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Energia, senza Saipem l’Europa resta vulnerabile

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L’energia non si compra, si costruisce.

Energia, la verità che non si dice: senza Saipem l’Europa resta vulnerabile.

Nel grande dibattito sul gas russo si continua a guardare il dito e non la luna. Si discute di embargo, di fornitori alternativi, di rotte globali. Stiamo sul concreto ed immediato: l’energia non si compra, si costruisce.

E in Europa, oggi, manca esattamente questo.

Negli ultimi vent’anni il continente ha progressivamente smontato pezzi della propria filiera energetica. Oltre 20 raffinerie chiuse dal 2005, una perdita superiore a 3 milioni di barili al giorno, una crescente dipendenza dall’importazione di prodotti raffinati. Nel frattempo, la domanda si è spostata verso il gasolio e il gas, creando squilibri strutturali che oggi paghiamo in bolletta.

Poi è arrivata la crisi geopolitica. E lì il sistema ha mostrato tutta la sua fragilità.

Sostituire il gas russo non è semplice come racconta la UE. Parliamo di volumi che prima della guerra superavano i 150 miliardi di metri cubi annui. Anche considerando la riduzione dei flussi, restano decine di miliardi da rimpiazzare. E non basta cambiare fornitore: servono infrastrutture.

Rigassificatori, navi LNG, piattaforme offshore, gasdotti, connessioni tra sistemi nazionali. Serve tempo, capitale e soprattutto capacità industriale.

Serve Saipem.

Perché Saipem non è solo un’azienda: è uno dei pochi attori globali in grado di progettare e realizzare infrastrutture energetiche complesse, dal fondale marino fino agli impianti di trattamento. Oltre 30 mila addetti, presenza in più di 50 Paesi, una flotta tra le più avanzate al mondo per la posa di pipeline e lo sviluppo offshore.

In altre parole: senza Saipem, molte delle alternative di cui si parla semplicemente non esistono.

Pensiamo al Mediterraneo. Nord Africa, Levante, Azerbaigian: tutte aree chiave per ridisegnare i flussi energetici verso l’Europa. Ma trasformare queste opportunità in realtà significa costruire nuovi corridoi fisici. Significa scavare, posare, collegare.

Non basta firmare accordi. Bisogna realizzarli.

L’Italia ha una posizione geografica ideale per diventare l’hub energetico europeo. Ha Eni, uno dei grandi operatori globali. Ha Saipem, il braccio ingegneristico capace di trasformare la strategia in infrastruttura.

Ma manca una scelta politica europea chiara.

Perché mentre il mondo investe centinaia di miliardi in sicurezza energetica, lìEuropa resta intrappolata in una visione contabile che tratta questi investimenti come spesa da comprimere, non come asset strategici da potenziare.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: energia più cara, industria in difficoltà, dipendenza che cambia forma ma non sostanza.

Se davvero si vuole uscire dalla logica delle crisi permanenti, serve un cambio di paradigma. Meno dichiarazioni, più cantieri. Meno ideologia, più ingegneria.

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