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La destra e il bacio della morte

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bacio della morte

Il tacito consenso dell’Occidente

L’annus horribilis continua. La folle guerra di USrael contro l’Iran sta forse per imboccare la strada del non ritorno e siamo tutti spettatori sgomenti di una corsa inspiegabile verso l’abisso.

Guardavamo con speranza a Trump per la sua battaglia contro l’establishment progressista, unipolare e globalista, ma l’anno corrente ci ha inflitto prima l’aggressione al Venezuela con il rapimento del suo presidente, trascinato in catene in un carcere statunitense, poi l’assassinio della guida suprema iraniana Khamenei e la guerra all’Iran, con tutto ciò che significa in termini geopolitici, energetici, economici e di devastanti costi umani.

Speravamo nel graduale riconoscimento americano della fine dell’unipolarismo e siamo spettatori sgomenti dell’assalto al mondo del duo Israele – USA con il tacito consenso dell’Occidente.

L’Europa impotente guarda senza toccare palla. Il prezzo dell’energia schizza in alto e raggiunge la cassa del supermercato, mentre cresce il rischio del peggio.
Madamina, il catalogo è questo. Tra le vittime collaterali c’è anche la destra dei princìpi.

Aveva sperato che la presidenza Trump significasse l’avvio di una battaglia culturale a lungo termine contro la visione del mondo globalista, materialista, liberalprogressista.

Credeva che fosse giunto l’altolà , finalmente, alle mattane del gender, del woke, del “dirittismo” nichilista. Ma non si raddrizzano le gambe ai cani e una volta di più si deve prendere atto che il sistema non si può cambiare dall’interno.

Nel romanzo “Il richiamo della foresta”, Jack London – evoluzionista e teorico del colonialismo anglosassone (“il fardello dell’uomo bianco”) – racconta la storia di Buck, un grosso cane che vive nella ricca villa di un magistrato, venduto come animale da slitta al tempo della corsa all’oro tra Alaska e Canada.

Il cane, strappato alle comodità, vive esperienze drammatiche nel duro ambiente dei ghiacci, riscopre i suoi istinti ancestrali sino a diventare il capo di un branco di lupi.

Il richiamo della foresta della destra politica è sempre uguale: si schiera dalla parte dei potenti dimenticando l’immenso bagaglio di principi spirituali, etici e comunitari riassunti nella triade Dio, Patria, famiglia.

La plutocrazia non ha partito, la volontà di potenza neppure, ma l’istinto dei capi politici destri, al momento decisivo, non ha dubbi: sempre dalla parte dell’imperialismo USA, del suprematismo israeliano, degli interessi della cupola industriale, finanziaria, tecnologica.

In nome di un’idea di libertà sussunta dal Mercato, unico dio rimasto nel pantheon deserto della destra reale. Ben poco somigliante alla sua sorellastra minore – lo specchietto per le allodole – la destra culturale, morale e civile.

Poiché viviamo tempi in cui tutto cambia dalla sera alla mattina, le speranze si sono dissolte molto rapidamente. In attesa di comprendere la strategia di Trump – se esiste – la destra dei principi inguaribilmente ingenua si è risvegliata dal sogno, trasportata nell’incubo.

Applaudiva Donald in nome della legge naturale, del ritorno a una visione della vita non ristretta al denaro e al dominio, interprete delle ragioni dei popoli contro il grumo finanziario e tecnocratico padrone del cosiddetto Occidente.

Oggi è un’altra volta orfana. Sconfitta, silenziosa, imbambolata, mentre gigantesche masse umane nel mondo – e anche in casa nostra – esprimono ripulsa verso l’America, la guerra, Israele, l’occidente, la brutalità senza la maschera dei vecchi alibi. Il richiamo della foresta.

Mentre il senso comune dei popoli ascolta un americano vestito di bianco, Papa Leone, che invoca una pacificazione realistica, forte, responsabile perché basata sul rispetto reciproco, il suo connazionale dal ciuffo arancione minaccia tutti, bombarda, posta grottesche immagini di se stesso guaritore, taumaturgo del mondo.

In Italia il bacio della morte della vicinanza a Trump e Israele ha già messo in difficoltà il governo, incapace di smarcarsi dalla sottomissione.

Giorgia Meloni, l’amicona di Donald, ha perduto rovinosamente un referendum già vinto anche come punizione per la politica estera, il silenzio complice di fronte alle avventure di Donald & Bibi unito a quello in sede UE.

In più sta attaccando il libero pensiero con la legge che equipara l’antisionismo all’antisemitismo, ossia vieta le critiche allo Stato di Israele.

Alla gente non sfugge che il conto della guerra e del gas lo pagano il suo portafogli e il suo futuro. L’ungherese Orbàn ha sperimentato – insieme alla vendetta prezzolata della cricca di Bruxelles e degli ascari di Soros – quanto male faccia la vicinanza all’imperialismo.

Il vice presidente americano Vance ha trascorso giorni nella nazione magiara a supportare Orbàn, pesantemente sconfitto dopo un dominio quasi ventennale. Ora il pel di carota di Mar-a-Lago attacca pure il papa, non solo sui temi della pace.

Un applauso dagli evangelici USA, ma un autogol presso la crescente comunità cattolica americana, che aveva dato per la prima volta fiducia al partito repubblicano.

Da noi sarà anche peggio.

Che cosa deve ancora accadere perché la destra politica ascolti la voce dei suoi intellettuali, dei militanti di sempre, del popolo di cui si proclama interprete?

Non cambierà nulla, oggi come ieri. Addirittura c’è chi subisce la fascinazione per l’oscura tecno destra transumana di Elon Musk e Peter Thiel, la tirannia delle macchine.

A chi ha dedicato decenni a separare la propria via dalla destra del denaro, degli interessi e del dominio, non resta che seguire il richiamo della coscienza e dichiarare chiusa ogni residua possibilità di dialogo con i messia della violenza suprematista, con chi impone la propria volontà con la violenza bruta e si vanta di riportare una civiltà millenaria all’età della pietra.

E con i loro sostenitori, sinceri o servili. Scendiamo dalla nave; ci abbiamo provato, abbiamo sbagliato. Nessun rancore: siamo noi a non aver capito, siamo noi ad essere saliti a bordo senza riconoscere la rotta. Forse fu sopravvalutazione di sé, eccesso di speranza, vanità.

Resta l’orgoglio di avere combattuto, lo stesso di Ezra Pound nei Canti Pisani:

“Ma avere fatto in luogo di non avere fatto, questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato perché un Blunt aprisse. Aver raccolto dal vento una tradizione viva o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata questa non è vanità. Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare”.

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