strano.

I No Trivelle assaltano i cancelli del cantiere. Tre arresti, diciassette denunce. Un attore di fiction Rai – il cui ultimo lavoro risale a undici anni prima – li definisce in diretta Instagram “Sentinelle del Territorio”, guadagnando in ventiquattr’ore centomila nuovi follower e, soprattutto, decine di ospitate TV.

Gli anarchici fanno meglio: due tralicci dell’alta tensione sabotati nella notte, un deposito di attrezzature dato alle fiamme. La Procura apre un fascicolo. Nessuno verrà mai condannato.

Le strade provinciali vengono presidiate da trattori. I comuni di Valsorèda, Canzàl e Prà de Lès deliberano il divieto di transito ai mezzi pesanti. Altri nove si accodano entro la settimana. La Provincia autonoma nomina un “garante del territorio” con poteri di sospensiva sulle autorizzazioni. Figura giuridicamente inesistente. Nessuno lo dice.

Il giorno dopo, don Celestino Brigadoi, parroco di Valsorèda, guida una processione fino al bordo del giacimento. Porta il gonfalone, la statua della Madonna e una lettera aperta al Presidente della Repubblica. Duecento fedeli lo seguono. I telegiornali mandano le unità mobili. È la prima volta in quarant’anni che quella chiesa fa il tutto esaurito.

Cinque anni dopo la scoperta, non è stato estratto un solo barile.
Nessuno ha mai perso un’elezione per aver bloccato qualcosa. Qualcuno l’ha vinta. Ogni barile europeo non estratto è un barile arabo venduto. Il comitato di Valsorèda lavora gratis. Riad no.

Per bloccare qualsiasi infrastruttura indispensabile basta applicare un metodo collaudato. Sulla TAP il Movimento 5 Stelle costruì campagne elettorali intere. Sul rigassificatore di Piombino, con le bollette del gas alle stelle e il Paese in affanno energetico, Conte guidò personalmente i comitati di protesta, mentre il suo stesso governo aveva dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale. Il Paese che bruciava e il leader dell’opposizione che soffiava.

Quel metodo non è politica.
È sabotaggio con consenso elettorale incorporato.

Ma perché tutto funzioni i cittadini devono avere paura. I loro figli moriranno. L’acqua è già avvelenata. L’aria uccide. Il futuro non esiste. Non importa che non sia vero: importa che lo credano. La paura non ha bilancio, non ha scadenza, non ha responsabili. Ha solo beneficiari.

Il giacimento è ancora lì. Intatto, silenzioso, inutile.
I petrolieri ringraziano. Il comitato di Valsorèda ha già un candidato.
Lo stress test è andato come previsto.

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