Pakistan decisivo nella svolta del Golfo, tregua di due settimane tra Washington e Teheran
A meno di due ore dalla scadenza fissata dalla Casa Bianca, le 2.00 di notte ora italiana, quando il Golfo sembrava avviarsi verso una notte di possibile escalation totale, arriva il primo vero punto di svolta.
Donald Trump accetta una tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, congelando per ora il conflitto a condizione che Teheran riapra in modo completo, immediato e sicuro lo Stretto di Hormuz, una svolta che cambia lo scenario.
La decisione giunge proprio sul filo del tempo, poco prima del prospettato attacco totale contro centrali elettriche e infrastrutture energetiche della Repubblica islamica.
La tregua, seppur ancora provvisoria, evita almeno per il momento quell’ulteriore escalation che per tutta la giornata era apparsa quasi inevitabile.
A giocare un ruolo determinante è stata la mediazione del Pakistan.
Secondo quanto emerge, il premier Shehbaz Sharif e il generale Asim Munir hanno lavorato come ponte diplomatico tra Washington e Teheran, chiedendo la sospensione delle operazioni militari previste per la notte.
Trump, nel comunicare la decisione, ha spiegato di aver accolto la richiesta pakistana e di aver disposto la sospensione dei bombardamenti e degli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane, definendo il cessate il fuoco come bilaterale.
Washington ritiene di aver già raggiunto e superato gli obiettivi militari immediati e considera ormai avanzato il percorso verso un’intesa più ampia sulla stabilizzazione del Medio Oriente.
Lo stesso presidente americano ha fatto riferimento a una proposta in dieci punti proveniente da Teheran, definita una base praticabile su cui negoziare, aggiungendo che su quasi tutti i nodi di attrito del passato sarebbe già stato raggiunto un principio di accordo.
Le due settimane diventano, dunque, non una semplice pausa, ma una finestra diplomatica forzata per finalizzare un’intesa di lungo periodo.
Anche l’Iran, secondo quanto riportato dal New York Times, avrebbe accettato il cessate il fuoco, mentre la CNN, citando fonti della Casa Bianca, evidenzia che la tregua coinvolgerebbe anche Israele.
Si tratta di un passaggio strategico di enorme rilievo. Nelle ore precedenti, il linguaggio americano era stato di tutt’altro tenore.
Trump aveva acceso la miccia con parole durissime, evocando la possibilità che un’intera civiltà potesse morire senza più tornare, frase che aveva immediatamente prodotto un effetto a catena globale, interrompendo ogni sforzo negoziale diretto.
Da Teheran, tuttavia, il dialogo non si era mai completamente interrotto.
Il primo vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref aveva dichiarato che il Paese era pronto a ogni scenario, sottolineando come sicurezza nazionale e protezione delle infrastrutture rientrassero in calcoli estremamente precisi.
Il governo iraniano aveva chiamato a raccolta giovani, atleti, artisti, studenti e professori universitari, definiti patrimonio essenziale della nazione, in un evidente tentativo di consolidare il fronte interno.
Molto netta anche la risposta politica della portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, che ha definito le minacce americane un segno di ignoranza verso la storia di una nazione che ha già attraversato molte crisi continuando a resistere.
Nel mezzo della giornata, le parole del vicepresidente americano JD Vance avevano ulteriormente alzato la tensione, parlando di strumenti presenti nell’arsenale statunitense e non ancora utilizzati.
In molti avevano letto in quelle parole un velato riferimento all’ipotesi nucleare, interpretazione poi smentita con fermezza dalla stessa Casa Bianca.
Alla fine, il jolly diplomatico è arrivato proprio dal Pakistan.
Sharif ha chiesto formalmente a Trump una proroga di due settimane, invitando parallelamente l’Iran a riaprire Hormuz per lo stesso periodo come gesto di buona volontà.
La crisi non è finita, ma il linguaggio della distruzione sembra aver lasciato spazio, almeno per ora, a quello della diplomazia forzata.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


