Italia e Europa, leader dilettanti e situazionisti – Meloni sa governare, Vannacci interpreta il cambiamento antropologico – Il PD è il “Percepito democratico” – Schlein inesistente – Renzi e Conte situazionisti – Il resto è il nulla
In Italia e in Europa i leader sono rara avis, specie in estinzione.
Gian Piero Quaglino, nella prefazione al testo di Manfred F. R. Kets De Vries, “Leader giullari impostori – sulla psicologia della leadership” (Raffaello Cortina), nel 2019 scriveva: “Mai vista, come oggi (e in crescendo di anno in anno, quasi di stagione in stagione), tanta fragilità di leadership: insufficienza e approssimazione da un lato, improvvisazione e dilettantismo (allo sbaraglio…) dall’altro”.
Se facciamo il giro d’Europa quello che descriveva Quaglino nel 2019, dopo sette anni, è diventato un panorama desolante.
Ciarlatani, faccendieri, consulenti, ottimati, competenti, costituiscono una corte dei miracoli che circonda Bruxelles e le capitali dei Paesi del Vecchio Continente così come nel Medio Evo nani, prostitute, giocolieri, truffatori seguivano le vie della penitenza, dove tra una giaculatoria e un coito, si andava verso la penitenza redentrice imposta e, a volte, dai potenti delegata.
I leader di seconda serie finivano inviati alle crociate, così da non creare problemi ai primogeniti eredi dei titoli regali o nobiliari. Altri finivano in convento a fare l’abate.
La vera leadership era gestita da qualche re e da qualche cardinale. Il resto era un mondo popolato da situazionisti: vassalli, valvassini, valvassori, cardinali, vescovi e preti, capitani di ventura, pronti a cambiare bandiera all’occasione, a rimangiarsi il giuramento di fedeltà, per giurare una nuova fedeltà.
Siamo ancora lì, al Medio Evo.
L’Italia, per stare al nostro Bel Paese, è pieno di elementi ascrivibili alla leadership situazionale: “un’idea piuttosto furbesca – sottolinea Quaglino – con il senno di poi, in base alla quale si individuava il talento della leadership nella capacità di modulare l’azione a seconda delle circostanze”.
Due situazionisti d’eccellenza sono Matteo Renzi e Giuseppe Conte.
Evitiamo di occuparci della pletora dei richiedenti asilo che navigano nel Mar dei Sargassi del cosiddetto Centro. Con questi, se parliamo di leadership, siamo fuori tema.
Anche nelle inclite stanze dei palazzi non ci sono Mazzarino e Richelieu, ma mestieranti di bassa lega, frequentatori di bettole dove si gioca a rubamazzo. Il Pd e il “Percepito Democratico”. La Schlein è inesistente.
Torniamo ai situazionisti
Il 21 agosto Conte ha pubblicato su Repubblica una lunga riflessione sulla cultura woke. Il punto centrale è molto netto: la cultura woke non dovrebbe costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista.
La definisce una forma di moralismo autoreferenziale e sostiene che il vero nemico della sinistra debba essere la disuguaglianza economica e sociale.
La sua impostazione è ora diritti individuali sì, ma moralismo identitario, politicamente corretto, woke come ideologia della sinistra, no
Matteo Renzi, il 23 agosto ha risposto direttamente a Conte, dichiarando: «Su questo la penso come Giuseppe Conte».
La sua tesi è che contro la destra non si vinca mettendo al centro la cultura woke, ma la questione sociale, il benessere economico e la vita quotidiana.
Renzi formula addirittura lo slogan: «meno woke e più economia», ma aggiunge immediatamente una precisazione decisiva: non bisogna arretrare «di un millimetro» sulla questione dei diritti.
Insomma un colpo al cerchio e uno alla botte. Il situazionista è anche un cerchiobottista.
Renzi vuole uno Stato sociale, ma non socialista.
Conte sembra utilizzare la critica al woke per spostare il M5S verso una sinistra popolare e sociale, prendendo contemporaneamente le distanze dall’area più culturalmente progressista del PD.
Renzi, invece, usa la stessa critica per riportare il centrosinistra verso il riformismo economico e liberale, senza abbandonare il terreno dei diritti.
Non è casuale che il dibattito sia nato anche dalle recenti autocritiche di Alexandria Ocasio-Cortez sul rapporto fra progressismo e cultura woke, che hanno aperto una discussione internazionale sulla necessità di separare politiche sociali progressiste e politica identitaria.
C’è una possibile chiave interpretativa.
Sinistra identitaria: diritti simbolici, linguaggio, rappresentazione, inclusione culturale
contro
sinistra sociale: salari, lavoro, industria, casa, sanità, energia, demografia, mobilità sociale.
La novità politica di questi giorni è che Conte e Renzi, da posizioni molto diverse, stanno entrambi dicendo che la seconda dovrebbe tornare a prevalere sulla prima.
La sinistra sociale è appannaggio della destra
Il fatto è che, nel frattempo, la sinistra sociale è diventata appannaggio della destra.
E questo è probabilmente il paradosso politico centrale dell’Occidente contemporaneo.
Una parte consistente della sinistra ha lasciato scoperto il terreno materiale sul quale storicamente costruiva il proprio consenso, permettendo alla destra di occuparlo.
Il rovesciamento può essere rappresentato così:

Il paradosso è questo. La vecchia sinistra diceva: «Il lavoratore viene prima del capitale».
Una parte della sinistra contemporanea sembra dire: «L’individuo viene prima della comunità».
Mentre una parte della destra contemporanea dice: «La comunità nazionale viene prima del mercato globale».
Ed è qui che avviene lo spostamento.
Il punto economico è ancora più importante. Il lavoratore industriale occidentale si trova oggi davanti a problemi molto concreti: deindustrializzazione, delocalizzazione, salari stagnanti, costo della casa, energia costosa, precarizzazione, perdita di mobilità sociale.
Queste sono questioni che tradizionalmente appartenevano alla sinistra, ma quando la risposta politica diventa soprattutto: diritti identitari, inclusione, linguaggio, rappresentazione si crea uno spazio.
E quello spazio viene occupato dalla destra: protezione dei salari; difesa dell’industria nazionale; politiche familiari; controllo dell’immigrazione; sicurezza; sovranità energetica; protezione del ceto medio.
Naturalmente non significa che la destra abbia realmente risolto questi problemi. Significa che ha conquistato il monopolio simbolico della loro rappresentazione politica.
Ed ecco che il situazionismo di Conte e di Renzi si rende esplicito. La loro recente critica al woke può essere letta proprio in questa chiave.
La vecchia sinistra era legata alla produzione materiale: fabbrica, operaio, sindacato, salario, Stato sociale. La nuova sinistra progressista è molto più legata alla: città globale, ai servizi, all’università, alle professioni, ai diritti individuali.
La destra contemporanea sta cercando di costruire invece: nazione, industria, territorio, famiglia, sicurezza, protezione sociale. Ed è una trasformazione enorme, in quanto significa che la frattura politica non passa più semplicemente fra capitale e lavoro.
Passa sempre più fra: economia globalizzata e economia territorializzata.
Se l’Occidente si è trasformato da economia industriale a economia finanziario-terziaria, la vecchia classe operaia si è ridotta.
La sinistra ha progressivamente perso la propria base materiale.
È rimasta però una grande popolazione urbana istruita, composta da: professionisti, manager, funzionari, universitari, operatori culturali, lavoratori dei servizi, che ha interessi e valori molto diversi dalla vecchia classe operaia. Da qui potrebbe derivare quella che potremmo chiamare:
trasformazione sociologica della sinistra.
Oggi una destra economicamente liberale può contemporaneamente diventare il veicolo politico della protesta contro il capitalismo globalizzato.
Può esistere una sinistra sociale senza base produttiva?
La vera domanda, quindi, è: «Può esistere una nuova sinistra sociale senza ricostruire una base produttiva, industriale e territoriale che oggi non possiede più?».
In questo quadro, si pongono problemi per la destra e per la sinistra.
Una parte della sinistra, ossia in questo caso Conte e Renzi, è trasformista e situazionista. I due hanno sostenuto, in forme diverse, molte delle battaglie culturali oggi associate al progressismo identitario.
In Conte è particolarmente evidente. Oggi Conte dice che il woke non può essere «l’ossatura ideologica» della sinistra e che la priorità devono essere disuguaglianze, lavoro e condizioni materiali, ma nella sua stessa lettera riconosce che il movimento woke ha avuto effetti positivi: maggiore attenzione alle discriminazioni, linguaggio più rispettoso e riconoscimento delle minoranze.
Il problema è che il M5S dell’epoca Conte si è schierato su molte delle battaglie che oggi vengono considerate parte di quel paradigma: identità di genere, diritti LGBTQ+, carriera alias, educazione al rispetto e altre politiche identitarie. Un’analisi recente ricostruisce, per esempio, il sostegno pentastellato all’identità di genere nel dibattito sul ddl Zan e alla carriera alias.
E c’è un elemento ancora più significativo: il 17 giugno 2026 Conte ha partecipato ai Pride Talks di Roma, sostenendo matrimonio egualitario, adozioni per coppie LGBTQIA+ e single e una legge contro l’omotransfobia.
Conte, da vero trasformista, non rinnega le battaglie; rinnega la loro centralità come paradigma politico della sinistra.
Renzi oggi dice: «L’ubriacatura woke fa male alla sinistra», ma è stato per anni uno dei principali rappresentanti italiani del progressismo liberal, quindi di una cultura politica fortemente legata a diritti civili, apertura sui temi LGBT, europeismo, modernizzazione dei costumi e battaglie contro discriminazioni.
Conte non sta dicendo che il M5S abbia sbagliato sulle battaglie per i diritti.
Anzi, nella sua nuova posizione sostiene esplicitamente che il riconoscimento delle libertà individuali debba essere mantenuto. Il suo bersaglio è la trasformazione di quelle battaglie in una “religione morale autoreferenziale” e in un filtro attraverso cui classificare buoni e cattivi.
Quindi la sua vera operazione politica potrebbe essere: non abbandonare il progressismo, ma de-wokizzare il progressismo.
E questo ha un obiettivo molto evidente: contendere a Schlein la definizione di cosa significhi oggi essere progressisti.
Renzi fa qualcosa di simile da un’altra posizione: vuole dire che progressismo non significa necessariamente radicalismo culturale, ma può significare riformismo economico, crescita, salari, ceto medio e mobilità sociale.
Siamo davanti a due politici che hanno partecipato alla stagione del progressismo culturale e che ora, constatandone probabilmente i limiti elettorali, cercano di situarsi nella nuova situazione.
La destra ha una leadership capace di rispondere alla trasformazione sistemica?
La Destra ha una leadership sufficientemente elevata per la sfida che ha di fronte in base a quanto sin qui detto?
Alla luce del ragionamento sin qui fatto, si può dire che la destra oggi dispone di leader elettoralmente forti, ma non ha ancora, almeno in Europa, una leadership strategica all’altezza della trasformazione che deve governare.
Il problema è che la sfida non è più semplicemente vincere le elezioni contro una sinistra percepita come «woke».
La sfida è ricostruire un sistema produttivo, energetico, demografico, militare e sociale occidentale dopo decenni di finanziarizzazione e deindustrializzazione. Questa è una sfida di livello storico.
La destra ha capito il problema, ma non ancora la sua dimensione.
La destra ha individuato alcuni sintomi: immigrazione; crisi demografica; perdita di sicurezza; deindustrializzazione; energia costosa; perdita di sovranità; risi del ceto medio; declino dell’Occidente, ma spesso li tratta separatamente.
Il problema invece è sistemico: capitale finanziario, deindustrializzazione, perdita di capacità produttiva, perdita di lavoro qualificato, crisi demografica, dipendenza tecnologica ed energetica, dipendenza militare, perdita di sovranità strategica.
Per governare questo processo serve qualcosa di molto più ambizioso della normale leadership partitica.
Il nocciolo della leadership
Qui torniamo alla questione della leadership che ci indica Gian Piero Quaglino.
“Il nocciolo della leadership, il centro, il cuore – scrive Quaglino – è tutto qui: legame, alleanza, patto, unione. […]. Soprattutto mai il potere per il potere. La vera leadership è da questo che la si riconosce: nessun desiderio per il potere in sé (e per sé)”.
Quaglino cita la leadership di Bernard Bass, che “è l’azione (la competenza, la capacità, la qualità, la dote, il talento…) di riuscire a compiere imprese, a ottenere risultati, a raggiungere traguardi sapendo alimentare di volta in volta, daccapo, lo spirito di gruppo, l’alleanza tra leader e follower, il legame di fiducia, l’ingaggio e la motivazione, l’investimento di energie da un lato, e la gratificazione e soddisfazione di tutti per i risultati raggiunti dall’altro”.
“Il management – dice Quaglino – esegue il presente secondo metodica e conformità, la leadership insegue il futuro secondo intuizione e inventiva”.
Di manager l’Europa si è riempita sino al collo, così da avere vere e proprie pietre al collo che la fanno affondare nella disfatta dei competenti. L’esempio più evidente è Mario Draghi.
Secondo Bass i leader trasformazionali, invece, possiedono un forte senso di autostima e fiducia in sé stessi. Danno l’esempio, dimostrando alti livelli di integrità e di comportamento etico. Le loro azioni sono in linea con le loro parole e si impegnano a fare ciò che è giusto, anche di fronte alle avversità.
I leader trasformazionali sono altamente adattabili e flessibili. Capiscono che il cambiamento è inevitabile e lo accolgono piuttosto che opporvisi. Sono aperti a nuove idee e prospettive e sono disposti a correre rischi calcolati per promuovere il progresso e realizzare la loro visione.
Inoltre, i leader trasformazionali sono appassionati ed entusiasti del loro lavoro. Trasudano energia e ispirano coloro che li circondano a dare il meglio di sé. Il loro entusiasmo è contagioso e motiva i loro seguaci ad andare oltre le aspettative.
In conclusione, la leadership trasformazionale è uno stile di leadership potente ed efficace che consente agli individui e alle organizzazioni di raggiungere la grandezza.
Concentrandosi sulla creazione di cambiamenti positivi, costruendo relazioni forti e incarnando caratteristiche chiave come l’integrità e l’adattabilità, i leader trasformazionali sono in grado di ispirare e motivare i loro seguaci a raggiungere il loro pieno potenziale.
“Leadership – ci avverte Quaglino – viene dal verbo to lead il cui significato, nell’antico inglese, vale per aprire la via e indicare il percorso, o anche marciare alla testa e guidare verso. Più semplicemente to lead è “andare” (non “comandare”, mi raccomando) fare strada, essere in cammino. Verbo d’azione dunque, non di “posizione” (come piace pensare a tutti quelli che ambiscono alla poltrona, al podio, al pulpito, al palcoscenico, alla piazza ecc.). Senza aggiungere che, con buona probabilità, la radice lea del verbo si potrebbe ricollegare, per sotterranee etimologie, al latino di lira come solco (il solco dell’aratro per la semina) e traccia, impronta, orma, pista e sentiero. E infine, per legami ancora più misteriosi, ritrovare la radice lea del to lead pure nel learn dell’apprendere (e del corrispondente “lasciare il segno” dell’insegnare), fino all’afferrare, al comprendere, al venire a sapere, allo scoprire. La leadership è anzitutto sapere che dà forma alla conoscenza del dove dirigersi, del come intraprendere, del perché osare. Non c’è vocazione alla leadership senza assumere la posizione (l’unica consentita) di chi guida all’avventura, all’esplorazione, all’avanscoperta”.
Giorgia Meloni, leader trasformazionale
Giorgia Meloni, probabilmente la più vicina alla figura del leader trasformazionale.
Se dobbiamo indicare un leader europeo di destra che abbia iniziato a muoversi nella direzione giusta, questo è Giorgia Meloni.
Perché? Perché negli ultimi anni ha progressivamente collegato: difesa, industria, energia, competitività, autonomia strategica.
Nel discorso alla Confindustria dell’agosto 2026 ha insistito proprio sulla competitività industriale italiana ed europea. E nel dibattito sulla difesa il suo governo ha esplicitamente collegato l’aumento della spesa militare al rafforzamento della capacità industriale europea.
Quindi Meloni ha almeno intravisto il problema.
Non c’è, però, ancora una dottrina organica del tipo: «L’Italia deve tornare a essere una grande potenza industriale e produttiva, e lo Stato deve orientare capitale, energia, infrastrutture, formazione, demografia e difesa verso questo obiettivo».
C’è piuttosto una somma di politiche.
La vera prova per Meloni e più in generale per la destra è quanta capacità produttiva reale riesce a ricostruire, quanto riesce a rendere economicamente possibile avere figli, quanto riesce a riportare produzione, capitale e tecnologia sul proprio territorio.
Ed è qui che la destra europea non ha ancora espresso il suo De Gaulle, il suo Adenauer o il suo Churchill.
Ha diversi leader elettorali, ha alcuni leader di transizione, ha alcuni ottimi tattici, ma non c’è una figura che abbia formulato una nuova teoria della potenza occidentale adeguata al XXI secolo.
La leadership di Vannacci, un caso da studiare
Se proseguiamo esattamente dal ragionamento sin qui fatto sulla leadership della destra, Roberto Vannacci è da collocare in una posizione molto interessante, ma anche molto ambivalente.
Roberto Vannacci ha alcune caratteristiche di leadership che oggi mancano a gran parte della destra italiana, ma non è un vero leader di fase.
Il suo punto di forza è che ha capito che serve una visione
La cosa più interessante è che Vannacci sta cercando di uscire dalla logica della semplice protesta.
Il programma di Futuro Nazionale presentato nell’agosto 2026 è esplicitamente costruito su un orizzonte 2027-2037, quindi due legislature e parla di una cornice ideologica e strategica complessiva, non soltanto di singoli provvedimenti.
Un leader situazionista dice: «C’è questo problema e conseguentemente reagisco».
Un leader strategico dice: «Il mondo sta andando in questa direzione e conseguentemente costruisco l’Italia che dovrà esistere fra dieci o vent’anni».
Vannacci sta tentando il secondo passaggio.
Vannacci non teme il conflitto culturale
Vannacci ha una qualità che oggi è diventata rara: non teme il conflitto culturale; non cerca di rendersi accettabile all’establishment culturale. La sua identità politica è esplicitamente fondata su nazione, famiglia, sicurezza, merito, tradizione, identità cristiana e sovranità.
Questo gli permette di occupare uno spazio che altri leader della destra hanno progressivamente lasciato scoperto.
Vannacci almeno ha capito che la questione è antropologica. Non parla soltanto di tasse o immigrazione. Parla di: che cosa è la famiglia; che cosa è la nazione; che cosa è l’identità; che cosa significa essere italiani; quale rapporto deve esserci tra individuo e comunità; quale tradizione deve sopravvivere.
Questa è materia da leadership culturale, non semplicemente da leadership elettorale.
Il limite di Vannacci è il rischio di confondere radicalità con profondità. La radicalità consiste nell’andare più lontano degli altri su un tema. La profondità consiste nel capire le strutture che producono quel problema.
Per esempio: dire «remigrazione», «abolizione della legge Mancino», «famiglia naturale», «stop alle armi all’Ucraina» ecc. significa assumere posizioni molto nette.
Ma la domanda strategica che noi stavamo ponendo è molto più grande: come si ricostruisce la capacità materiale dell’Italia?
E soprattutto come si determina la capacità dello Stato di coordinare questi elementi.
E c’è un altro problema: Vannacci è ancora troppo centrato su Vannacci
Il leader veramente storico produce una cosa molto particolare: trasforma il proprio carisma personale in una classe dirigente.
Vannacci ha più potenziale di leadership di quanto gli venga generalmente riconosciuto.
Ma il suo vero limite non è la radicalità delle sue posizioni; è quasi il contrario: deve dimostrare di riuscire a trasformare la sua radicalità culturale in una visione sistemica della potenza italiana.
Se riuscisse a fare il salto: identità, demografia, industria, energia, tecnologia, difesa, sovranità finanziaria, geopolitica potrebbe diventare qualcosa di molto più importante di un leader della destra radicale.
Potrebbe diventare uno dei primi tentativi italiani di costruire una destra post-finanziaria e post-globalista.
Un confronto tra tre leader di destra
E qui arriviamo ad un punto davvero interessante dell’analisi analisi: confrontare Vannacci, Meloni e Salvini non sulla loro popolarità, ma sulla loro capacità di costruire questa nuova classe dirigente e questo nuovo modello di potenza nazionale.
La domanda è: chi dei tre ha le caratteristiche per diventare il leader di una nuova destra capace di affrontare la crisi materiale dell’Occidente?
Prendiamo Meloni, Salvini e Vannacci e misuriamoli su sei dimensioni. Sono naturalmente valutazioni interpretative, non misure scientifiche.

- Meloni: la più forte oggi, ma anche la più «adattiva». Meloni è nettamente la più compiuta delle tre figure.Ha fatto una cosa che Vannacci non ha ancora dimostrato di saper fare: ha trasformato una minoranza politica in una macchina di governo. E soprattutto ha sviluppato una notevole capacità di adattamento internazionale: atlantismo, rapporto con Trump, UE, NATO, Mediterraneo, industria, difesa. La sua politica estera e di sicurezza rimane sostanzialmente dentro la continuità transatlantica italiana, pur con una caratterizzazione conservatrice più marcata.
Meloni è una straordinaria leader di conservazione e adattamento. Il suo problema è che governa un sistema che, per molti aspetti, vuole mantenere funzionante: UE, euro, NATO, finanza, globalizzazione selettiva, industria italiana integrata nei grandi sistemi europei.
La sua politica industriale riconosce esplicitamente la necessità di rilanciare la politica industriale italiana, ma non arriva ancora, secondo me, alla ricostruzione di una vera economia strategica nazionale.
- Salvini è grande leader del passato, oggi in crisi. Salvini è quello che più chiaramente rappresenta il leader situazionista. Ha avuto una capacità straordinaria di intercettare il sentimento popolare: immigrazione, sicurezza, Europa, tasse, sovranità. Nel 2019 ha portato la Lega al 34% alle europee. Oggi però il quadro è completamente diverso: la Lega è indicata intorno al 5%, mentre Vannacci ha iniziato a contenderle direttamente lo stesso spazio elettorale.
E c’è un fatto molto significativo: Salvini ha creato Vannacci politicamente, poi Vannacci si è emancipato. Questo è un classico problema della leadership carismatica: il leader genera un successore potenziale che può diventare più coerente con l’intuizione originaria del leader stesso.
Salvini ha intuito il malessere. Vannacci sta cercando di dargli una forma ideologica.
Per questo Salvini è oggi il più debole dei tre sul piano della leadership storica.
Non perché sia politicamente irrilevante, ma perché la sua funzione storica sembra essersi esaurita. La stessa Lega sta tornando, regressivamente, a enfatizzare territori e autonomia, mentre all’interno aumentano le critiche alla leadership di Salvini.
- Vannacci è il leader che potrebbe diventare il più interessante
Vannacci oggi è molto meno capace di governare di Meloni, ma potrebbe essere più interessante di Meloni sul piano della costruzione di una nuova ideologia, in quanto sta tentando di fare qualcosa di diverso: non vuole semplicemente governare il sistema esistente; vuole ridefinire ciò che considera la normalità sociale.
Il programma di Futuro Nazionale del 2026 insiste infatti su identità, famiglia, sovranità, sicurezza e ridefinizione dei rapporti sociali, arrivando a formulazioni molto radicali come «patriarcato mediterraneo» e «remigrazione».
Questo spiega perché sia diventato competitivo così rapidamente.
Tuttavia Vannacci ha la cultura del conflitto, ma gli manca ancora la cultura della costruzione.
Vannacci individua molto bene il nemico culturale: woke, multiculturalismo, relativismo, decostruzione della famiglia, perdita dell’identità, perdita della nazione.
Il problema è: cosa costruisci dopo aver vinto quella battaglia culturale?
Ed è qui che Meloni oggi è superiore.
Meloni sa governare: ministeri; bilancio; diplomazia; rapporti con Bruxelles; NATO; imprese; apparati dello Stato.
Vannacci deve ancora dimostrare di saper costruire una macchina statale e produttiva.
Ma c’è una cosa in cui Vannacci potrebbe essere superiore a Meloni: la diagnosi antropologica.
Meloni ha capito molto bene il sentimento conservatore e sembra voler andare più in profondità. «Perché l’uomo occidentale non crede più nel proprio futuro?». La risposta di Vannacci è essenzialmente: perché ha perso identità, appartenenza, gerarchia, famiglia, autorità e senso della comunità. È una risposta discutibile e molto radicale, ma è una risposta sistemica.
Il vero leader del quale hanno bisogno Italia e Europa
Il vero leader del quale hanno bisogno l’Italia e l’Europa è quello della ricostruzione materiale.
Quello capace di dire: se vogliamo una nazione sovrana dobbiamo produrre acciaio; se vogliamo una difesa autonoma dobbiamo costruire navi, missili, motori e radar; se vogliamo una politica demografica dobbiamo ricostruire una società nella quale avere figli sia economicamente e culturalmente possibile; se vogliamo autonomia energetica dobbiamo costruire energia; se vogliamo essere una potenza mediterranea dobbiamo costruire infrastrutture in Africa e controllare le catene logistiche; se vogliamo una classe lavoratrice forte dobbiamo tornare ad avere industria.





