Offendere il Papa Leone XIV e rivendicarne perfino l’elezione non è provocazione, è arroganza ed ego
Lo dico senza giri di parole, come lo sento dentro: quello che ho letto e sentito mi ha provocato un’indignazione che non è solo politica, è qualcosa di più profondo, quasi fisico. È come se fosse stato violato uno spazio che, per me, non è negoziabile.
Perché qui non si tratta semplicemente dell’ennesima provocazione di Donald Trump. Quelle le conosciamo, fanno ormai parte di un repertorio logoro, ripetitivo, quasi prevedibile nella sua brutalità.
No, questa volta è diverso. Questa volta il bersaglio è il Papa. Papa Leone XIV, cioè non un uomo tra gli altri, ma una voce che, credenti o no, rappresenta un argine morale, un punto di equilibrio in un mondo che ha perso il senso del limite.
E ciò che mi sconvolge non è solo l’attacco già grave di per sé ma il tono, il sottotesto, l’arroganza che lo attraversa. Compresa l’idea, neanche troppo velata, che perfino l’elezione di un Papa possa essere ricondotta a una strategia personale, a un riflesso del proprio potere.
Come se tutto dovesse orbitare attorno a un unico centro: sé stesso. Questo è ciò che mi ferisce di più: la pretesa di piegare anche il sacro alla logica del dominio.
Quando leggo frasi come “dovrebbe essermi grato” o “se non ci fossi io…”, sento qualcosa che stride violentemente. Non è solo mancanza di rispetto istituzionale, è una forma di hybris, quella tracotanza antica che i greci temevano più di ogni altra cosa, perché annunciava sempre una caduta, ma, nel frattempo, lasciava macerie.
E allora mi ritrovo a pensare: fino a che punto siamo arrivati, se persino la parola del Vangelo, che per sua natura è disarmata, mite e universale, viene trattata come un’opinione politica da attaccare, ridicolizzare e delegittimare?
La risposta del Papa, invece, mi colpisce in modo opposto. Nessuna escalation, nessuna rissa verbale. Solo una linea chiara: “Io parlo del Vangelo”.
È qui che sento tutta la distanza tra i due piani. Da una parte il rumore, la forza e l’ego. Dall’altra una voce che non ha bisogno di alzarsi per essere ferma. E questo, paradossalmente, aumenta il mio sdegno.
Perché quando la misura incontra la dismisura, quando la sobrietà viene aggredita dalla caricatura del potere, allora non è più solo uno scontro tra persone: diventa uno scontro tra visioni del mondo. E io, dentro di me, sento chiaramente da che parte sto.
Mi indigna anche il contesto, il fatto che tutto questo accada mentre si parla di guerra, di escalation, di un mondo che brucia davvero. In quel contesto, attaccare chi invoca la pace non è solo fuori luogo: è pericoloso. È un segnale.
È dire, implicitamente, che la pace è debolezza, che la misura è un difetto, che la complessità va schiacciata sotto slogan. E no, questo non riesco ad accettarlo.
Perché se c’è una cosa che non voglio perdere non come cittadino, ma come uomo, è proprio il rispetto per quelle voci che, anche quando danno fastidio, ci ricordano che esiste un limite.
Che non tutto è lecito. Che il potere, senza un argine etico, diventa solo forza cieca.
E allora sì, lo dico con amarezza ma anche con lucidità: questo attacco non è solo “uno dei tanti”. È un passo oltre. È un segnale di un clima che si sta deteriorando, in cui tutto può essere detto, contro chiunque, senza più alcuna soglia.
Ed è proprio questo, forse, che mi inquieta più di tutto. Non le parole in sé. Ma il fatto che stiamo iniziando a considerarle normali.





