Iniziamo a comprendere, prima di rivendicare i nostri diritti dimenticando i nostri doveri
Ultimamente abbiamo assistito a scioperi generali per ragioni che col lavoro non hanno nulla a che vedere, ma il salario resta la motivazione più nobile per fare uno sciopero, probabilmente la sola.
Tuttavia prima di fare un atto simile ci si dovrebbe interrogare sul valore del nostro lavoro dipendente.
Come calcolarlo?
In una media o grande azienda non è così facile perché bisogna ragionare sul totale delle maestranze.
Un metodo empirico è prendere il fatturato totale, sottrarre i costi di produzione, le tasse sul reddito, l’ammortamento degli investimenti, le perdite su crediti, gli interessi passivi sull’indebitamento strutturale, e dividere ciò che resta per il numero dei dipendenti in modo da ricavare il rendimento procapite lordo.
La cifra risultante è il reale valore del vostro lavoro.
Di questo, una quota parte va legittimamente all’imprenditore che con i suoi investimenti ha permesso all’azienda del svilupparsi accollandosi il rischio di impresa.
Il resto rappresenta la retribuzione alla quale il lavoratore può ambire in quanto frutto diretto del suo lavoro, al quale può legittimamente essere aggiunto l’eventuale incremento del valore del brand aziendale che è una funzione diretta della qualità del lavoro stesso.
Attenzione però che mediamente, salvo comparti specifici agevolati, il 55% di questa cifra va allo Stato sotto forma di tasse sul lavoro, il famoso cuneo fiscale.
Ora, è chiaro che se da questo calcolo risulta che siete pagati meno di quanto producete avete tutti i diritti di fare sciopero e pretendere di più. Se però l’azienda è in perdita, o campa a malapena magari con sussidi statali, e sul mercato non c’è nessun’altra azienda disposta, non solo a pagarvi di più, ma addirittura interessata a voi, vuol dire che le vostre competenze e il vostro lavoro non valgono nulla e lo stipendio pur basso che percepite è la risultanza di una sorta di obbligo sociale al quale il datore di lavoro non può sottrarsi per le leggi protezionistiche in vigore nel nostro modello economico.
In questi casi lo sciopero contro l’azienda è perfino controproducente, perché la mette in maggior difficoltà.
Se proprio una forma di sciopero deve essere fatta, dovrebbe essere rivolta contro il Fisco ed il Governo, che intascano il 55% sul complesso degli oneri delle nostre retribuzioni pagato alla fonte dal datore di lavoro. Questo sacrosanto sciopero però nessun sindacato si sognerà mai di organizzarlo.
Resta però la questione di fondo: se il nostro lavoro sul mercato non vale nulla o quasi, come possiamo di pretendere che il datore di lavoro ci paghi di più?
È evidente che, a meno di robuste sovvenzioni statali all’impresa, o del ricorso a un indebitamento sempre più massiccio, questo non sarà materialmente né possibile, né sostenibile.
Lo sciopero, quindi, è un’arma potente, ma non dovrebbe mai essere sprecata per questioni ideologiche o qualunquiste, bensì va misurata in base al valore del lavoro, alla produttività e alla massima competitività possibile sul mercato.
Soprattutto, bisogna accettare che l’imprenditore possa trarre il giusto guadagno dal suo investimento (in Italia l’imprenditore è un grassatore delle masse operaie a prescindere, secondo l’ideologia comunista), dal rischio finanziario che si è assunto creando l’impresa, e dalla responsabilità civile e penale che grava su di lui per il fatto di gestirla.
Il lavoro è creato dall’intraprendenza degli imprenditori col proprio capitale di rischio (ovviamente parlo di piccola e media imprenditoria sana, non di imprese statali privatizzate e regalate agli amici degli amici tipo i soliti noti).
Salvo rarissime eccezioni originate da casualità del tutto particolari, non esistono imprese create dai lavoratori, ma i lavoratori possono contribuire a farle grandi, e facendolo fanno grandi se stessi valorizzando il proprio lavoro e le proprie competenze.
Nessuna azienda diventa grande sul mercato senza dipendenti di qualità, che poi sono il suo patrimonio più grande, da conservare e premiare. I dipendenti di qualità, però, sono sempre frutto di una selezione che il sistema deve permettere, ma che in Italia, per le regole in vigore, è estremamente difficoltosa.
Un sistema produttivo sano, in grado di costituire un vero valore aggiunto per il Paese, cresce e progredisce solo se ciascuno è consapevole del proprio ruolo e rispetta quello degli altri.
È questo banale principio che tutti noi, dipendenti e datori di lavoro, dovremmo iniziare a comprendere, prima di rivendicare i nostri diritti dimenticando i nostri doveri.





