La fine ci definisce perché ci consegna in una dimensione di senso
Georg Simmel è un interprete rigoroso in un’epoca che di rigore ha bisogno. Tornare a leggerlo vuol dire irrobustirsi, cioè dare uno sguardo maturo sul mondo.
Sta per uscire in Italia un suo nuovo volume, “Morte e destino”, per le prestigiose edizioni di Nino Aragno, che ha già proposto, in passato, testi del filosofo e sociologo berlinese a partire dal “Diario postumo” curato da Massimo Cacciari.
Aforismi precisi e fulminanti, pensieri profondi e acuminati, riflessioni che illuminano il buio, considerazioni che colgono l’armonia del mondo nell’apparente caos.
L’uomo ha davanti la morte ma questo non è di per sé niente che debba spaventare. Perché è questa contraddizione a dare significato. Dirà Heidegger che si sta “per la morte”. È la fine a definirci, perché ci consegna in una dimensione di senso, ce lo dà forte e pieno.
Mauro Cascio, il curatore del volume con Giovanni Balducci, va da tempo ripetendo questo: che la ragione è un guadagno, perché porta a livello concettuale atti e fatti che non avrebbero altrimenti un significato. Portare a sintesi la contrapposizione, questo Simmel fa, vuol dire richiamare Hegel, immaginare nel reale ci sia una ontologia trinitaria che lo strutturi. Questo la teologia non fa.
La teologia ha, ma non sa. Si è tirata indietro. E sicuramente c’è stato un colpo di spugna di un secolarismo sprovveduto al raccontarsi la meraviglia del mondo. Max Weber è spesso sopravvalutato ma su questo aveva ragione.
C’è un disincantamento del mondo, solo che questo prender le distanze dal religioso e dalla metafisica si è tradotto in un confuso balbettio empirico e positivista, in un nuovo “sacerdozio universale”, altrettanto dogmatico di pseudoculture e scrivani piccoli piccoli come Bryan Wilson, Peter Berger o Jorg Stolz.
Questo volume di Simmel aiuterà in questo senso, a restituire alla filosofia il suo ruolo alto e nobile. In un’epoca di declino e incertezza. Una filosofia della vita, che sa coglierne ogni sfumatura e ogni ricchezza. Per tornare a dare colore al grigio della modernità.





