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La Turchia e il dopo Iran

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La Turchia e il dopo Iran - La potenza che prepara il nuovo equilibrio del Medio Oriente

La potenza che prepara il nuovo equilibrio del Medio Oriente

La Turchia sta leggendo la crisi apertasi con l’Iran non come un episodio contingente, ma come una possibile fase di transizione dell’intero Medio Oriente dove si gioca il passaggio strategico più rilevante.

Se Teheran dovesse uscire ulteriormente indebolita, si aprirebbe un vuoto di influenza che andrebbe dal Levante al Golfo, ridisegnando gli equilibri regionali costruiti negli ultimi anni.

Ankara appare intenzionata a inserirsi in questo spazio come potenza di equilibrio e, se necessario, di sostituzione.

La domanda non è più se la Turchia sia presente, ma quale architettura regionale stia cercando di costruire. La prima direttrice strategica resta la Siria.

Il nord siriano continua a essere il punto più sensibile per Erdoğan, dove si intrecciano la questione curda, la sicurezza dei confini e il controllo dei corridoi terrestri verso Iraq e Mediterraneo.

Il consolidamento di una fascia di sicurezza nel nord del Paese è oggi parte integrante della proiezione strategica turca e della sua dottrina di profondità regionale. Non si tratta soltanto di difesa del confine, ma di un presidio geopolitico su uno dei principali snodi del Levante.

La seconda direttrice riguarda il rapporto con Israele, ed è probabilmente il fronte più importante del riassetto. Mentre Teheran viene contenuta, Ankara osserva con attenzione la crescente centralità di Tel Aviv nel nuovo ordine mediorientale.

Alcuni analisti leggono il rapporto turco-israeliano come il possibile prossimo asse di tensione strategica, non necessariamente militare nell’immediato, ma certamente geopolitico.

Il Mediterraneo orientale, la Siria, la questione palestinese e le rotte energetiche costituiscono i principali punti di attrito. La competizione non è soltanto territoriale è una competizione per la leadership regionale, per il controllo e per il posizionamento nel nuovo equilibrio tra potenze.

Esiste poi un terzo livello, meno visibile ma decisivo, la sicurezza nazionale turca.
Nei giorni scorsi il territorio turco è stato direttamente coinvolto dalla guerra, con missili intercettati nello spazio aereo nazionale e il rafforzamento dei dispositivi NATO lungo il fronte meridionale.

Questo elemento modifica profondamente la postura di Ankara, che non osserva più il conflitto come attore esterno, ma come Paese direttamente esposto ai rischi di escalation.

È un passaggio chiave, perché spinge la Turchia a muoversi simultaneamente su due piani, contenimento della crisi e preparazione del dopo-crisi. A questo si aggiungono le variabili interne, spesso decisive per comprendere le mosse di Erdoğan.

Energia, inflazione e rischio migratorio rappresentano tre fattori di pressione immediata. Una crisi prolungata ai confini orientali significherebbe nuove tensioni sui prezzi energetici, ulteriore instabilità economica e un possibile aumento dei flussi di rifugiati dalla Siria e dall’area iraniana, tutti elementi che hanno un impatto diretto sul consenso interno e sulla tenuta politica del governo.

La risposta strategica di Ankara appare sempre più chiara, voler diventare il perno del dopo-Iran. La Turchia vuole essere il Paese capace di parlare con la NATO, con il mondo sunnita, con Teheran, con Mosca e con Washington, mantenendo aperti tutti i canali e preparandosi a occupare lo spazio lasciato libero dalla crisi.

In un Medio Oriente che cambia forma, Ankara non sta aspettando gli eventi. Sta lavorando “silenziosamente” per guidare il nuovo equilibrio strategico della regione e per presentarsi come il vero snodo del prossimo assetto di potere.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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