Il monte sacro
Prima che gli Arabi giungessero nelle terre abitate del Cilento (ca. 880), esisteva già un antico monte sacro nell’area circostante la più antica Velia e prima ancora denominata Elea.
Il nome attuale del monte è Gelbison.
In proposito, si legge su Wikipedia: “Probabilmente gli Enotri eressero un tempio ad una loro divinità, in seguito identificata con Era. Nella tradizione erudita locale si è a lungo sostenuto che il sito fosse noto ai Saraceni: secondo questa ricostruzione, Gelbison deriverebbe da gebel-el-son, che in arabo significa “monte dell’idolo”[1].
E se invece il nome facesse riferimento, come personalmente ritengo, al dio Gibil del fuoco e la derivazione del nome fosse addirittura di origine sanscrita, lingua dalla quale senz’altro derivano anche le lingue del greco e del latino?!
Allora: son starebbe per “suono” o “voce”; el per “sommità”, “luogo alto”, “collina” o “monte”; e gebel per Gibil ovvero il dio del fuoco mesopotamico.
E, allora, il Gelbison avrebbe rappresentato piuttosto il luogo dove il dio del fuoco, durante il dominio saraceno delle terre ivi abitate, avrebbe fatto sentire la sua allora (più) possente voce.
A parte la descrizione dell’attuale territorio del comune di Novi Velia, sovrastato ovunque al proprio interno (così come all’interno del Golfo di Policastro) dalla sacra immagine del monte, e da vestigia antiche quali il ritrovamento di un Heraion greco, grotte basiliane e due sentieri che attraversano un fiume sacro – è piuttosto l’analisi e la ricerca condotta attraverso le vie del mito che supporta il corso dell’ipotesi qui appena formulata.
I nostri più antichi progenitori delle più remote età[2], come li chiama Aristotele, credevano (rectius: ritenevano o misuravano) che tutti gli enti o cose fossero dèi e il divino riempisse l’intera natura o cosmo.
I più antichi matsoni (mat-son-i) – o sacerdoti vedici – per descrivere la vita nel cosmo usavano la metafora del viaggio e pertanto parlavano di viaggi degli dèi attraverso le acque superiori e inferiori, in un tempo eterno e quindi ininterrotto. Come abbiamo detto altrove, è il cielo a muoversi, e il moto non può che contrastare con tutto ciò che invece è eterno.
Gilgamesh aveva già scoperto l’inesistenza di una via fluviale che riconducesse dal mondo degli inferi al mondo terrestre, il mondo di mezzo, e viceversa.
L’unica via percorribile era quella del cielo in cui gli astri – ovvero gli dèi dell’origine[3] – si muovevano:
Gilgamesh, non c’è mai stato attraversamento, e chiunque fin dai tempi antichi sia mai giunto fin qui, non è riuscito ad attraversare il mare[4].
Prima di Gilgamesh, era già toccato ad Agni e, tra tutti gli altri, a Gibil. Abbiamo già scritto più volte altrove che Agni è un epiteto, e cioè l’agnus dei il cui nome denota anche il Cristo – e ha origine nel profondo delle acque del mare[5].
Invece, “del cosiddetto dio del fuoco mesopotamico si afferma:
Gibil, l’eccelso eroe che Ea rese adorno di terribile splendore (= melammu), che crebbe nel puro apsû, che in Eridu, il luogo (della determinazione) dei fati, viene infallibilmente preparato, la cui luce pura giunge fino al cielo – balena come folgore la sua lingua fulgida. La luce di Gibil divampa come il giorno.
Gibil è anche chiamato, per brevità, eroe, figlio dell’Apsû; se il fuoco reso adorno di terribile splendore viene apprestato in Eridu, dovrebbe essere legittimo concludere che è da lì che lo si doveva procurare proprio come l’Agni Mātariśavan del Rg-Veda, uno dei vari Agni o fuochi, doveva essere cercato alla confluenza dei fiumi[6].
Agni stesso era stato dapprima allevato presso le acque infere del mare ed era poi asceso sul monte ovvero il cielo terrestre, dal quale continua incessantemente a scagliare la folgore o fuoco. Nessun cielo ultroneo, nessun cielo iperuranio, come già detto e qui ripetuto: nulla che vada oltre.
L’elemento dell’acqua è sempre stato la fonte della vita e, se non per mare, talvolta accade ed è accaduto che la vita sia e sia stata più facilmente accessibile e raggiungibile lungo il corso di un fiume che – come l’immagine di un serpente o leone di mare che rubò l’elisir dell’immortalità a Gilgamesh – nasce da un monte e nel mare termina il suo percorso di vita.
Ora, è evidente che il nome latino Cilento derivi dal latino ci(sA)lentum e che si tratti di un idronimo.
Dato anche che è confermato sia in Virgilio che in Orazio che, in origine e quindi dal principio o fondazione delle città, molte aree divenute abitate abbiano ricevuto il nome dal nome del fiume che le attraversava o costeggiava: “dal greco antico ὕδωρ (hýdor), «acqua» e ὄνομα (ónoma), «nome») è il nome proprio di una massa d’acqua, sia essa un corso (fiume, torrente, ruscello…) o un bacino (stagno, lago, mare, oceano)”[7].
E quindi, l’area del Cilento è esattamente quell’area che, originariamente, prende il nome dal fiume Alento ed è sita al di qua (cis) del percorso del fiume sacro in questione.
L’Alento nasce dal monte Le Corne, nel territorio comunale dell’attuale comune di Stio (Gorga). Si estende per 36 Km, prima di sfociare nel Tirreno, in prossimità dell’antica città di Elea.
Abbiamo pertanto un monte sacro, un fiume sacro e un mare sacro ovvero un cerchio sacro al centro del quale è sorta la città sacra di Elea.
In proposito, c’è anche da dire che abbiamo già incontrato precedentemente l’ostessa divina Siduri, “che dimora presso la riva del mare”: è stata lei a preavvertire Gilgamesh che non c’è mai stato attraversamento, e chiunque fin dai tempi antichi sia mai giunto fin qui, non è riuscito ad attraversare il mare.
Gli Autori di Il mulino di Amleto citato ci forniscono, ancora una volta, elementi di risoluzione dell’implesso, maturato nel corso delle nebbie della storia di una zona almeno altrettanto paludosa.
Così che si possa al fine ritornare su quella che, forse, è e fu la retta via dell’inizio:
… Sotto lo sguardo di arcigni filologi, schiavi dell’esatta ‘verità’, non si ardisce prendere alla leggera questo cosiddetto ‘dato geografico’ con la sua aura vagamente surrealistica (n.d.r.: un giardino di pietre preziose paragonabile all’eden biblico delle origini). Ecco un’ostessa (Siduri) perfettamente divina presso la riva del mare, chiamata con molti nomi in molte lingue diverse. Il banco della sua osteria dovrebbe essere lungo quanto quello celebre di Shangai, perché sui suoi scaffali non ci sono solo vino e birra, ma anche bevande più esotiche e antiquate provenienti da varie civiltà, bevande come l’idromele, il soma, il sura (una specie di brandy), e ancora kawa, pulque, succo di peyote, decotti di ginseng. Insomma, questa ostessa ha pozioni inebrianti rituali di tutto il mondo, per confortare le anime meste cui è stata negata la bevanda dell’immortalità: in fondo potremmo chiamarle tutte semplicemente Lethe[8].
In definitiva, abbiamo un fato secondo cui non esiste un attraversamento, e cioè un passaggio che colleghi il percorso discensionale degli uomini (pitryana) al percorso ascensionale degli dèi (devayana)[9], ovvero un percorso che garantisca alla vita umana l’immortalità.
E, tuttavia, pur sempre, un percorso che è quella della vita, che abbisogna necessariamente di acqua. Come dice il poeta di “chiare, fresche et dolci acque” o, quanto alla ‘verità’, di un dis-velamento di “l’essere che è” (Parmenide).
L’esatto dis-velamento (a) di cui dice Heidegger e cioè sottrarre la nostra vita umana all’oblio del nascondimento e della dimenticanza (lethe) dell’essere che: è. L’Alento prende dunque il nome (N.d.r.: è sempre lecito dubitarlo!) da questo più antico fato: A-lethe-ia (ἀλήθεια) è il più antico nome di Elea[10].
Completato così il periplo del Primo Cerchio, l’originario, dal mare al cielo e viceversa, da Elea e ritorno, ciò che emerge sulla terraferma è il Cilento come un’antica terra di giganti.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Gelbison url consultato il 19/08/2026.
[2] Cfr. G. de Santillana – H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Adelphi 2000, p. 183.
[3] Il termine astro deriva dalla radice sanscrita stṛ. Si legge su Wikipedia: “In latino “astrum” almeno inizialmente era un grecismo e veniva considerato quindi un termine dotto, i termini più comuni erano “sidus” (da cui in italiano derivano gli aggettivi “sidereo” e “siderale”) e “stella“. Il termine greco ἀστήρ (astèr, maschile di ἄστρον) è stato accostato a termini mesopotamici (ceppo semitico) designanti la dea Astarte simboleggiata da Venere come ‘stella del mattino’, quali Aštart (fenicio), Athtar (aramaico) o Ištar (babilonese)”.
(https://it.wikipedia.org/wiki/Astro URL consultato il 22/08/2026).
[4] G. de Santillana – H. von Dechend, op. cit., p. 345.
[5] F. Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee. Struttura e genesi della lingua madre del sanscrito, del greco e del latino, Palombi Editori 2007, in particolare p. 73 s.
[6] Ibidem, p. 372.
[7] Carla Marcato, Idronimi, su Treccani.it. URL consultato il 22 agosto 2025.
[8] G. de Santillana – H. von Dechend, op. cit., p. 344.
[9] Cfr. L. B. G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda, in particolare cap. II, Ecig 1991.
[10] Ea (dialetto Ia, es.: Ascea, Ascìa) o Aya, noto anche come Enki nei testi sumeri, era il dio principalmente dell’acqua e della saggezza. Sulla genesi e il significato delle lettere che compongono la lingua madre del sanscrito, del greco e del latino, e danno origine alle diverse e corrispondenti narrazioni, leggere in particolare: Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee (op. cit.); H. Haarmann, Sulle tracce degli indoeuropei. Dai nomadi neolitici alle prime civiltà avanzate, Bollati Boringhieri, 2022.


Angelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.


