Verso un nuovo equilibrio mondiale
Non è da ora che il diritto internazionale e gli organismi sovra-nazionali hanno perso il valore e il vero ruolo che rivestivano nel panorama mondiale.
Quello che è paradossale è che questo ruolo essenziale delle Istituzioni quale l’ONU e la vigenza delle leggi internazionali sono messi in profonda discussione, se non addirittura crisi, proprio dallo Stato che, nell’immaginario collettivo post-bellico (1945 – Seconda Guerra Mondiale), ha impersonato, da sempre, la democrazia e la libertà e, quindi, di riflesso, la pace nel mondo.
Abbiamo una memoria sufficientemente lunga per ricordare che già con la guerra in Corea del Nord (1950 – 1953) e poi in Vietnam (1955 – 1975), l’America ha messo a serio pericolo il diritto internazionale e gli equilibri tra gli Stati; i due schieramenti e la guerra fredda sono situazioni note.
Ma quel tempo pareva passato sino a quando, sempre gli Stati Uniti, hanno voluto “esportare” come se fosse “Coca Cola” la democrazia in Paesi quali l’Iraq e l’Afghanistan che tutto erano meno che stati in cui la democrazia occidentale potesse attecchire.
La democrazia occidentale dev’essere contestualizzata sotto il profilo storico, culturale, sociale e dai popoli accettata; ovviamente, tale iniziativa non poteva che essere una missione impossibile.
Vi è stata un’evidente miopia in quel tempo che, però, mascherava una volontà egemonica e di controllo dell’area medio-orientale sia sotto il profilo strategico militare sia sotto il profilo economico sia sotto il profilo geopolitico dell’area stessa.
Gli Stati Uniti si ergono in quel tempo – non sappiamo quanto consapevolmente – quali “guardiani” dell’area non comprendendo che la democrazia occidentale non era (e non è) “esportabile” e per questo motivo l’esito di tali scelte era scontato: il ritorno in quei Paesi dell’integralismo religioso islamico con un completo controllo dei cittadini e dell’intera area geografica.
Tali iniziative hanno mostrato i muscoli e, nel silenzio totale della comunità internazionale, hanno violato ogni e qualsiasi regola del diritto internazionale e la piena e concreta sovranità di stati sovrani e indipendenti.
Addirittura, come è emerso successivamente, nel 2003, nel caso dell’Iraq, sulla possibile deriva nucleare di quel regime con la costruzione di prove false svelate dall’interprete Keira Knightley, che scoprì un documento non autentico che attestava che Saddam avesse la bomba atomica; si badi bene che regime era ed era sanguinario ma non disponeva dell’atomica né era in grado di costruirla.
In ogni caso, l’operazione di costruzione di prove false in sé comporta una responsabilità molto grave da parte della amministrazione che la progetta e la realizza.
Tutto questo per giustificare il secondo intervento militare con impiego di armi balistiche e truppe di terra e di migliaia di militari che, in molta parte, sono poi morti o rimasti gravemente feriti nei campi di battaglia o a seguito di imboscate e atti terroristici.
E, sappiamo bene, non è stato indolore; gli Stati Uniti e le famiglie americane hanno pagato un prezzo altissimo per tali scelte belliche rivelatesi scellerate e improvvide.
Senza contare che l’esito di tutto ciò è stata la fuga da questi territori, nel 2020, senza alcun risultato; abbiamo ancora negli occhi le scene di persone disperate che si aggrappavano ai carrelli degli aerei per poter fuggire dal ritorno degli integralisti.
Ritorno inevitabile e che ha fatto piombare quei Paesi in profonde crisi sociali e in un regresso dei diritti civili senza precedenti; fatto regredire in un medioevo dell’anima e dell’intelletto milioni di persone.
Senza contare, che questi Paesi sono finiti nel “silenzio” delle cronache mondiali, forse non a caso, con la conseguenza che quei regimi oggi hanno la possibilità di agire indisturbati.
L’idea che la democrazia occidentale possa essere uno strumento “esportabile” di governo e di rapporti sociali e politici in Paesi in cui le dittature sanguinarie islamiche la fanno e la faranno da padroni, è un’ipotesi irreale e fantasiosa che nasconde, e ha nascosto, sempre altri intenti di natura egemonica sotto il profilo politico, sociale ed economico.
Teocrazie come l’Iran e dittature sanguinarie, come i talebani in Afghanistan, sono vere e proprie realtà che, anche dopo interventi militari pesanti, hanno in definitiva rialzato la testa.
Anzi, dopo il “vento occidentale”, in certe occasioni, hanno addirittura aiutato a compattare le fila degli integralisti impegnati nei confronti di un nemico unico: l’Occidente capitalista e il nemico di sempre Israele.
Al netto di una realtà anti-democratica di questi Stati la risposta non poteva essere e non doveva essere quella di una sistematica violazione del diritto internazionale in nome di un’ipotesi di “esportazione” della democrazia occidentale che non ha alcun senso compiuto.
Sia i Democratici sia i Repubblicani sono caduti in questo gigantesco errore e hanno operato con i medesimi metodi e criteri, perseguendo gli stessi fini.
Pertanto, non è vero che Trump, quello del secondo mandato, è il principale responsabile della violazione dei principi di diritto internazionale; semmai l’ultimo in ordine di tempo.
Donald Trump, e la sua attuale amministrazione, ha semplicemente esplicitato senza mezzi termini le reali intenzioni delle azioni militari portate a termine negli ultimi due anni: il controllo delle fonti energetiche, delle terre rare e la realizzazione di una “geoeconomia” basata su i rapporti di forza in senso proprio.
Almeno con Trump non si è fatta la “pantomima” di sostenere che si porti la civiltà occidentale (grande inutile dono), ma si è chiarito il reale intento che è quello sopra detto.
Gli USA oggi hanno dimostrato di non considerare il diritto internazionale e non voler considerare il massimo organismo internazionale che è l’ONU.
Come se non bastasse, hanno seguito l’intento di Israele e portato la guerra nel territorio più ostile: l’Iran.
La guerra all’Iran è stata sbagliata sul piano strategico e pericolosa per la destabilizzazione dell’area medio-orientale.
Non solo l’Iran si è difeso, ma ha messo in crisi le comunicazioni nello Stretto di Hormuz e i mercati del greggio; è diventato lo Stato vittima delle potenze occidentali e ha rafforzato i suoi equilibri interni e il proprio potere teocratico già in essere.
Non si è fatto nulla né sul piano del nucleare né sul quello dei diritti civili.
Si sono sbloccate ingentissime somme di denaro in favore del governo iraniano con l’unico esito possibile: un suo rafforzamento sia interno sia esterno.
La guerra all’Iran e l’esito della stessa ha avuto il seguente risultato: gli Stati Uniti non possono essere considerati un Paese in grado di difendere gli alleati, tanto che nell’area si è sentita la necessità della creazione di una “NATO araba”.
Il 7 agosto di questo anno è una data che potrebbe cambiare le sorti della visione egemonica degli Stati Uniti in Medio Oriente; tre Paesi arabi filo occidentali come la Turchia, l’Arabia Saudita e il Pakistan hanno stretto un accordo di difesa comune sulla falsa riga dell’art. 5 degli accordi NATO.
Peraltro, uno di questi Paesi, la Turchia, fa parte della NATO e, con tale accordo, ha siglato un principio prima sconosciuto: i Paesi arabi possono stringere patti per la loro tutela nazionale senza che gli USA esercitino alcuna influenza e attività.
Siamo difronte ad un nuovo equilibrio mondiale?
Crediamo che ve ne siano i presupposti.
Vi è un dato inconfutabile: è la prima volta che tre Paesi sovrani asiatici si uniscono non per affari o scambi commerciali ma per una difesa comune.
È un evidente segnale che l’ombrello americano si è fatto piccolo piccolo.
Non vi è dubbio che alla totale distruzione del diritto internazionale degli ultimi 30/35 anni oggi fa da contro altare una regola che non può essere accettata perché contraria alla civiltà e alla democrazia: la regola della forza della politica e dell’esercito di un determinato Stato rispetto ad altri.
La legge della giungla che il contesto internazionale deve respingere come incivile e barbara.
Proprio il diritto internazionale e gli organismi internazionali, per primo l’ONU, avevano il ruolo di comporre le emergenze militari e politiche locali – l’invio dei caschi blu – al fine di pacificare o evitare le guerre.
La legge della giungla, ovvero la legge del più forte, determinerebbe solo una vera e propria distonia tale da portare l’intero pianeta in preda alla volontà più o meno legittima di Stati potenti come gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e altri che posseggono un arsenale atomico.
Dopo il secondo conflitto mondiale si voleva proprio evitare che i rapporti di forza fossero la guida del futuro assetto mondiale.
Se nelle guerre del Golfo, dell’Afghanistan e altre, l’idea sbagliata era quella di esportare la democrazia, oggi le guerre si fanno esclusivamente per accaparrarsi le fonti energetiche e il controllo geopolitico di determinate aree del mondo definite strategiche sul piano dei commerci o militare.
Si deve ritornare a una concreta prevalenza delle leggi internazionali sulle leggi della giungla.
La caccia alle fonti di energia, alle materie rare e all’acqua – bene che sarà al centro del mercato dopo il 2035 – non può essere indiscriminata ma deve seguire regole che permettano a tutti i popoli e a tutti gli Stati di goderne.





