La riscrittura della memoria collettiva
Il soft power è quella pratica che consiste nell’esercitare potere su una realtà non con la violenza e con le armi, ma con la cultura, il racconto, l’immaginario.
È la forma più subdola di influenza, perché chi la subisce spesso non se ne accorge, anzi: la abbraccia con entusiasmo, credendo sia un’affinità spontanea.
I giapponesi, per esempio, hanno creato un intero indotto culturale grazie a manga, anime e videogiochi che, rivolti ai ragazzi di tutto il mondo, costruiscono una fidelizzazione al Giappone che ci si porta dietro per tutta la vita.
Un bambino che cresce con Naruto o Pokémon difficilmente guarderà al Giappone come a un Paese qualunque: ci sarà sempre un’affezione di fondo, un debole, una simpatia istintiva. E questo, tradotto in termini economici e diplomatici, vale oro.
Vale lo stesso per l’Italia con la sua cultura, la sua arte, il suo cinema, il suo cibo. E vale per Hollywood con i suoi film, che hanno plasmato il modo in cui mezzo mondo immagina gli USA.
Il soft power funziona così: non ti costringe, ti seduce. E la seduzione è molto più efficace della coercizione.
Ora, le potenze arabe e islamiche usano esattamente lo stesso strumento. Ma lo fanno in un modo particolare: usano la storia, o meglio, una certa narrazione della storia, per creare legami affettivi.
Per esempio con i siciliani, raccontando di forti vincoli e legami di amicizia che risalirebbero a chissà quale epoca dorata di convivenza. Ma attenzione: è politica, non storia. È soft power, non filologia.
Prendiamo un caso concreto.
C’è un video che ha fatto milioni di visualizzazioni. Una ragazza siciliana, con un entusiasmo quasi commovente, lancia un urlo di gioia quando una ragazza araba le rivela che anche nel mondo arabo, quando qualcuno sta male o si è fatto male, gli si dice “mischinu” – o meglio, “miskin”.
E lei esclama, raggiante: “Che bello notare tanta vicinanza tra due popoli!”.
E io, guardando questa scena, non posso fare a meno di pensare: ma è davvero così ingenua, o fa finta?
Perché, vediamo: anche una persona di Madrid, una di Lima e una di Città del Messico dicono “hermano” per fratello. Eppure, difficilmente un peruviano guarderà uno spagnolo e dirà “che figo!
Che bella la vicinanza tra i nostri popoli!”.
Perché il peruviano sa che quella “vicinanza” si chiamava Impero Spagnolo, e non era esattamente un gemellaggio tra pari. Era conquista, sottomissione, sangue.
E, nel nostro caso, quella “vicinanza” tra Sicilia e mondo arabo si chiamava Califfato. Non era un circolo di lettura, uno scambio culturale tra eguali. Era un’espansione militare, una conquista territoriale, un’imposizione politica e religiosa.
E il califfato, con tutto il rispetto per la cucina e l’architettura, non aveva un accidente di bello: era un progetto di dominazione, esattamente come tutti gli altri imperi della storia.
Ma il soft power, oggi, racconta quella dominazione come un abbraccio. Trasforma i conquistatori in cugini, i dominatori in fratelli maggiori, il giogo in un tenero ricordo.
E funziona, perché chi ascolta – come quella ragazza siciliana – non ha gli strumenti per distinguere la storia dalla narrazione. O, forse, li ha, ma preferisce l’abbraccio alla verità, perché l’abbraccio scalda e la verità, a volte, è scomoda.
Ecco, il punto è questo: il soft power arabo-islamico sta facendo esattamente ciò che faceva la Spagna con l’America Latina, o l’Inghilterra con l’India: riscriveva la memoria collettiva, sostituendo la realtà con un racconto propagandistico del colonizzatore buono e civilizzatore senza cui il colonizzato non avrebbe potuto vivere.
Ma mentre l’Impero Spagnolo è ormai studiato come tale – con le sue luci e le sue ombre – il Califfato viene ancora raccontato da certi ambienti come una specie di Eden universale. E chiunque osi dire che forse non era proprio così, viene tacciato di islamofobia.
Ma la storia non è un sentimento. E il soft power, per quanto efficace, non trasforma un dominatore in un amico. Al massimo, trasforma il dominato in un entusiasta che ringrazia per le catene.
E quella ragazza siciliana, senza saperlo, sta facendo esattamente il gioco di chi ha interesse a far dimenticare che i suoi antenati, sotto quel califfato, non erano turisti.





