Trump fra cronaca e storia
Nella Tosca di Giacomo Puccini, il Sagrestano, guardando l’opera di Mario Cavaradossi, il pittore rivoluzionario, che stava dipingendo la Madonna, accostandone il volto alla sua amante, nella romanza Recondita armonia, ripete un monito tratto da un proverbio popolare “scherza con i fanti, ma lascia stare i santi”.
Il rimprovero è evidente. Non mescolare sacro e profano. Rispetta quel confine invalicabile che separa il divino dall’umano. E per chi non crede: dalle cose più futili di ogni giorno, nei confronti di ciò che richiede profondità di pensiero.
Nella tradizione italiana, questa distinzione ha una lunga storia. Lo stesso Dante Alighieri, nel XXI e XXII canto dell’Inferno vi accenna distinguendo nettamente “ne la Chiesa con i santi e in taverna con i ghiottoni”.
Mentre Umberto Eco, nel suo capolavoro “In nome della rosa”, ci dice che in quell’abbazia, dove si dipana la storia, un libro di quella biblioteca è mantenuto segreto. Il testo di Aristotele sul “riso” avrebbe potuto infatti contaminare l’austerità della vita monacale.
Difficile credere che Donald Trump fosse a conoscenza di questi riferimenti. Dí certo, come ha ricordato Massimo Franco su Il corriere, non capisce la “nuova fase” che sta attraversando “il cattolicesimo”.
Altrimenti non avrebbe prodotto, in passato, la sua fotografia, realizzata con l’intelligenza artificiale, con le vesti papali. Né assunto, recentemente la postura di Gesù, che cura i mali del mondo, mentre nel cielo che lo sovrasta volano i bombardieri ed esplodono i colpi della contraerea. Episodi incomprensibili, nel lessico della comunicazione politica, per quanto grande possa essere il tarlo del narcisismo.
In passato episodi, solo in parte analoghi, erano successi sul fronte avverso. A quanto si racconta, era stato Giuseppe Stalin, durante i lavori alla conferenza di Yalta, a replicare nei confronti di chi chiedeva una maggiore considerazione per le posizioni del Vaticano.
“Quante divisioni ha il Papa?”: aveva chiesto provocatoriamente, dando ad intendere che, nelle relazioni internazionali, contavano solo i reali rapporti di forza. Secondo il racconto di Winston Churchill, nel suo libro “The Second World War”, fu lui stesso a rispondergli pronosticando, come poi di fatto avvenne con Papa Wojtyla, che l’influenza vaticana si sarebbe vista in seguito.
Attenti, quindi, a non voler strafare. Anche in questi casi le vie del Signore possono essere infinite. E non è detto che Donald Trump non sia destinato a sperimentarle su se stesso. Nel frattempo, tuttavia, è bene che ciascuno si assuma le proprie responsabilità.
Specie in un Paese, come il nostro, in cui la politica estera ha sempre avuto un peso determinante. In Italia la “Conventio ad Excludendum” ha messo fuori gioco il PCI per quasi 50 anni. Consentendogli una normalizzazione democratica solo all’indomani del crollo del muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica.
In precedenza, quel legame aveva bloccato ogni possibile alternanza. In particolare ogni atto di quel Governo, con la sua vocazione totalitaria, aveva contribuito a restringerne le basi del consenso a favore dei comunisti italiani.
Era successo nel 1956 con i fatti di Polonia e d’Ungheria, che videro l’Armata rossa, reprimere duramente coloro – ed erano tanti – che si battevano per la libertà e la loro indipendenza dal giogo di Mosca.
Le reazioni all’interno del PCI non si erano fatte attendere. La CGIL, sotto la direzione di Giuseppe Di Vittorio, aveva condannato l’invasione. Lo stesso Di Vittorio, aveva raddoppiato la dose, con una dichiarazione personale che aveva irritato Palmiro Togliatti.
Convocato il comitato centrale, iniziò la reprimenda contro il Segretario della CGIL. Emilio Sereni, Mauro Scoccimarro e Giovanni Roveda (segretario FIOM) offrirono la stura al Segretario del partito per riprendere “il compagno Di Vittorio”: colpevole di aver aggiunto al comunicato della CGIL “un suo commento, non concordato con la Segreteria del Partito e divergente nella linea”.
Per aggiungere, alla fine: “si sta con la propria parte anche quando questa sbaglia”. Ipotesi non condivisa da molti intellettuali, tra i quali Antonio Giolitti ed Italo Calvino, che abbandonarono il Partito.
Nel 1968, invece, mentre in Europa e negli Stati Uniti dilagava la protesta dei giovani contro la “guerra del Vietnam”, la “primavera di Praga”, ancora una volta, scatenava la reazione dell’Armata rossa in una dura repressione, contro un popolo in rivolta.
Questa volta la posizione del PCI, sotto la guida di Luigi Longo, fu diversa. Netta la presa di condanna. Soprattutto l’avvio di un processo destinato a segnare una discontinuità profonda che, successivamente, sotto la direzione di Enrico Berlinguer prima e di Achille Occhetto poi, porterà a recidere completamente il cordone ombelicale del partito con il comunismo della Terza Internazionale.
La lezione dell’Ungheria era stata quindi compresa. La logica di una democrazia, indissolubilmente legata al consenso, era riuscita a rompere quella religione laica che era costituita dall’internazionalismo proletario. Caratteristica che, da allora, segnerà il distino di tutto l’Occidente.
Oggi quel pendolo, che in passato, si muoveva soprattutto a sinistra, condizionandola; con Donald Trump e le sue incomprensibili bizze si è spostato sul lato opposto. Costringendo tutti i Governi dell’Occidente: dal Canada, all’Europa, al Giappone a misurarsi con questa nuova variabile.
Esiste, quindi, una simmetria nel trascorrere del tempo. Ed è giusto allora non dimenticare le lezioni del passato. Sarebbe un grave errore. Le azioni di un Governo, che hanno un peso ben diverso da quelle di qualsiasi partito politico sia di maggioranza che di opposizione, non possono prescindere da una valutazione attenta di tutti gli elementi del Risiko.
Il processo di affrancamento del PCI dall’URSS durò un periodo lunghissimo. Quello dell’Italia dal suo principale alleato – gli Stati Uniti – non possono risolversi nello spazio di una sola congiuntura.
Il distacco, se mai ad esso si dovrà arrivare, non potrà che essere graduale. Calibrato sull’evolversi della situazione e le mosse dei vari player. Pertanto la pazienza dimostrata da Giorgia Meloni, contrariamente alle rampogne della sinistra, le fa soltanto onore.
Riferendosi al giudizio di Trump nei confronti di Papa Leone non ha esitato a ricorrere ad un’aperta condanna: “parole inaccettabili”: ha detto. Segno evidente che ormai l’inquilino della Casa Bianca stava superando il segno.
Si deve solo sperare, grazie a contraccolpi che quegli atteggiamenti stanno determinando, che non vada oltre. Sarebbe un terribile colpo inferto a tutto l’Occidente. Un danno per gli stessi Stati Uniti. Soprattutto un premio immeritato per tutte le autocrazie del Pianeta.





