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Non giochiamo con la povertà

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Non giochiamo con la povertà

La politica si rimbocchi le maniche per un futuro roseo e florido dell’Italia

Quando sento i politici che in modo demagogico, per tirare l’acqua al loro mulino, denunciare la condizione di povertà delle famiglie italiane, mi viene da ridere.

Chi dice che l’Italia è un Paese povero non ha mai conosciuto la vera povertà.

L’Italia è stata povera dall’immediato dopoguerra fino alla seconda metà degli anni ’60.

I politici quaqquaraqquà di oggi non ne hanno nemmeno idea, ma io lo ricordo bene quando a cena avevamo solo due pagnotte e un etto di stracchino in tre.

Era tutto quello che c’era da mangiare e lo stracchino era il companatico meno caro che c’era.

Quella era povertà, ed era vera, perché non riguardava solo la mia famiglia, ma il 99% degli abitanti del Paese.

Nei negozi si faceva la spesa a debito, segnando sul libretto e saldando il conto a fine settimana, quando in casa entrava lo stipendio; allora, molto spesso, veniva ancora pagato a settimana e quando si prendeva era praticamente già speso.

Se non c’erano soldi per quel misero companatico ci si aggiustava con la polenta, giusto per riempire lo stomaco.

L’Italia “povera” di oggi è un Paese che spreca tonnellate di cibo, quando allora neanche il pane faceva a tempo a diventare duro.

È un Italia in cui le discariche abbondano di merci in buonissimo stato, cambiate solo per inseguire mode e modernità.

È un Italia in cui si vedono più automobili nuove che datate.

È un’Italia in cui la vacanza esotica di pochi giorni da 3.500 euro a persona ha sostituito le ferie in campagna passate a casa dei parenti in piena economia.

È un’Italia in cui ragazzini di 14 anni viaggiano con telefonini da 1.500 euro e scarpe di plastica firmate.

È un’Italia in cui il 75% delle famiglie vive in una casa di proprietà.

È un’Italia che rinuncia a far figli ma spende 900 euro l’anno per mantenere cani e gatti, più 120 euro al mese pro capite per l’aperitivo serale.

Ma di che di povertà andate cianciando?

Se davvero in Italia ci fosse la povertà, quella vera, quella degli anni ’60, i politici che ne parlano a vanvera senza portare soluzioni, dall’alto dei loro 20.000 euro al mese di stipendio, sarebbero gia scappati tutti all’estero inseguiti da orde di italiani inferociti con forche e bastoni e, insieme a loro, sarebbe all’estero quel milione di parassiti che vive gravitando attorno alla politica senza produrre nulla, ma distruggendo ciò che producono gli altri.

In quest’Italia comunque dal tenore di vita benestante, secondo questa pletora di politicanti strapagati, si dovrebbe togliere ai ricchi, che poi partono dal ceto medio, per dare ai poveri.

“Ci vuole la patrimoniale”, che significa togliere risorse al 95% delle famiglie italiane che che, col loro lavoro, hanno cercato di garantire un futuro dignitoso ai propri figli e alla propria vecchiaia, cioè, praticamente, a tutte le persone normali, per mantenere il 5% di parassiti nullafacenti in maggioranza di importazione e gestiti da organizzazioni facenti capo agli stessi politici.

In Italia il tasso di povertà è allineato a quello dei Paesi europei più sviluppati ed è quasi interamente una povertà importata, sulla quale si deve comunque riflettere, perché se i poveri vengono in Italia da altri Paesi, vuol dire che per male che stiano, stanno sempre meglio che a casa loro.

Semmai, però, ci sarebbe da chiedersi come sia possibile che un’economia in stato comatoso come la nostra non produca evidenza di povertà.

Il merito è, in parte, dei nostri padri e dei nostri nonni, che, col loro lavoro, hanno portato un’Italia in rovina a essere la quarta economia del mondo, e hanno fatto le formichine, permettendo ai giovani di oggi di compensare il declino del Paese indotto da uno scadimento culturale epocale, che si è portato appresso la cultura del debito, sconosciuta ai nostri avi, ma diventata oggi il motore che induce tante, troppe persone, a vivere al di sopra delle proprie possibilità

Quella povertà di cui oggi si fa fatica a vedere traccia, però, senza un radicale cambio di passo, caratterizzerà certamente la società di domani, perché il nostro apparente benessere di oggi è destinato a creare povertà su larga scala e i debiti, prima o poi, bisogna pagarli.

Le risorse si possono creare, sviluppare, mantenere, o distruggere.

I nostri padri e i nostri nonni le hanno create con tanti sacrifici e noi oggi non le stiamo neppure mantenendo, le distruggiamo, ma questo vuol dire che in futuro ci saranno generazioni che dovranno ricostruirle partendo da zero, dalla povertà quella vera.

Ecco, i politici, se vogliono fare qualcosa di produttivo, non parlino della povertà di oggi, che in Italia quasi non esiste, parlino del futuro e di cosa bisognerebbe fare per tornare a creare risorse, magari rilanciando la cultura positiva, stimolando gli impieghi del denaro e le attività imprenditoriali, che sono il solo rimedio strutturale a un destino di povertà generalizzata.

Drenare risparmi per sovvenzionare i poveri è una assurdità nella nostra epoca ed è una strategia perdente per quelle che verranno.

Questo sarebbe il compito del politico, se non vivesse alla giornata per i propri esclusivi interessi, cercando di accalappiare voti con la demagogia sociale e strafottendosene del futuro del Paese o, magari, sperando in una guerra che sistemi tutto.

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