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Perché gli USA vogliono i dragamine italiani

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Lo standard internazionale delle classi Lerici e Gaeta

Nel grande teatro delle crisi globali, dove si evocano portaerei e deterrenza, esiste una capacità meno spettacolare ma infinitamente più concreta: la guerra alle mine.

È un dominio tecnico e decisivo. Ed è qui che l’Italia gioca una partita da protagonista. Non è un caso se anche gli USA guardino con interesse crescente ai nostri dragamine.

Le mine navali sono l’arma perfetta della guerra asimmetrica: costano poco, si posano in fretta e possono bloccare snodi vitali come lo Stretto di Hormuz o i principali porti commerciali.

Bonificarle, invece, richiede l’opposto: tempo, precisione, tecnologia e personale altamente addestrato. Un singolo errore non è contemplato.

La Marina Militare italiana dispone di una delle capacità di contromisure mine più avanzate d’Europa. Le classi Lerici e Gaeta rappresentano uno standard internazionale: scafi amagnetici per evitare l’innesco, sonar ad altissima definizione per leggere il fondale come una mappa tridimensionale, droni subacquei e sistemi autonomi per identificare e neutralizzare ordigni anche a grandi profondità.

Gli USA, pur dominando i mari con la loro flotta, hanno negli anni ridimensionato alcune componenti specialistiche come il Mine countermeasure, affidandosi sempre più a piattaforme modulari e a programmi ancora in evoluzione.

La superpotenza ha bisogno di alleati che sappiano fare, in modo impeccabile, ciò che loro stanno ripensando. E tra questi alleati, l’Italia è in prima linea.

Oltre il 90% del commercio mondiale viaggia via mare. Se una rotta si blocca, si fermano energia, industria, logistica. I dragamine sono quindi uno strumento di sicurezza economica globale. Sono quelli che riaprono i corridoi quando qualcuno prova a chiuderli con una mina.

“In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele”.

Lo ha reso noto la premier Giorgia Meloni, a margine del Vinitaly di Verona.

Una decisione che segnala quanto il quadro internazionale sia fluido e quanto l’Italia stia cercando di muoversi con cautela dentro scenari complessi. Ed è proprio in fasi come queste che capacità “tecniche” come i dragamine diventano centrali: strumenti difensivi, flessibili, immediatamente impiegabili, che rafforzano il ruolo del Paese nelle alleanze senza esporlo a escalation dirette.

L’Italia, per posizione geografica e struttura economica, vive di mare. Mediterraneo, rotte energetiche, supply chain: tutto passa da lì. Non possiamo permetterci vulnerabilità.

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