In discussione ci sono la cancellazione del libero arbitrio e la rifeudalizzazione dei rapporti umani
Il neoliberismo non è un’entità malvagia e totalizzante al di fuori della storia ma un fenomeno storicamente delineato – sorto all’inizio degli anni Settanta e tutt’ora operante – di reazione all’attivazione progressiva delle masse.
Il capitalismo avanzato accoglie il ’68, in una buona parte dei suoi desiderata, e questo Pasolini lo aveva capito benissimo.
E lo stesso ’68 non è certo un’eruzione improvvisa ma un punto di approdo di alcune tendenze che negli Stati Uniti erano operanti già da un quindicennio: una profondissima frattura generazionale si era abbattuta sulla war generation e aveva portato una contestazione a tutto campo dell’orizzonte valoriale postbellico.
A essa si agganciano i mille effluvi del Positivismo, del Decadentismo, del Modernismo, dello sconvolgimento nicciano, della rivoluzione freudiana.
Da più di un secolo si credeva in funzione antiborghese che lo sgretolamento di tutti i sensi avrebbe liberato la condizione umana, e in effetti molte energie sono state liberate, ma poi questo flusso si è esaurito e il cittadino occidentale ha ricominciato a rattrappirsi.
Oggi il deragliamento esistenziale è un prodotto di mercato, è il collante spirituale necessario per una società ad atomizzazione totale.
La credenza che il marxismo fosse il compimento – allo stesso tempo scientifico e messianico – dell’Illuminismo e della rivoluzione francese ha caratterizzato il Novecento e ne ha determinato una torsione antropologica in senso antiumanistico.
Questi elementi non sono stati ancora messi a revisione, chi ha provato a farlo è stato eliminato. Tale revisione comporterebbe la messa a nudo della complementarità tra postmodernismo e neoliberalismo, e dell’incompatibilità assoluta tra quest’ultimo e la democrazia popolare.
In conseguenza di ciò, un’intera classe intellettuale, che da decenni domina l’industria culturale, dovrebbe essere accompagnata alla porta.
Le conseguenze sono amarissime: il marxismo non è più uno strumento per intervenire nella realtà, le classi popolari non riescono a leggerlo né ad adoperarlo. La Wagenknecht pare sia stata tra i pochi a capirlo.
Eppure, il colonialismo è stato abbattuto in quasi tutto il terzo mondo, almeno tre miliardi di persone sono uscite da una condizione di minorità, un’ondata progressiva e distributiva ha cambiato il destino della razza umana e il merito di tutto ciò lo si deve alla lotta di classe e alle sue emanazioni più o meno dirette.
Il miglioramento tecnologico non basta, il progresso tecnico senza la lotta di classe e la democrazia popolare porterà alla cancellazione del libero arbitrio e alla rifeudalizzazione dei rapporti umani.
Gli esseri umani non sono merci, non sono trasportabili, non sono intercambiabili, non sono passibili di esperimenti antiumanistici.
Sono radicati alla geografia, alla storia, alla tradizione del luogo in cui nascono, crescono, vivono. La tradizione è la permanenza dei legami di senso tra le generazioni, non è mera sovrastruttura del potere.
Gli stati – nazione sono costruzioni sociali che hanno retto nel tempo perché sono generatori di ominazione ed etnicità, ergo non bisogna farne un culto, sarebbe un errore terribile, ma nemmeno credere che il loro abbattimento determinerà un miglioramento della condizione umana. Non lo hanno mai pensato né Marx, né Engels, né Lenin.
Senza un’istituzione pubblica a legittimazione popolare, non è possibile porre un argine all’accumulazione privata. E, senza argini, i frutti dell’accumulazione privata diventano nocivi per le comunità.
Lo si è sempre posto, un limite, in ogni società umana che abbia mai abitato la terra.





